Cerebus – Un fumetto sul fumetto e le splendide copertine di Melmoth

Cerebus, l’epopea di seimila tavole di Dave Sim, è incatalogabile. C’è della satira, della psicologia, ovviamente avventura, studio sui generi, autobiografia. Detto ciò per me rimane un “fumetto sul fumetto” principalmente per quattro motivi:

  • la critica che Sim compie sul fumetto e sull’industria dei fumetti (vedere le parodie dei personaggi DC-Marvel, Sandman, ecc);
  • la sperimentazione del mezzo espressivo teso alla ricerca del limite estremo (dalla struttura della pagina, alle onomatopee, al linguaggio);
  • militanza politica di Sim per gli autori e i loro diritti;
  • la sfida al romanzo, visto come espressione artistica alta, rispetto al più popolare fumetto.

Mentre approfondisco questi aspetti, date un’occhiata alle copertine di Melmoth. Sono sicuro che non avete mai visto un lavoro di questo tipo.

Quattro copertine di Cerebus realizzate quasi interamente da Gerhald.

Il fumetto, essendo una forma d’arte più giovane rispetto alla letteratura e alla pittura, si è sempre trovato di fronte al problema di far riconoscere il proprio status artistico. Dave Sim tenta il procedimento scientifico detto riduzione: ovvero la strategia di mostrare come le proprie teorie fossero esprimibili (“riducibili”) anche nel linguaggio di una disciplina già consolidata. Nel Sette-Ottocento questo accadde con la chimica che si “ridusse” alla fisica, o nel Novecento con la linguistica generalista di Chomsky.

Copertina di Dave Sim e Gerhald del numero 143 di Cerebus. Vediamo Oscar Wilde sofferente

Già in Jaka’s Story è presente il personaggio di Oscar Wilde. Cerebus ha dovuto lasciare la città di Iest in cui ha preso il potere l’oscuro matriarcato delle Ciriniste e fugge da Jaka, l’unica donna che lo ha amato sul serio. Jaka però è ormai sposata con Rick, e Cerebus dovrà affrontare questa realtà. Il libro ha dei flashback sull’infanzia solitaria e aristocratica di Jaka che vengono raccontati in prosa fiorita e stravagante: si tratta infatti del romanzo che Oscar sta scrivendo sulla protagonista. Sim offre lunghe parti di testo camuffando egregiamente lo stile dell’autore decadente.

In Melmoth, il sesto “phonebook”, basandosi sulle lettere scritte da Wilde e dagli amici prima della morte, Sim ricostruisce passo per passo la morte dello scrittore ambientando il dramma non a Parigi, ma nella sua Iest. Melmoth, oltre al romanzo gotico di Charles Robert Maturin, prozio di Wilde, è lo pseudonimo con cui l’autore si firmò alla reception dell’albergo in cui morì.

Secondo Gerhard ci fu un “unspoken understandig” su come procedere nei lavori. Solo in qualche occasione Sim suggerì al collega come lavorare sugli sfondi: fu lasciato libero di decidere come gestirli. Il design degli edifici fu basato su quello che Gerhard trovava nei libri di architettura. Non riuscì a trovare niente per lo studio del dottore e dell’ultima stanza di Wilde, a parte le ultime celebri righe dello scrittore che descrivevano la bruttezza della carta da parati. Gerhard inoltre si fece ispirare dalle cover di Barry Windsor Smith.

C’è un’ambiguità “con la A maiuscola” (sottolinea Sim), sull’identità dell’Oscar di Jaka’s Story e quello di Melmoth: quest’ultimo parla dell’Oscar scrittore del romanzo su Jaka in terza persona. Se l’ipotesi più accreditata sia che siano lo stesso personaggio, Sim ha voluto lasciare un velo di mistero per confondere ulteriormente i lettori.

Alla fine del libro troviamo riportata la documentazione utilizzata da Sim con le sue note e i discostamenti dalla realtà. Se come “riduzione” può avere dei punti deboli (troppo testo appesantisce la lettura del fumetto) l’intento di rendere possibile una critica letteraria a fumetti è pienamente raggiunto.

Le immagini di questo articolo non sono di ottima qualità: le copertine delle varie issue non sono presenti nei phonebook. Per averle vi tocca comprare numero per numero o la costosa Cover Art Treasury.

Melmoth lo abbiamo anche inserito nel database. Chissà se qualcuno utilizzerà mai Becomix per comprare o vendere Cerebus!

L’emancipazione a fumetti – Kamimura Kazuo e l’età della convinvenza

Copertina de L'età della convivenza di Kamimura Kazuo

Tutti quelli che hanno visto Kill Bill si ricorderanno della killer O-Ren Ishii: Tarantino non si fece scrupoli ad indicare il film Lady Snowblood (t.o. 修羅雪姫 Shurayuki-hime) come diretta ispirazione. Si dà il caso che la pellicola fu ispirata da un manga scritto da Koike Kazuo (è probabile che qualcuno conosca già la mia proposta di legge Ius Kozure ōkami) e illustrato da Kamimura Kazuo. Non poteva essere che Kamimura, grande rappresentante della femminilità giapponese al pari del regista Mizoguchi Kenji e dello scrittore Nagai Kafū, a rappresentare la “versione femminile” di Ogami Ittō.

I due amanti sul tram. Doppia pagina con quattro vignette

Proprio mentre Kamimura lavorava a Shurayuki-hime, come ogni grande mangaka portava avanti contemporaneamente altri lavori come Shinano gawa (il fiume Shinano) e sopratutto Dōsei Jidai (L’età della convivenza), uscito da pochissimo in Italia. Se il merito di aver portato Kamimura nel nostro paese è della J-pop, la stessa che ha curato anche la mostra a lui dedicata a Lucca Comics 2016, in Francia Kana già da tempo ha tradotto molte opere del fine mangaka. Ad Angouleme 2017 la loro edizione di Rikon Kurabu (Il club delle divorziate) ha vinto il Prix Patrimoine e la mostra a lui dedicata era decisamente imponente e curata.

I due amanti si baciano su un prato. La protagonista invoca la morte.

Allepoca Dōsei Jidai fu un grandissimo successo popolare perchè Kamimura sapeva leggere e raccontare il proprio tempo, mettendo a fuoco le problematiche e le contraddizioni sociali in un Giappone ancora schiacciato dal passato e al tempo stesso obbligato alla modernità. La lettura del manga ci porta nella Tokyo degli anni settanta, epoca di scontri studenteschi e di emancipazione. Kyōko (21 anni) e Jirō (23 anni) vivono insieme come una coppia non sposata. Mentre lei lavora come grafica in un’agenzia pubblicitaria e deve sopportare le angherie di genere tipiche dei luoghi lavorativi del Giappone, lui è un mangaka debuttante e deve farsi le ossa per ottenere una sicurezza economica. Ogni capitolo approfondisce un frammento della loro quotidianità o di quella dei loro vicini e conoscenti disvelandone le contraddizioni, la sofferenza e la passione.

Sequenza cinematografica in cui lei chiede una sigaretta

Se la Valentina di Guido Crepax era alfiere del femminismo e della lotta sociale, in cui l’impostazione grafica era intellettualmente una destrutturazione freudiana, un fumetto insomma per un pubblico intellettuale, Dōsei Jidai è invece un fumetto squisitamente popolare. Lunghe carrellate cinematografiche con tensione erotica à la nouvelle vague, accompagnate da un tratto estremamente elegante, descrivono la vita a due dei protagonisti, le loro felicità e la profonda tristezza.

Doppia tavola con la portagonista che guarda alberi in fiore. Kamimura eccelle anche in uno stile più evocativo.

La narrazione è chiara come solo il fumetto giapponese sa fare e i temi trattati possono essere crudi e patetici. Kamimura riesce nel descrivere questa umanità viva, ad affrontare tematiche difficili e sporche senza darne un giudizio morale. Anzi, caricandone il senso poetico: esemplare è il primo episodio in cui tratta il sesso con le mestruazioni. “Preferisco ancora vivere perdendo un po’ di sangue, piuttosto di finire annegata con un corpo in cui non scorre nulla.”, conclude Kyōko.

illustrazione di Kamimura in cui lui si annusa le dita
Il profumo del sangue è l’odore dell’avvenire.

Il Giappone è tutt’ora un paese maschilista, per quanto possa sembrare incredibile, più (o diversamente) del nostro. Non ci dobbiamo stupire della crudezza e realtà dei racconti: è normale che nelle aziende giapponesi le donne siano relegate al ruolo di “versatrici di caffè” come anche la violenza di genere. Se può sembrarci difficile comprendere come uno schiaffo dato dal ragazzo possa rivelarsi uno strumento pacificatore, non dobbiamo comunque stupircene troppo. Già alla fine del X secolo Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale sottolineava di apprezzare una certa violenza nella mascolinità:

I giovani sono magnifici quando, in virtù del loro grado, possono uscire armati di tutto punto. Un figlio di nobili, anche bellissimo e interessante, se non ha armi perde istantaneamente ogni fascino (48).

Per tornare in epoche più recenti, leggendo le descrizioni dei quartieri di piacere di Hiraga Gennai (di lui parliamo anche qui) oppure nelle opere di Higuchi Ichiyō scopriamo che il saper dare un paio di schiaffi al momento giusto è un requisito che molte geishe esigono dal loro uomo. Ancora oggi può succedere che l’uomo, nel passeggiare, preceda la compagna. Nonostante noi occidentali attraverso il mito della geisha vediamo il Giappone come entità femminile, i giapponesi hanno sempre visto la loro nazione di genere maschile, come sottolinea Tessa Morris-Suzuki nel suo saggio Re-Inventing: Time, Space, Nation. Ricordiamo inoltre che il tema dello shinjū, il doppio suicidio d’amore, è un topos della letteratura giapponese, molto approfondito anche nei drammi del bunraku di Chikamatsu Monzaemon.

Lui tira uno schiaffo a lei

Lui mentre tira i capelli a lei.

Ecco la scheda Becomix della versione francese! Per la versione italiana la traduzione è curata da Paolo La Marca, docente universitario di lingua e letteratura giapponese nell’Università di Catania e grande estimatore di Kamimura (organizò infatti la mostra Kamimura Kazuo – Il mondo dell’eros nel Castello di Donnafugata nel 2014).  Ha curato anche le traduzioni italiane di Storie di una geisha – Una Gru Infreddolita e Lady Snowblood.

Ci sono più giorni tristi da dimenticare, che giorni felici da ricordare

 

Becomix News: a giugno avremo un sistema di caricamento più semplice e il MARKETPLACE!

Elegante decadenza: Three Sisters di Ingrīda Pičukāne

Copertina di Three Sisters di Ingrīda Pičukāne. Vediamo una ragazza nel bosco che lasciva sta per ingerire delle bacche.Da un po’ di tempo colleziono i mini-kuš! che trovo in giro. La mia non è una collezione che mira alla totalità (son ben #56 i minivolumetti usciti), semplicemente prendo quelli che trovo più accattivanti. I lettoni di kuš! raccolgono i migliori autori indipendenti internazionali e nazionali per promuovere l’arte del fumetto nel loro paese dove la cultura del fumetto (a sentir loro) non esiste. Il mini-kuš! che mi ha colpito maggiormente è Three Sisters di Ingrīda Pičukāne, artista già presente nelle antologie (š! #1, #4, #7, #8, #17, #18, #22)

Le tre sorelle nel bosco

Ingrīda Pičukāne si è data parecchio da fare negli studi: prima la pittura alla Janis Rozentals Riga art school, in seguito due master all’Art Academy of Latvia e all’ Estonian Academy of Arts. Il suo blog No Problem Fashion, in cui rappresenta semplice gente che incontra per strada “so smart and so casual”, è in lettone ed inglese. I curiosi possono osservare la sua modalità di lavoro in questo video.

le three sisters trovano un uomo nudo

Three Sisters è una fiaba decadente e sensuale che racconta la collisione tra due mondi: l’incontro di tre sorelle con un russo nudo. Racconto in francese e russo (senza traduzioni, quindi incomprensibili per me le parole dell’uomo e la citazione finale), nelle 24 pagine non c’è possibilità di una narrazione ad ampio respiro. Sembra però di entrare in un mondo fatato e weird come quello delle Vivian girls del manoscritto The Realms of Unreal di Henry Darger.

Un albetto dove abbandonarsi in una miscela di stili (dark fantasy, outsider art, underground) che per gli amanti del neofolk come me è puro piacere. Mostra un sogno dal fascino antico, pericolosamente prossimo all’incubo. Il ripristino non riuscito di valori e principi trasformatosi in un disorientamento kitsch. Three Sisters inoltre regala l’avventura del ricercare la citazione finale. Quando scoprirò il significato delle lettere in cirillico aggionerò l’articolo. Eccolo schedato su Becomix!

Le flatulenze filosofiche di Tsuge ne L’uomo senza talento

Da pochissimo è arrivato nelle fumetterie L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge, edito da Canicola e tradotto da Vincenzo Filosa. Recensire un titolo così importante, canto del cigno di Tsuge pronto a ritirarsi dalle scene, è una operazione per la quale non ho le competenze né le abilità. Stiamo parlando di un opera importante, in cui lo scontro tra antiche filosofie orientali e l’individualismo moderno viene filtrato dall’angoscia e dalla disillusione tipica della fine del Novecento. Mi inchino davanti quest’opera e il consiglio dell’acquisto e della lettura è scontato.

Copertina de L'uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge

Ho deciso non di offrirvi una recensione o di approfondire le riflessioni esistenziali, ma preferisco piuttosto prendere spunto dal libro di Tsuge per proporvi un viaggio in alcune tematiche care al paese del Sol Levante. La prima è quella dell’ozio che approfondirò in un prossimo post. Il secondo tema, decisamente più puzzolente, mi è stato suggerito da questa tavola:

tavola de L'uomo senza talento in cui i discorsi filosofici dei due protagonisti vengono interroti da un peto.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso: nell’arte a volte ci si serve del volgare e della bassezza per temi esistenzialmente fondamentali. Una scorreggia come un koan buddista può portare all’illuminazione. La discussione dei due personaggi su concetti estetici, riassumibili nel concetto di bellezza imperfetta wabi-sabi (侘寂), e su come l’individualismo occidentale sia incapace di raccontare l’essenza delle cose viene interrotta da una sonora scorreggia della vecchia moglie. Per quanto si possa dedicare la vita alla ricerca dell’autentica bellezza la realtà con tutte le sue istanze e bassezze ha la precedenza. Una sonora scorreggia può fermare qualsiasi sproloquio sui massimi sistemi.  Immagine dall'emakimono in cui un uomo ribalta un cavallo con un peto.

Bisogna ricordare che in Giappone, come in Cina, esiste tutta una letteratura e un’iconografia sull’argomento. Nel periodo Edo parlare di peti era cosa alquanto comune. Sul tema delle flatulenze possiamo trovare lo He-gassen, l’emakimono che racconta la Battaglia delle scorregge. Il famoso rotolo del 1846 è una riproduzione dell’originale che si pensa sia stato dipinto nel periodo Muromachi (133-1573).

Hiraga Gennai, irriverente “intellettuale” del periodo Edo, scrisse ben due saggi intorno al tema delle flatulenze: lo Hōhiron (Sui peti, 1774) e lo Hōhironkōhen (Sui peti, parte seconda). Questi due saggi in realtà hanno intento satirico verso coloro che, per ignoranza o malvolenza, distorgono gli insegnamenti Confuciani: la loro parola ha valore meno di un peto. Nonostante l’indagine accurata Hiraga giunge alla conclusione che un peto è un peto e nient’altro.

In Cina lo chiamano hōhi, nella zona centrale del Giappone hoku, nella regione di Edo hiru, le serviette di Kyōto onara. Tutti termini diversi, ma sta di fatto che a un peto segue sempre un puzzo.

Hiraga Gennai è decisamente caustico nel qualificare gli studiosi confuciani come heppiri jusha (“studiosi confuciani flatulenti, puzzoni, petomani”): non sono nient’altro che predicatori del niente. Come ulteriore canzonatura nello Hōhiron ad un samurai che sostiene che un vero guerriero, piuttosto di lasciarsi scappare un peto, si suicida, viene risposto:

“L’uomo è un universo in miniatura: il cielo tuona, l’uomo scorreggia”.

Queste due citazioni le possiamo trovare in La bella storia di Shidōken di Hiraga Gennai, a cura di Adriana Boscaro, edito da Marsilio. Per i linguisti cito anche il passaggio originale: 人は小天地なれば、天地に雷あり、人に屁(ヘ)あり. (Hito wa kotenchi nareba, tenchi ni rai ari, hito ni he ari. Traduzione di Adriana Boscaro.) E ritorniamo così alle corrispondenze tra alto e basso della tavola diamantina.

Ulteriore immagine dal rotolo in cui molti uomini scorreggiano e donne puliscono gli orifizi.

Nei manga due famosi peti possiamo trovarli in Dragonball, nello scontro tra Crilin e Bacterian Man del primo Tenkaichi, che (precisazione per gli amanti delle onomatopee) suona come puh.

Immagine del peto di CrilinOppure un’altra scorreggia dal fetore più filosofico del monaco Takuan di Vagabond che suona come baff.

Flatulenze di Takuan in Vagabond

Ancora nel demenziale/geniale Enomoto possiamo trovare peti a volontà (buuuu).

 

Questo viaggio nelle flatulenze dell’estremo oriente ci serve per spiegare quanto si senta nell’opera di Tsuge l’odore del Giappone autentico, tra kashihonya (librerie di libri e manga in affitto) polverose e velodromi, una autenticità oscura descritta da Tanizaki nel suo Libro d’ombra. Il fascino del Giappone infatti è nell’oscurità dei gabinetti tradizionali, nella patina lasciata dal tempo, nelle tenebre del teatro Nō.

Abbiamo schedato L’uomo senza talento su Becomix. Gli utenti del sito possono inserirlo facilmente nella loro collezione o nel marketplace. Per provare, suggerimenti e critiche andate su www.becomix.me o scriveteci a info@becomix.me

COMIX 4000: il fumetto-scontrino – Forme Insolite #3

Ritorna Forme Insolite, la rubrica dedicata ai fumetti dai formati più strani. Questa volta vi presenteremo un “fumetto” decisamente particolare… Comix 4000, il fumetto-scontrino! Scusate la qualità della scansione, ma la carta termica non è incline alla conservazione.

Comix 4000, il fumetto scontrino. Si vedono 3 illustrazioni con didascalia: Objectif Lune con uno sgangherato astronauto, una macchina con Jean, Pluto che scova qualcosa

Incappai in questa produzione super underground ad Angouleme nella sezione dedicata ai BD alternativi, in un salone vicino alla Place de l’Hotel de Ville. Il classico raduno di fumettari underground che unisce freaks, cyberpunks e irregolari con le loro autoproduzioni. Un posto ottimo per trovare adesivi cool e incontrare outsider spesso drogati. Ad aver creato questo capolavoro sono due ragazzi, Kevin Gauvin e Loic Urbaniak, sotto il nome di Comix 4000. Premendo un bottone da una magica scatolina fuoriusciva questo scontrino/fumetto, ogni volta proponendo “storie” diverse. Questo perché la macchina sceglieva a caso le immagini precaricate da stampare sulla carta termica.

Per chi non lo sapesse i fogli degli scontrini sono ricoperti da un un’emulsione con un colorante e un reattivo specifico. Nel momento della stampa una testina surriscaldata crea una reazione tra il colorante e il reattivo producendo così l’immagine. Lo svantaggio principale di stampa è la caducità della riproduzione, condannata a sbiadimento veloce (sopratutto se conservata nel portafoglio per qualche mese).

La mia anima in pena, uomo nudo in macchina, uomo che medita sull'amore Vignette illustrate in stile art-brut con didascalie ci trasportano in un immaginario assurdo. La vignetta Obiettivo Luna rappresenta uno strampalato astronauta, Della magia in te un uomo che porge il sesso fuori da una vettura, Une histoire sans fin dichiarazioni d’amore davanti a un bicchiere di vino. Tipica vita francese, insomma. La mia vignetta preferita rimane Pluto con la didascalia Bingo! e mi ricorda il modo lisergico di rappresentare i personaggi Disney di Fabio Tonetto (di cui presto vi offriremo una intervista!). Un cut-up senza senso, un automatismo meccanico erede del dadaismo Comix 4000 è una divertente trovata underground. Chissà se incapperemo nei ragazzi all’AFA festival o al Crack di Roma.  Eccolo inserito nel database di Becomix!

Un nuovo medioevo – Blame! incontra Eco

Il lungo viaggio nei dedali di architetture impazzite di Blame può essere considerato allegorico come l’inferno dantesco. L’ambientazione futuristica di Tsutomu Nihei è un nuovo medioevo, un periodo in cui l’intelligenza è morta e non ci si immagina un futuro dal riscatto possibile.

Pure Nihei consiglia l’interpretazione dell’opera in chiave fantasy, descrivendola nel frontespizio come “Adventure-seeker Killy in the cyber dungeon“, conferendole un aspetto ludico, di evasione, vicino ad un immaginario da gioco di ruolo o videoludico. Non bisogna però dimenticare che la quest, la ricerca, è una delle caratteristiche della letteratura medievale, come il Materiale di Britannia, le chanson de geste, i romanzi di Crétien de Troyes.

In Blame! non mancano cavalieri, spade, duelli, labirinti, dame e fatine (anche se decisamente inquietanti e grottesche); le caratteristiche del fantasy sono inserite in un contesto di incubo fantascientifico. Questo tipo di ibridazione è piuttosto comune nei manga ma in Blame!, opera di intrattenimento ed evasione, possiamo trovare qualcosa di più.

L’oblio di sé è una delle caratteristiche che emergono dai personaggi. Non semplice dimenticanza della proprio identità ma sopratutto di un sapere antico, di un legame ancestrale col passato. Molti personaggi ammettono di essere analfabeti. Dimenticata è la Storia: quando Shibo chiede ad un pescatore elettrico perché i loro antenati vengano chiamati “piantatori”, questo risponde di non sapere, gli antenati sono ormai scomparsi.

Umberto Eco, ne Il nome della rosa, fa dire a uno dei suoi monaci, Nicola da Morimondo, maestro vetraio:

“La grande opera vetraria, che abbelliva la chiesa e l’Edificio, era già stata compiuta almeno due secoli indietro. Ora ci si limitava a lavori minori, o alla riparazione dei guasti del tempo. <E con gran fatica> aggiunse, <[…] è inutile,> soggiunse, “non abbiamo più la saggezza degli antichi, è finita l’epoca dei giganti!”

Guglielmo da Baskerville risponde:

<Siamo nani>, ammise Guglielmo, <ma nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull’orizzonte.>

Nel Log. 5 un personaggio indicando quel che rimane di un gigante costruttore:

“Quelli sono dei costruttori risalenti a un tempo ormai antico. Corre voce che il dipartimento di governo abbia riportato in vita la tecnologia di quell’epoca. Al giorno d’oggi, noi abbiamo dimenticato perfino come si decifrano i caratteri che vengono visualizzati sulle nostre retine.”

Anche il pescatore elettrico chiede a Shibo di decifrare la scritta sulla porta d’entrata Toha, perché hanno perso la capacità di decifrare i caratteri antichi. C’è un curioso parallelismo con il romanzo storico di Eco: i pescatori elettrici sono nani, mentre Killy e Shibo, provenienti dall’antichità sono giganti (Killy è un antichissimo messaggero segreto del sistema precedente Safeguard, mentre Shibo proviene dall’Industria Bioelettro e ha compiuto svariati cicli di nascita e morte). I pescatori elettrici sono dei nani appoggiati sulle spalle dei giganti antichi.

Se Nihei abbia creato questo parallelismo di volontà e conosca l’opera di Eco, non ci è dato saperlo. Il mangaka riesce però a descrivere un mondo, e quindi a parlare della contemporaneità, in cui l’età dell’oro è passata da un pezzo e non rimangono che halber mensch, mezzi-uomini a popolare questa landa desolata.

 

 

 

Le fichissime autoproduzioni anderground dell’AFA 2017

Si è concluso domenica sera l’AFA 2017, il festival delle autoproduzioni “fichissime” ed anderground al leoncavallo di Milano. Siamo andati col nostro banchetto di Tox per spargere adesivi di Minne ed ovviamente per Becomix. Ho scattato qualche pessima foto non tanto per testimoniare che l’autoproduzione goda di ottima salute (cosa ormai risaputa), ma per mostrare qualcosa a chi non è potuto esserci.

YELLOW KIM

L’esposizione principale di questo AFA 2017 è sulla fantomatica casa editrice underground nordcoreana Yellow Kim. Il fondatore fu il leggendario Aju Meosjin, ma gli artisti coinvolti sono insospettabilmente tantissimi. Potete trovare tutte le informazioni qui (wiki), qui (Bizzarro Bazar) e qui (Lo spazio bianco). Il catalogo in vendita è curato molto bene e vi troviamo le bio di tutti gli artisti coinvolti. Credere che sia tutto vero  ci fa sentire felici, perché porsi troppe domande?

foto del catalogo della mostra Yellow Kim dell' afa 2017 . Illustrazione di Fabio Tonetto
Sembra proprio una illustrazione di Fabio Tonetto
immagine di Fabio Ramiro Rossin dell'afa 2017
Ecco da chi si è ispirato Fabio Ramiro Rossin
Lo stile inimitabile di Baek “La Placa” Yeon

nudo femminile nordcoreano

 

FANZINE FANZINE FANZINE!!!

Mostre a parte, ciò che caratterizza questi festival sotterranei sono le produzioni punk, grezze ed iconoclaste. Coloro che forse rappresentano meglio questo tipo di fumetto sono gli Snuff Comix. Partiti in bombissima qualche anno fa si son dovuti fermare un attimo a causa di paypal, che ha bloccato le loro vendite online per futili pretese. Da segnalare il numero 8 sul tema dell’esoterismo con illustratori come Jurictus Necatombe, Vixene Vixe e Ze Burnay.

snuff comix all' afa 2017

 Pelo è la fanzine illustrata che tira più di un carro di buoi. Gli artisti coinvolti in questa curata autoproduzione di Urbino sono davvero tanti. A curare la rivista è Camilla Pintonato con una direzione artistica notevole.

Pelo #1 e #2

In questa seconda edizione sono presenti tre tra le più interessanti firme del fumetto underground sudamericano: Martin Lopez Lam, Abraham Diaz e Eias Tano. fanzine sudamericane. si vede un diavolo

I ragazzi di Cargo hanno smesso di proporre unicamente i loro viaggi grafici e con Malmessi pubblicano il loro primo graphic novel.fronte e retro di Malmessi

Ai ragazzi di Phorno non importa proprio nulla di offrire edizioni patinate e stampano le loro turpitudini in fotocopie grezze. Super divertenti sono i ragazzi di Mortazza (di cui sfortunatamente non ho nessuna foto decente). Se per caso siete alla ricerca di un fumetto in cui Gerry Scotti violenta un gruppo di mini-pony è a loro che dovete chiedere.

squallide fanzine fotocopiate del collettivo Phorno

 

SERIGRAFIE, MAGLIETTE ED ALTRE AMENITÀ

Ovviamente non troviamo solo fumetti: ecco lo stand della casa creativa torinese Wunderkammer con le sue blasfeme produzioni. Notate le madonne/vulve (fichedellamadonna) di Crisiplastica? Un ottima idea regalo per la cresima della vostra cuginetta.

tavolata della Wunderkammer con oggetti plastici e illustrazioni

L’autore di questa affascinante serigrafia è Johnny Cobalto. serigrafia di re diavolo all'afa 2017

Ovviamente non potevano mancare le stampe di Hurricane Ivan, promotore del festival e tra gli organizzatori della mostra Yellow Kim. La sua Botanica Satanica mi ha conquistato. Nell’albetto si possono ritagliare dei semini da piantare, ma non credo che rovinerò lo spillato per vedere crescere questi fiori del male.

Per quel che mi riguarda i vincitori di questo festival sono loro. Avevano già spaccato tutto al Crack dell’anno scorso a Roma e non accennano a fermarsi. Giochi Penosi è l’unica casa produttrice di videogiochi con Grezzo 2, uno sparatutto alla Duke Nukem ambientato a Perugia e l’imperdibile Botte e Bamba II Turbo, picchiaduro trash con tutti i nostri personaggi televisivi preferiti. Basta dire che il KO che segna la fine del combattimento è quello di Ok il prezzo è giusto. So per certo che i ragazzi continueranno a stupirci. Il gioco sfortunatamente non è in cartuccia 16 bit, ma gli sviluppatori non precludono questa eventualità per il futuro.

Locandina e confezione del videogioco, come se fosse una cartuccia 16 bit

Finisco questa sezione col proporvi una foto delle ormai esaurite caramelline Licio Jelly, omaggio ad un noto massone nostrano. Queste chicche sono offerte dal Lolo Solomon Duo, di cui fa parte anche un autore di Tox.

Caramelline Licio Jelly,venerabili maestre di bontà

UNA VERA CHICCA DALL’ORIENTE

Ultima parte di questo articolo sull’Afa 2017 per parlarvi di una vera chicca, e questa volta orientale al 100%. A proporci una perla del 1977 è il museo del fumetto WOW SPazio fumetto. Si tratta del primo “fumetto” arrivato in italia che elogia le gesta del giovane rivoluzionario Lenin. Che si possa parlare di fumetto non ne sono sicuro in quanto le immagini non sono accompagnate da baloon ma da didascalie. Il libro è stato redatto e illustrato sulla base del film omonimo e la prima edizione è del 1970. L’edizione italiana è stata a cura di Luigi F. Bona Editore.

Copertina di Lenin nella rivoluzione d'ottobre Interno di Lenin nella rivoluzione d'ottobre

 

Questo articolo non è assolutamente esaustivo di tutte le realtà presenti all’interno dell’ Afa 2017. Mi sono riservato qualche chicca per parlarvene in seguito! Se volete ancora fiere del fumetto, perché non vi leggete i due articoli su Angouleme 2017? da qui e qui.

State sintonizzati che presto ci saranno importanti novità sul sito!

Tecniche per rubare riviste e istruzioni per una vita migliore – Piccoli furti di Michael Cho

Doppia tavola in bicromia di Piccoli Furti

Una delle qualità del fumetto come mezzo espressivo è la capacità di riunire sulla carta molte tematiche. Queste tematiche vengono filtrate dall’autore attraverso la sua poetica, la sua narrazione, il suo punto di vista. Il fumetto ha un’occhio verso il mondo esterno e verso quello interno dell’autore e dei lettori. Questi ultimi, dovendo creare i collegamenti mentali tra una vignetta e l’altra, si inseriscono nello spazio bianco e così facendo si impossessano dell’opera. Shoplifter, o Piccoli Furti,  di Michael Cho è un fumetto estremamente ben riuscito: l’autore riesce a narrare una storia ben salda alla nostra contemporaneità, dando il suo punto di vista narrativo ed espressivo, catturando il lettore che dopo la lettura si sente coinvolto e più ricco.

Copertina di Piccoli furti

Edito da poco in Italia da Rizzoli, ma uscito nel 2014 in USA e Canada per Pantheon, Piccoli Furti racconta un momento decisivo della vita di Corinna Park. Laureatasi in letteratura inglese, si immaginava un futuro di romanzi e letteratura, ma si ritrova incatenata al suo lavoro di pubblicitaria dove aveva iniziato a lavorare per pagarsi i debiti universitari. Tra compagni d’azienda, social network e un gatto che non dispensa affetto, l’unico momento in cui si sente viva e quando ruba le riviste nello store locale. Tecnica di furto che ci viene spiegata nel dettaglio, caso mai ci volessimo cimentare anche noi.

Due tavole in cui la protagonista si lamenta del rapporto con il gatto

Il mondo va verso la catastrofe ambientale, i social sono un’ulteriore patina di ipocrisia tra noi e il prossimo, il lavoro per le corporation non è che colorire i sogni dei clienti. Impersonificarsi con la protagonista risulta piuttosto semplice per la nostra generazione cresciuta nelle illusioni del progresso e che si deve confrontare con una realtà ben più complessa. Il lettore fa subito suo il libro, diventa un ladro d’opera, come la protagonista del romanzo grafico.

Tavole di riflessione della protagonista. Compare anche un orso polare in un igloo che si sta sciogliendo

La narrazione è chiara, le tavole sono divise nettamente. Il tratto è deciso e nitido, allo stesso tempo classico e moderno. Secondo il giornalista John Semley il suo stile ricorda la pop art di Roy Lichtenstein e l’estetica della silver age. L’utilizzo della bicromia rosa pantone e nero suggerisce una emotività virtuale dell’era dei social media, con una rimembranza verso un passato di plastica degli ’80s. Nonostante queste tinte e la protagonista femminile non è un graphic novel esclusivamente per signorine, il messaggio di Cho riesce nella sua universalità: dare una svolta alla propria vita, cercare di realizzarsi not matter what.

Tavole in cui spiega come rubare una rivista

Piccoli furti è il debutto di Michael Cho, autore nato nella Corea del Sud ma spostatosi in Canada in giovane età. Oggi vive a Toronto. I suoi lavori sono apparsi su molte riviste e ha lavorato per case editrici come Random House/Knopf e Penguin Books. Inoltre ha creato il webcomic Papercut. La versione americana/canadese è schedata su Becomix, per vedere la scheda basta cliccare qui.

Toyotaro – il disegnatore di Dragon Ball Super

Sfogliando le pagine di Dragon Ball Super sono rimasto piacevolmente sorpreso nel trovare una degna e divertente continuazione dello shōnen per eccellenza. Storia che avanza velocemente, chicche di umorismo non-sense, un po’ di fan service e storyline rispettata. Si nota che c’è stata della passione e del divertimento in questo lavoro. Dalla copertina si comprende immediatamente che le matite non sono del mitico sensei, ma di Toyotaro (che si scriverebbe Toyotarō, con la “o” allungata) mangaka ospite quest’anno al Comicon.

Toyotaro iniziò la sua carriera di mangaka ufficiale sulle pagine di V Jump con il riadattamento di Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’ nell’aprile 2015. Iniziò a disegnare i personaggi di Dragon Ball ben prima, intorno agli anni 2010 con un dōjinshi talvolta creduto mitico ovvero Dragon Ball AF. (Per chi non lo sapesse le riviste dette dōjinshi sono le fanzine giapponesi in cui aspiranti fumettisti ritraggono i loro eroi, a volte in chiave ironica o erotica). In molti avranno visto i vari Super Sayan di quinto livello e probabilmente uno di questi era proprio di Toyble, il nome d’arte con cui firmava le produzioni underground.

Copertina del numero 15 della dojinshi Dragon Ball Af
Copertina del numero 15 della dojinshi Dragon Ball Af

Passato alla Shūeisha, Toyotaro ha curato anche l’adattamento a fumetti del videogioco Dragon Ball Heroes. Fu un passaggio naturale quindi creare la versione manga della nuova serie “ufficiale”. È già presente un’ampia letteratura sulle differenze tra i due prodotti, non sta a me riportarla, sottolineo solamente che le illustrazioni sono particolarmente curate. Si nota il rispetto e l’amore di Toyotaro verso i personaggi del maestro. E oltre a curare i disegni collabora anche con Toriyama nel character design. Insomma, proprio come un eroe shōnen, con una grandissima gavetta è riuscito a realizzare il suo più grande sogno.

Le matite hanno un tratto più morbido e un gusto più moderno, ma restano molto simili a quelle di Toriyama. 

Toyotaro nell’intervista che troviamo nel primo tankōbon descrive il fascino dei disegni del maestro in questo modo:

Le mie parole non sono le migliori per esprimerlo, ma… Ad esempio, i personaggi perfettamente caratterizzati, il dettaglio degli oggetti. La maestosa visione del mondo che si coglie da una singola inquadratura… Però, esprimere tutto questo a parole è una forzatura. Si tratta di un’emozione che non si può trasporre in termini, e che cresce come un’onda dentro di me ogni volta che lo leggo!

Tavole in cui le dività distruttici dello spazio assaggiano del istant noodle.
Il mio regno per una coppa di istant noodle!

Mi sembrano le migliori parole per descrivere il tratto del sensei. È pare strano aggiungere nel database un fumetto di Dragon Ball non illustrato da Toriyama, ma tant’è! Eccolo!

Foto di Toyotaro

Le origini di Cable, vagabondo del tempo dal braccio bionico

Tra i personaggi Marvel più tragici Cable mi ha sempre affascinato nella sua figura solitaria, in lotta contro la malattia, viaggiando tra tragici futuri e minacciato da cloni oscuri. Perfino la sua nascita è crudele: decisa a tavolino dal perverso villain Sinistro, speranzoso che l’unione genetica di due mutanti superiori lo avrebbe aiutato nella lotta contro Apocalisse. Facciamo un viaggio nel tempo per vedere quando è uscito fuori il primo Nathan dai capelli bianchi.

Cable disegnato da Lob Liefeld

Chris Claremont iniziò a scrivere le storie degli X-men nel 1975. La serie era stata appena rilanciata da Len Wein e Dave Cockrum, salvandola così dalla cancellazione (possiamo immaginarci un mondo senza X-Men? Quanti profitti avrebbe perso la Marvel?). Il picco di successo di Claremont fu nei primi anni ’80 e la Marvel decise così di ampliare le uscite legate ai mutanti con una serie di spin off. La prima di queste fu The New Mutants che raccontava di mutanti adolescenti della scuola di Charles Xavier, gli X-Men del futuro ancora in allenamento. The New Mutants fece raddoppiare la mole di lavoro a Claremont, ma contemporaneamente permise all’autore una maggiore libertà d’espressione che si manifestò in un tono più oscuro rispetto la serie originale. I New Mutants originali furono Karma, Cannonball, Wolfsbane, Psyche e Sunspot, tutti personaggi inediti nel Marvel Universe.

Copertina di The New Mutants #87

Molti furono i cambiamenti di formazione del gruppo e nel tempo variarono molto anche gli autori. Nel 1989 Rob Liefeld, all’epoca autore di punta, divenne l’illustratore e co-autore della serie insieme alla scrittrice Louise Simonson. Nel 1990 insieme decisero di introdurre un nuovo personaggio, un cyborg-mutante con poteri psichici che diventerà presto il leader della squadra. Mentre il grosso dei New Mutant è di ritorno da Asgard un misterioso gruppo di mutanti terroristi, il Mutant Liberation Front, cerca di rapire Skids e Rusty Collins, due mutanti prigionieri dal Freedom Force di Mistica. A cercare di salvare i ragazzi arriva dal futuro Cable che nei numeri seguenti dovrà affrontare il gruppo capitanato da Stryfe, clone del nostro.

Particolare della tavola finale di The New Mutants #87
Particolare della tavola finale di The New Mutants #87

Ma non è questa la prima comparsa del personaggio: ritorniamo a Claremont e la serie Uncanny X-Men (Vol. 1). Nel #201 compare un Nathan Summer neonato, figlio di Ciclope e Madelyne Pryor, clone di Jean Grey. In questo numero troviamo un Ciclope dubbioso se anteporre il suo ruolo di leader o di padre. Uno scontro con Tempesta deciderà chi sarà il nuovo leader.

L’arrivo di Cable risollevò la testata The New Mutants e la fece ritornare tra i primi posti dei fumetti venduti. Probabilmente il numero 87 è l’albo più importante, da cui nascerà la testata X-Force. Oggi una copia NM o con un certificato CBSC superiore al 6 della prima stampa viene valutata tra i 100 e i 200 $. Non abbiamo ancora una scheda in Becomix, speriamo che qualche detentore la inserisca presto. Nel frattempo tengo d’occhio le aste per la seconda ristampa, valutata decisamente meno 🙂

Di catalogato per adesso su Becomix abbiamo solo il secondo numero di X-Force italiano 🙂