L’importanza di chiamarsi Frank (Miller), di Alan Moore

L’importanza di chiamarsi Frank (Miller), di Alan Moore

originariamente pubblicato in Daredevil #1, 1983

trascritto online da Comicscube

traduzione di M. De Giuli e P. Scassa

Copertina di Daredevils 1
Immagine tratta da http://marvel.wikia.com/wiki/Daredevils_Vol_1_1

Ragazzi, non cercate di parlare a me di fumetti! Ho letto queste maledette cose per tutti gli ultimi 22 anni e sono giunto ad uno stadio terminale di amarezza, noia e diffidenza. C’ero, nel 1961, quando la Marvel diede inizio all’operazione di dotare i supereroi bidimensionali di plausibili eccentricità della personalità e di preoccupazioni autenticamente umane. C’ero, alcuni anni dopo, quando la casa editrice si è ritrovata nella stessa deprimente e stancante routine e sembrava che, per essere un supereroe, si dovesse avere una gamba rotta, un cuore malandato o una vecchia zia zitella con le vene varicose. C’ero, quando Jim Steranko iniziò a riempire le pagine di Agent of S.H.I.E.L.D. con vorticose strutture esplose, dove il tempo poteva avanzare lentamente attraverso lo spezzettamento dell’azione in un mucchio di piccolissime vignette, o dove la traiettoria del salto di un personaggio si frantumava in una sequenza di fluenti immagini cinetiche. C’ero, quando Neal Adams iniziò a lavorare su Deadman in Strange Adventures della D.C., trasformando la striscia in un classico fantasy duro e brutale, nel quale ogni vignetta trasudava di palpabile angoscia. Tifavo in prima fila agli esordi di Manhunter di Goodwin e Simonson, del Warclock ingegnosamente paranoico di Jim Starling, della sontuosa interpretazione Art Nouveau del Conan di Barry Smith.
C’ero anche quando tutte queste serie caddero sotto la falce di vendite insufficienti e i loro creatori le abbandonarono, con qualche significativa eccezione, per dedicarsi alla produzione di lussuosi ed autoreferenziali portfolio che solo i Getty Rothschild e i Lord Kagan di questo mondo si potevano permettere. Tutto questo confermava l’antica inesorabile massima che crudelmente recita: “Le cose belle non durano perché le cose belle non vendono”.
Datemi retta. Non parlatemi di fumetti. E’ troppo doloroso.

Prime due pagine dell'articolo di Moore su Frank Miller

Ora,considerato che sono vecchio, irascibile e irragionevole non dovrebbe sorprendere che io abbia salutato l’arrivo di Frank Miller con grande pessimismo e poco entusiasmo per il suo futuro nel mondo dei fumetti. Ricordo una sera da Steve Moore a sfogliare insieme un mucchio di recenti Daredevil e ad eccitarci insolitamente per il sottile intreccio della narrazione, la velata plausibilità della rappresentazione. Improvvisamente, nel pieno di questa patetica euforia adolescenziale, mi bloccai di colpo.

Non so perché ci agitiamo per queste cose. In un paio d’anni questo Miller avrà un ego dalle dimensioni dello stadio di Wembley e si ridurrà a disegnare sfarzosi libri pieni di barbari capricciosi con donne nude ai loro piedi.

Un paio di anni dopo, alla Comicano dell’82, dove entrambi eravamo ospiti, fui presentato a Frank Miller, e mi commuove ricordare che si tratta di una delle persone più piacevoli che potresti mai sperare di incontrare, che il suo ego è contenuto ad un livello completamente gestibile e che, da tutti gli indizi, sembra intenzionato a rimanere nel campo dei fumetti finché la sua vista non diventerà la stessa del personaggio cui è associato più frequentemente. Vivete e imparate, ragazzi. Vivete e imparate.

Ora, a questo punto della mia storia, mi stupisce il fatto che possono ben esserci tra voi alcuni il cui primo impatto con la straordinaria abilità di Mr. Miller è rappresentato dal numero di Daredevil che proprio ora tenete nelle vostre mani sudate. Possono esserci alcuni tra voi che si chiedono, legittimamente, a che proposito è tutta questa eccitazione. Beh, avvicinatevi e dissipiamo la nebbia dall’immagine, mentre vi riporto indietro a quei vaghi e distanti giorni del 1979, al mio primo incontro con Frank Miller e con l’oscena eleganza che ha portato a Daredevil.

Nel 1979, più o meno venti anni dopo aver preso in mano un numero di Flash, a sette anni, il mio maniacale acquistare fumetti si era ridotto al contagocce. Ogni mese D.C. e Marvel sembravano soddisfatte di ripetere la stessa trama stantia e l’insipida caratterizzazione che erano state il loro marchio di fabbrica nei precedenti dieci anni. Spiderman litigava con la fidanzata per un malinteso. The Rhino evadeva dal penitenziario dell’isola di Ryker e si scatenava semplicemente perché era giovedi sera e non c’era nient’altro da fare. Da parte mia, voltavo le spalle a questa situazione e trovavo soddisfazione con 2000 AD o con i fumetti underground, dove almeno si cercava di uscire dagli schemi e fare qualcosa di diverso, qualcosa che avrebbe contribuito a realizzare l’enorme potenziale dei fumetti.

Perché mai mi degnai di prendere una copia di Daredevil 158 è qualcosa che non so spiegarmi ancora oggi. La copertina non era niente di speciale. La storia interna, di Roger McKenzie, non sembrava essere un significativo passo in avanti per l’industria del fumetto, anche se, per essere giusti, aveva i suoi momenti di tensione ed intreccio. Anche i disegni erano quasi ordinari… a parte qualche tocco qua e là. C’era una scena in cui gli Unholy Three portavano un indifeso Matt Murdock sopra i tetti di New York, nella quale in qualche modo la luminosità inquietante e innaturale di Wally Wood si combinava con la presenza fisica del giovane Neal Adams. C’era una spettrale sequenza finale in un cimitero con Death Stalker che faceva un balzo da una tomba… insomma, qualcosa lì c’era. L’uomo aveva senza dubbio una storia da raccontare, anche se attraverso mezzi abbastanza convenzionali. Mi appuntai mentalmente di prendere il numero successivo.

vignette sul biliardo

Arrivarono i numeri successivi, e con questi arrivò anche una crescente fiducia nei disegni. Anche i layout sembravano diventare un po’ più audaci… nell’episodio su Doctor Octopus, n. 165, c’erano talvolta anche undici o dodici vignette in una sola pagina, disposte in modo da dare il massimo impatto drammatico ad ogni scena. In una vignetta i gangsters giocano a biliardo, i loro colpi fanno correre le biglie sul tavolo verde. In quella successiva, un guanto rosso esce dall’oscurità, e un dito si avvicina per fermare la palla a metà corsa. Purtroppo, sembra che lo scrittore abbia sfruttato l’opportunità di avere tante vignette per metterci dentro il maggior numero possibile di dialoghi, anche in sequenze dove non era realmente necessario. Ma che diavolo! … ci stava arrivando!

pagina di Moore

Inoltre, per un occhio esperto, c’erano un certo numero di interessanti influenze artistiche che saltavano fuori via via nelle pagine di questo nuovo e rivitalizzato Daredevil. Una sequenza in D.D. 164, dove, in una rivisitazione della storia originale, Daredevil insegue un bandito terrorizzato nella metropolitana, ha un’impressionante somiglianza con una scena tratta da “Master Race“, una storia pubblicata nella vecchia linea di fumetti E.C., disegnata dal pioniere dei fumetti Bernie Krigstein. Sullo sfondo di alcuni pannelli che mostrano Daredevil che corre sui tetti di una cruda e malfamata New York, si intravedono cartelloni con la scritta “The Spirit”… una citazione dell’abitudine di Will Eisner di inserire il logo del suo Spirit in qualche elemento del design della sua splash. Il logo poteva comparire su un poster mezzo strappato incollato su un muro di mattoni o su un cartellone pubblicitario.

Era ovvio, sia attraverso questi riferimenti scherzosi sia per il personale metodo di Miller di raccontare una storia per immagini, che eravamo di fronte a qualcuno che aveva imparato da maestri impeccabili. C’era un tocco di Eisner, un tocco di Krigstein, uno sguardo a Steranko… ma sempre di più, man mano che la serie avanzava, emergeva un generoso tocco di puro Frank Miller. Nel numero 164, ad esempio, troviamo un breve ma potente pezzo di narrativa quando il giornalista Ben Urich rivela l’identità segreta di Daredevil con una fotografia che tiene in mano e chiede all’eroe cieco di descrivere. In sei piccole e strette vignette, vediamo che Daredevil si gira da una parte e poi dall’altra come nel tentativo di scappare per non dover ammettere che non può vedere la foto, foto che rimane immobile e ferma in primo piano per tutta la sequenza dei sei fotogrammi. Alla fine, Daredevil è costretto a girarsi e ad affrontare la situazione, ammettendo la sua cecità. Attraverso il modo in cui Miller organizza questa sequenza percepiamo l’angoscia della decisione di Daredevil, in un modo che rende i discorsi quasi di troppo.

pagina di Moore

Ancora, nel numero 164, possiamo vedere l’uso del simbolismo da parte di Miller per ottenere un effetto teatrale. C’è una vignetta nella sequenza del flashback che occupa la maggior parte del libro, nella quale il padre di Matt Murdock è coinvolto da un delinquente noto come The Fixer in un losco affare che alla fine porterà alla sua morte. Quando the Fixer tiene in mano il contratto fatale da far firmare a Murdock Senior, vediamo il volto stanco e sconfitto del povero pugile, circondato da anelli di fumo del sigaro del grasso gangster, esattamente come lui stesso è stato circondato e raggirato dall’argomento untuoso e persuasivo di The Fixer. Naturalmente, nel mondo del cinema questo genere di cose è demodé, (c’è una scena in “Paths of Glory” di Stanley Kubrick dove l’eroe e il suo sleale ufficiale passeggiano in un grande ufficio. Il tortuoso e labirintico disegno delle piastrelle del pavimento che i loro passi sembrano seguire è analogo al labirinto di giustificazioni e razionalizzazioni in cui l’ufficiale minore è stato intrappolato), ma nel mondo dei fumetti solo pochi sono in grado di ricorrere a questi espedienti senza sembrare né impacciati né manieristi. Questo Frank Miller stava diventando qualcuno da tenere d’occhio.
Con il numero 168, il motivo diventa più che ovvio. Con questo numero Miller è subentrato ai testi di Daredevil, facendone l’unico titolo Marvel con un singolo individuo al timone creativo invece della solita collaborazione tra artisti/scrittori.
Ora, come chiunque potrà dirti, quei casi felici in cui scrittore e artista si combinano in una sola e unica persona hanno dato vita ad alcuni dei lavori migliori che questo medium abbia mai prodotto… Le storie di guerra E.C. di Harvey Kurtzman, le storie di Spirit di Will Eisner, il terribile e commovente Maus di Art Spiegelman, tutti questi hanno il vantaggio di non essere il prodotto di uno scrittore che vuole sfoggiare la più bella scrittura possibile, collaborando con un artista altrettanto concentrato a rendere ogni pagina disponibile squisitamente piena di dettagli. Nelle mani di un artista-scrittore l’opera raggiunge una grazia e un equilibrio che raramente è possibile raggiungere in altra maniera.
E’ una specie di prova del fuoco.
Dopotutto, uno scrittore e un artista in collaborazione hanno sempre qualcun altro da incolpare se il fumetto non funziona. Con Daredevil #168, Miller non ha più nessuno, se non se stesso, da biasimare se la sua serie fa un buco nell’acqua.

Ma non è andata così. E’ stato un successo. Nel tempo di pochissime uscite, la scrittura di Miller divenne sicura e disinvolta come i suoi disegni, e con l’aumentare della sua fiducia cominciammo a vedere una tecnica grafica e narrativa sempre più audace. E oltre a questo, le storie erano veramente divertenti anche per chi non è un critico pseudo-intellettuale del fumetto come me. Nel n. 169 vediamo il mondo attraverso gli occhi di un killer psicotico il cui cervello malato trasforma tutti quelli che vede nell’immagine di un vigilante vestito di rosso che è il suo più grande nemico. Nel n. 171 vediamo il gigantesco Kingpin of Crime che si trascina, ferito e insanguinato, dai resti aggrovigliati di un traliccio caduto subito dopo un esplosione che, apparentemente, ha strappato la vita di sua moglie Vanessa. L’immagine inquadra la sua faccia, a malapena cosciente, il sangue che gocciola dal naso e dalle labbra, mentre si trascina, centimetro dopo centimetro, lontano dalle macerie. Improvvisamente spalanca gli occhi e vediamo nascervi una muta incredulità nel rendersi conto della morte di sua moglie. La sua faccia riempie la vignetta, quegli occhi tremendi e affranti rappresentano il suo smarrimento e, come un bambino, sussurra il suo nome.
Nella sequenza di cinque pannelli, le abili mani di Miller trasformano Kingpin da quel tarchiato e tronfio buffone delle prime storie di Spiderman in un uomo che ha sepolto la sua umanità sotto una montagna di ferro…
Questa rappresentazione di Kingpin è un chiaro esempio dell’approccio di Miller alla rappresentazione nel suo insieme, sia nel caso in cui si tratti di una sua creazione, come la killer mercenaria Elektra, sia che si tratti della creazione di altri come J. Jonah Jameson, Kingpin o lo stesso Daredevil.

scena di King Ping. Illustrazione di Frank Miller

Potrei continuare ancora e ancora a descrivere i miei episodi preferiti con tediosa lunghezza. Ce ne sono dannatamente tanti. Ma in ogni caso finirei con il ripetermi e voi potrete vedere questi particolari capolavori da soli nei prossimi mesi.
Penso sia preferibile che io tenti e isoli certi elementi della tecnica di Miller e cerchi di definire esattamente cosa lo renda così originale e una figura così influente nel panorama odierno dei fumetti.
Per prima cosa, come scrittore, quasi di più di ogni altro elemento ammiro l’approccio di Miller nella caratterizzazione. Prima di Miller nella tradizione Marvel l’approccio alla caratterizzazione è stata piuttosto semplice e ampiamente inefficace. Personaggi dai visi impassibili affrontano scene di amore e scazzottamenti con la stessa aria di indifferenza generale mentre una enorme mole di baloon di pensieri fluttua sulle loro teste informandoci delle turbolente emozioni che di fatto stanno vivendo.
Questo metodo è impacciato per un paio di motivi. Per prima cosa, sembra ridicolo. La gamma di espressioni facciali a disposizione per un numero angosciante di artisti è molto spesso limitato a “bocca aperta” o “bocca chiusa”. Il dirci semplicemente che questi personaggi stanno per affrontare una importante crisi di identità non è adeguato. Non quando i personaggi coinvolti mostrano tutte le loro passioni, risposte e sentimenti di un catatonico melograno abbandonato.
In secondo luogo, è innaturale. Nella vita vera quando incontri una persona per la prima volta sei costretto a darti una opinione della sua personalità sulla base di ciò che hanno detto e sulle cose che fa. Non hai comodi baloon che volteggiano sopra la sua testa che ti informa che in cinque minuti sono intenzionati a invitarti a casa per pranzo o rubarti il portafoglio. Non hai comodi e sospese didascalie che spiegano che questi personaggi si stanno comportando come semplici idioti perchè sono turbati dal fatto che Green Goblin abbia imprigionato la propria ragazza in un frullatore.

Nelle opere di Miller i pensieri nei baloon e le didascalie sono diventate sempre meno importanti nella tecnica di caratterizzazione. Tutto quello che sappiamo di quello che sta succedendo all’interno della mente del suo personaggio è quello che possiamo dedurre da un sopracciglio alzato, da una fisima del labbro o dalla chiusura degli occhi. Proprio come la vita vera. (Forse è utile notare che la creazione di Miller Elektra, che sembra apprezzata da molti fan del fumetto per la sua indole ben definita e per l’approccio al vestuario “meno è meglio”, non ha mai utilizzato pensieri nei suoi baloon per spiegare le sue motivazioni. La maggior parte della sua caratterizzazione è nella mente del lettore. Forse è proprio per questo che è così efficace.)
Il secondo aspetto del lavoro di Miller che merita di essere commentato, quello che rende le sue storie così fluide alla lettura, è il suo impecabile e preciso tempismo.
Sembra che componga le sue storie con un senso metrico e di ritmo da musicista, spesso interrompendo le scene drammatiche con improvvise vignette dalla forma bizzarra o muta che sbatte una breve pausa, un singolo colpo prima che la storia si districhi di nuovo in qualche nuova direzione.
Nel n. 172 Miller introduce un sorprendente e funzionale congegno che serve sia a a cambiare senza problemi le scene a anche per regolare il ritmo necessario. Usando alti pannelli che scorrono dall’alto al centro della pagina comprendenti qualche aspetto del paesaggio di Ner York, Miller sobriamente colloca l’atmosfera della scena che è da seguire e aggiunge al lettore la curiosa e coinvolgente sensazione che gli sia permesso di origliare sugli eventi principali insieme alla storia.

vignetta lunga della città
C’è inoltre da considerare l’eclettismo di Miller. Questo di per sè non è niente di nuovo. Infatti gli artisti con più successo con questo medium sono stati spesso coloro che hanno lasciato un ampia gamma di influenze formare il loro stile. Con Eisner fu l’offerta cinematografica di gente come Orson Welles. Con Steranko fu la pop art e la psichedelia in voga nei vari poster artistici della West Coast nella metà degli anni sessanta. Con Barry Smith fu il simbolismo e i Pre-Raffaeliti. Tutte queste influenze hanno dimostrato di essere popolari e durature e la maggior parte di nuovi artisti che entrano nel campo hanno scelto una combinazione di questi elementi per potenziare i loro stile da principiante. Considerando che Miller per certi versi fa parte di quella categoria, almeno ha scelto un’influenza più ampia e ampiamente intoccata… quella della tradizione del fumetto giapponese.
L’approccio giapponese al problema dello storytelling nel fumetto è leggermente diverso dal nostri metodi occidentali. Per un motivo: devi leggerti tutti i libri partendo dal retro e andando al contrario leggendo le pagine da destra verso sinistra. Ciò tralasciando, ci sono caratteristiche meno ovvie. Piccole vignette monocromo sono usate per sospendere il completamente tempo, congelanzo l’istante come una pioggia di frecce mortali che volano nel cielo. Lunghe sequenze di silenzio sono utilizzate per costruire una tensione che erutta in una paradossalmente fredda e controllata ostentazione di violenza.

pagina di Moore con illustrazione tratta da Lone Wolf & Cub

Nel fumetto Lone Wolf and Cub, del quale Miller allegramente ammette che sia il suo fumetto preferito del mondo intero, c’è una sequenza dove l’eroe adulto, un impeccabile spadaccino solitamente chiamato Lupo Solitario che porta suo figlio con sè in una carrozina, deve confrontarsi con un piccolo esercito di figure sinistre armate di cerbottana. La scena che descrive il loro approccio è notevole nella tensione che riesce a sprigionare. Per prima cosa vediamo le loro lunghe e inquietanti ombre allungarsi verso di noi per un sentire mentre marciano in fila, silenziosi e sinistri. Poi vediamo i loro piedi e la strada da dove stanno avanzando: ciò rende l’idea della loro inarrestabilità, procedendo in modo impeccabilmente reggimentato. La prossima inquadratura mostra la parte centrale dei loro corpi, la figura intera viene decapitata dal confine della vignetta. A questo punto vediamo le cerbottane mortali che si portano con loro… o piuttosto vediamo i loro bizzari elmi, a forma di cesti, che cela i loro visi: ciò li rende ancora più implacabili e senza faccia portatori di morte terribile.

Se paragoniamo sequenze come queste con qualcuna della recente serie di Wolverine, prodotta in collaborazione con Chris Claremont, vediamo una una somiglianza nel ritmo e nelle atmosfere con un Miller che in qualche modo traduce gli elementi più esoterici della narrazione orientale per gli occhi dello spettatore occidentale.

Infine, collegato all’eclettismo nel lavoro di Miller, abbiamo l’elemento che a mio parere è probabilmente il fattore singolo più importante nel suo procedere: quello di essere continuamente entusiasta di sperimentare e esplorare territori nuovi, che mantiene i suoi lavori freschi ed eccitanti, piuttosto che lasciarlo stagnare in qualche livello stazionario di immaginaria eccellenza.

Questo itinerario finale è quello che molte persone avevano scelto nel passato e, nonostante questi autori ancora possano essere venerati in qualche fanzine retrospettiva delle loro illustri carriere, potrete notare che non sembra che facciano molto in questi giorni.

Se Frank Miller continuerà a spingersi sempre più avanti, sia attraverso l’operato nelle maxi-serie D.C. Comics o in qualsiasi altra area in cui vorrà applicare il suo talento, penso che ci troveremo in uno strano pericolo negli anni che verranno.

Ovviamente, se nell’arco di tre anni non rimarrà traccia di Mr. Miller al di là di qualche lussuoso portfolio di Good Girl Art comprendente Elektra e The Black Widow, allora potrei tenere le mie critiche aperte e essere il primo a dirvi “ve lo avevo detto?”

 

 

Le scansioni dell’immagine sono tratte da Comicscube. Nel database di Becomix abbiamo un po’ di opere di Frank Miller, ma siamo ben lungi da una lista completa. Ricorda: se vuoi avere la tua collezione ordinata sul sito, vendere e comprare fumetti iscriviti al sito!

Un lungo giro in barca con Fitzgerald – Cerebus Going Home

Cerebus Going Home è sia il titolo del tredicesimo libro di Cerebus, sia il titolo dell’arco narrativo che include anche il volume successivo Form & Void. In realtà i capitoli di Going Home (arco narrativo) sono tre: il primo volume ne contiene due, il corto Sudden Moves e Fall And The River, mentre il terzo Form & Void prende l’intero quattordicesimo phonebook. Sudden Moves inizia dove Rick’s Story si era interrotto. Cerebus e Jaka sono diretti a nord per raggiungere la casa dell’oritteropo a Sand Hill Creek per iniziare una nuova vita insieme. Vagano da taverna in taverna nell’estasi del primo momento dell’innamoramento: quello sciocco, euforico e esilerante. Jaka sembra essere diventata una celebrità, probabilmente grazie al suo background reale e il successo del libro di Oscar (Wilde). Il loro viaggio è facilitato dalle Cirinist che tengono un occhio vigile su di loro. Sudden Moves ci mostra com’è la Estarcion controllata dalle Cirinist fuori dai pub descritti in Guys. Non so quanto tempo Cerebus abbia passato all’interno del pub, ma sembra che la rivoluzione Cirinista si sia stabilizzata completamente.

Tavola paesaggistica di Cerebus Going Home

La società si è ricostiuita o è stata rimodellata, e, in questo capitolo almeno, appare piuttosto pacifica e pastorale. Sempre se si righi dritto, naturalmente, come sfortunatamente si può scoprire nel risveglio di Jaka. Ci sono altre nuvole all’orizzonte. Jaka in un primo momento dice: “Of course this is the ‘beginning’ part. The ‘beginning’ part is easy. We’ll have to see how ‘lucky’ either of us feels after we’ve had a chance to really get on each other’s nerves”.  (Certamente questo è l'”inizio” . L’inizio è semplice. Dobbiamo vedere quanto ognuno di noi si sentirà “fortunato” dopo che avremo avuto l’opportunità di darci sui nervi a vicenda sul serio.)

Jaka pensierosa alla finestraQuesta opportunità apparirà ben presto. Cerebus è esasperato dai loro lento proseguire, mentre Jaka sopporta il non potersi comprare vestiti nuovi ogni giorno (ciò non mi sembra molto realistico: la ragazza che era scappata dai suoi privilegi di aristocratica per diventare una ballerina da taverna sposata con un uomo senza titoli ora è stressata dai suoi vestiti? Nah. Posso accettare che le sue esperienze da Jaka’s Story abbiano avuto un grosso effetto su di lei, ma non riesco ancora a convincermi di questo cambiamento).

Fitzgerald e primi piani del suo occhio stanco

Alla fine salgono su una chiatta, che ci traghetta alla seconda parte, Fall And The River. Il nostro compagno di viaggio è il nuovo furto letterario di Dave Sim, F. Scott Fitzgerald, chiamato F. Stop. Kennedy. Dovremo affrontare 220 pagine del lento viaggio controcorrente di Cerebus e Jaka che conversano nelle ore dei pasti con Kennedy, inframezzati dalla versione di Sim della prosa di Fitzgerald. Questa è presentata come il libro a cui Kennedy sta lavorano, un romanzo chiave su Cerebus, Jaka e lui stesso. È qui dove la storia di Cerebus inizia a crollare, dove Sim incastra quello che gli passa per la testa nella storia, che riguardi l’oritteropo o meno. Quando asserivo che la qualità del fumetto crolla dal numero 220 o giù di lì mi riferivo proprio a questo punto.

Fitzgerard nel suo studio in Cerebus Going Home

Sapete cosa? Mi sbagliavo. A rileggerlo mi è davvero piaciuto Fall And The River. Si prova il piacere di osservare il flusso e riflusso dell’attrazione e la foga dei dialoghi tra i tre personaggi. L’ambiente ristretto e il numero limitato di protagonisti esprime i sentimenti di un dramma teatrale, mentre osserviamo i tre personaggi ruotare attorno all’altro fino alla collisione finale (che è una delle caratteristiche che ha fatto fuzionare molto bene Jaka’s Story). Kennedy sta chiaramente recitando per Jaka e millanta la promessa di un ruolo di musa nella sua presunta colonia di artisti. Questo ruolo è decisamente accativante per Jaka e per la visione che ha di sè, specialmente se si confronta alla proposta di Cerebus, ovvero di dividere la casa con i suoi genitori e passare i giorni a non fare altro che cucinare e pulire.

Fitzgerard e i movimenti della nave

È triste, davvero triste. Cerebus sa che non ha nessun indizio per capire cosa passi per la testa di Jaka. Cerebus può solo capire che c’è qualcosa che non va, ma non ha intelligenza a sufficienza da capire quale sia il problema, e neppure per salvare la situazione o fuggire via. Si agrappa alle parole di Rick “you have to be happy enough for two” come fossero un mantra per tutto il libro, ma questo non funziona, non può funzionare. I nodi vengono al pettine quando Kennedy legge ad alta voce un passo chiaramente basato sulla fragile relazione di Jaka imbarcatasi in Mother & Daughters. È una scossa sismica per il loro legame, intelligentemente comunicato nella pagina da un’interruzione dell’ambiente di Juno verso una scenografica di fiume idilliaco. È un punto di non ritorno, sembra davvero la conclusone del viaggio tra Cerebus e Jaka.

Cerebus, Jaka e F. S. Kennedy a tavola

Precedentemente nel libro una Cirinista intima a Jaka che, volendo, avrebbero potuto sbarazzarsi di Cerebus facilmente. Quando la barca si prepara ad attraccare per l’ultima volta si manifesta concretamente questa minaccia, proprio nel momento in cui Jaka riprova il discorso di separazione con l’amato. Nel porto ci sono dozzine di truppe armate aspettando con l’ovvia intenzione di catturare o uccidere Cerebus. L’oritteropo, inconsapevole, scende dalla plancia per affrontare il suo fato… fino al momento in cui Jaka capisce cosa sta succedendo, corre verso di lui in panico per attraversare il plotone in due, come fossero ancora molto uniti, abbandonando Kennedy e i suoi sogni di mecenatismo. Questa conclusione è l’assoluto contrario di Jaka’s Story. Nel quinto phonebook di Cerebus l’egoismo intenzionale di Jaka mette in pericolo le persone che le gravitano attorno, ma qui lei volta le spalle ai suoi sogni e sacrifica le sue speranze per salvare Cerebus.

Fine del viaggio. sequenze visive di paesaggi

Sono onestamente sorpreso di questa rilettura di Cerebus Going Home, specialmente della seconda parte. Come avevo già detto, è da qui che pensai che Cerebus iniziava a calare progressivamente, almeno sul punto narrativo. L’opera è, ovviamente, stupefacente a livello tecnico. Il disegno e l’impostazione delle tavole sono ai massimi livelli. Dave e Gerhard espandono il vocabolario del fumetto in ogni pagina e molte delle sequenze (la vista post catastrofe di Iest, il giro a 360° intorno al tavolo) possono mandarti fuori di testa. In questa rilettura, ho trovato molti aspetti da apprezzare nella storia. Non ci sono misteri cosmici, nessun grande schema politico, ma c’è un dramma relazionale osservato dannatamente bene. È una recitazione da camera piuttosto che le epiche da megascherma a cui ci avevano abituato fino al numero 200, ma si tratta davvero di una ottima recitazione. Allora Cerebus da dove, sempre se ci sia un momento, inizia a crollare? Vi farò sapere da dopo Form And Void

F. S. Kennedy ubriaco sopra una cassa di gin

(È utile anche notare che come Melmoth anche Cerebus Going Home contenga un capitolo di annotazioni. Quanto uno ci si addentri dipende dall’interesse che il lettora ha verso l’opera di Fitzgerald, ma una volta che uno scorre il peso della ricerca di Dave che riversa sulle pagine, ci sono interessanti intuizioni e preziosi contesti da cui si capiscono maggiormente le parole e azioni di Kennedy nella storia. Ho sempre sperato che Dave tornasse indietro e facesse questo lavoro per tutti gli altri libri, una specie di director’s commentary, ma non credo che ciò avverrà mai.)

Articolo scritto da Dan originariamente pubblicato su Goodreads.

Link database: https://goo.gl/5X2cdf

Altri articoli su Cerebus!

 

 

Cerebus – Un fumetto sul fumetto e le splendide copertine di Melmoth

Cerebus, l’epopea di seimila tavole di Dave Sim, è incatalogabile. C’è della satira, della psicologia, ovviamente avventura, studio sui generi, autobiografia. Detto ciò per me rimane un “fumetto sul fumetto” principalmente per quattro motivi:

  • la critica che Sim compie sul fumetto e sull’industria dei fumetti (vedere le parodie dei personaggi DC-Marvel, Sandman, ecc);
  • la sperimentazione del mezzo espressivo teso alla ricerca del limite estremo (dalla struttura della pagina, alle onomatopee, al linguaggio);
  • militanza politica di Sim per gli autori e i loro diritti;
  • la sfida al romanzo, visto come espressione artistica alta, rispetto al più popolare fumetto.

Mentre approfondisco questi aspetti, date un’occhiata alle copertine di Melmoth. Sono sicuro che non avete mai visto un lavoro di questo tipo.

Quattro copertine di Cerebus realizzate quasi interamente da Gerhald.

Il fumetto, essendo una forma d’arte più giovane rispetto alla letteratura e alla pittura, si è sempre trovato di fronte al problema di far riconoscere il proprio status artistico. Dave Sim tenta il procedimento scientifico detto riduzione: ovvero la strategia di mostrare come le proprie teorie fossero esprimibili (“riducibili”) anche nel linguaggio di una disciplina già consolidata. Nel Sette-Ottocento questo accadde con la chimica che si “ridusse” alla fisica, o nel Novecento con la linguistica generalista di Chomsky.

Copertina di Dave Sim e Gerhald del numero 143 di Cerebus. Vediamo Oscar Wilde sofferente

Già in Jaka’s Story è presente il personaggio di Oscar Wilde. Cerebus ha dovuto lasciare la città di Iest in cui ha preso il potere l’oscuro matriarcato delle Ciriniste e fugge da Jaka, l’unica donna che lo ha amato sul serio. Jaka però è ormai sposata con Rick, e Cerebus dovrà affrontare questa realtà. Il libro ha dei flashback sull’infanzia solitaria e aristocratica di Jaka che vengono raccontati in prosa fiorita e stravagante: si tratta infatti del romanzo che Oscar sta scrivendo sulla protagonista. Sim offre lunghe parti di testo camuffando egregiamente lo stile dell’autore decadente.

In Melmoth, il sesto “phonebook”, basandosi sulle lettere scritte da Wilde e dagli amici prima della morte, Sim ricostruisce passo per passo la morte dello scrittore ambientando il dramma non a Parigi, ma nella sua Iest. Melmoth, oltre al romanzo gotico di Charles Robert Maturin, prozio di Wilde, è lo pseudonimo con cui l’autore si firmò alla reception dell’albergo in cui morì.

Secondo Gerhard ci fu un “unspoken understandig” su come procedere nei lavori. Solo in qualche occasione Sim suggerì al collega come lavorare sugli sfondi: fu lasciato libero di decidere come gestirli. Il design degli edifici fu basato su quello che Gerhard trovava nei libri di architettura. Non riuscì a trovare niente per lo studio del dottore e dell’ultima stanza di Wilde, a parte le ultime celebri righe dello scrittore che descrivevano la bruttezza della carta da parati. Gerhard inoltre si fece ispirare dalle cover di Barry Windsor Smith.

C’è un’ambiguità “con la A maiuscola” (sottolinea Sim), sull’identità dell’Oscar di Jaka’s Story e quello di Melmoth: quest’ultimo parla dell’Oscar scrittore del romanzo su Jaka in terza persona. Se l’ipotesi più accreditata sia che siano lo stesso personaggio, Sim ha voluto lasciare un velo di mistero per confondere ulteriormente i lettori.

Alla fine del libro troviamo riportata la documentazione utilizzata da Sim con le sue note e i discostamenti dalla realtà. Se come “riduzione” può avere dei punti deboli (troppo testo appesantisce la lettura del fumetto) l’intento di rendere possibile una critica letteraria a fumetti è pienamente raggiunto.

Le immagini di questo articolo non sono di ottima qualità: le copertine delle varie issue non sono presenti nei phonebook. Per averle vi tocca comprare numero per numero o la costosa Cover Art Treasury.

Melmoth lo abbiamo anche inserito nel database. Chissà se qualcuno utilizzerà mai Becomix per comprare o vendere Cerebus!

Le origini di Cable, vagabondo del tempo dal braccio bionico

Tra i personaggi Marvel più tragici Cable mi ha sempre affascinato nella sua figura solitaria, in lotta contro la malattia, viaggiando tra tragici futuri e minacciato da cloni oscuri. Perfino la sua nascita è crudele: decisa a tavolino dal perverso villain Sinistro, speranzoso che l’unione genetica di due mutanti superiori lo avrebbe aiutato nella lotta contro Apocalisse. Facciamo un viaggio nel tempo per vedere quando è uscito fuori il primo Nathan dai capelli bianchi.

Cable disegnato da Lob Liefeld

Chris Claremont iniziò a scrivere le storie degli X-men nel 1975. La serie era stata appena rilanciata da Len Wein e Dave Cockrum, salvandola così dalla cancellazione (possiamo immaginarci un mondo senza X-Men? Quanti profitti avrebbe perso la Marvel?). Il picco di successo di Claremont fu nei primi anni ’80 e la Marvel decise così di ampliare le uscite legate ai mutanti con una serie di spin off. La prima di queste fu The New Mutants che raccontava di mutanti adolescenti della scuola di Charles Xavier, gli X-Men del futuro ancora in allenamento. The New Mutants fece raddoppiare la mole di lavoro a Claremont, ma contemporaneamente permise all’autore una maggiore libertà d’espressione che si manifestò in un tono più oscuro rispetto la serie originale. I New Mutants originali furono Karma, Cannonball, Wolfsbane, Psyche e Sunspot, tutti personaggi inediti nel Marvel Universe.

Copertina di The New Mutants #87

Molti furono i cambiamenti di formazione del gruppo e nel tempo variarono molto anche gli autori. Nel 1989 Rob Liefeld, all’epoca autore di punta, divenne l’illustratore e co-autore della serie insieme alla scrittrice Louise Simonson. Nel 1990 insieme decisero di introdurre un nuovo personaggio, un cyborg-mutante con poteri psichici che diventerà presto il leader della squadra. Mentre il grosso dei New Mutant è di ritorno da Asgard un misterioso gruppo di mutanti terroristi, il Mutant Liberation Front, cerca di rapire Skids e Rusty Collins, due mutanti prigionieri dal Freedom Force di Mistica. A cercare di salvare i ragazzi arriva dal futuro Cable che nei numeri seguenti dovrà affrontare il gruppo capitanato da Stryfe, clone del nostro.

Particolare della tavola finale di The New Mutants #87
Particolare della tavola finale di The New Mutants #87

Ma non è questa la prima comparsa del personaggio: ritorniamo a Claremont e la serie Uncanny X-Men (Vol. 1). Nel #201 compare un Nathan Summer neonato, figlio di Ciclope e Madelyne Pryor, clone di Jean Grey. In questo numero troviamo un Ciclope dubbioso se anteporre il suo ruolo di leader o di padre. Uno scontro con Tempesta deciderà chi sarà il nuovo leader.

L’arrivo di Cable risollevò la testata The New Mutants e la fece ritornare tra i primi posti dei fumetti venduti. Probabilmente il numero 87 è l’albo più importante, da cui nascerà la testata X-Force. Oggi una copia NM o con un certificato CBSC superiore al 6 della prima stampa viene valutata tra i 100 e i 200 $. Non abbiamo ancora una scheda in Becomix, speriamo che qualche detentore la inserisca presto. Nel frattempo tengo d’occhio le aste per la seconda ristampa, valutata decisamente meno 🙂

Di catalogato per adesso su Becomix abbiamo solo il secondo numero di X-Force italiano 🙂

Quanto può valere Silver Surfer #1 ?

Stan Lee e Jack Kirby avevano sviluppato un particolare metodo di lavoro chiamato Marvel Method: in un primo momento i due discutevano del soggetto, Kirby lavorava su una breve sinossi per delineare la trama e le scene individuali mentre Lee aggiungeva dialoghi e didascalie. Quando Kirby iniziò a tratteggiare la storia di Fantastic Four #48 decise di introdurre un personaggio di cui non aveva discusso con Lee. The Man disse in un’intervista:

Copertina di Silver Surfer #1

«Quando [Jack] mi portò le tavole disegnate affinchè potessi aggiungere i dialoghi e le didascalie, mi sorprese di trovare un surfista dalla liscia pelle argentea che cavalcava i cieli a bordo di una veloce tavola.»

Un predatore di pianeti ha bisogno di un araldo, pensò Kirby. Stanco di disegnare navi spaziali decise di metterlo su una tavola da surf. Nacque così Silver Surfer. In un primo momento Lee non fu felicissimo di trovarsi un pelatone argentato sulla tavola da surf. Lee però superò in fretta il suo scetticismo verso questo personaggio e lo farà ricomparire in Fantastic Four #55–61, poi 74-77 (Ottobre 1966 – Agosto 1968). Il debutto in solitario del surfista spaziale fu in Fantastic Four Annual #5 (Novembre 1967). L’anno seguente Lee lanciò la testata The Silver Surfer con John Buscema alle matite e Kirby nell’ultimo albo. Lee ne sceneggiò tutti i numeri, scegliendo di scrivere una serie per lettori più adulti. Nonostante il successo di critica e pubblico la serie non ebbe il successo sperato da Lee, probabilmente a causa del formato e del prezzo. Conteneva il doppio numero delle pagine e il doppio del prezzo rispetto gli albi normali, 25 cent contro i classici 12. La serie rimarrà tra le opere più filosofiche e introspettive mai scritte da Lee. Le storie erano diverse nei toni rispetto alla maggior parte dei titoli Marvel: Silver Surfer, essere alieno dotato di poteri cosmici grazie a Galactus, è confinato sul pianeta Terra ad interrogarsi su quale sia il significato dell’umanità che spesso lo vede come minaccia o nemico. Una delle caratteristiche del surfista argentato è il suo tono aulico di parlare e riflettere.

Tavola originale del sesto numero di Silver Surfer
Tavola originale del sesto numero.

La serie originale durò solo per 17 numeri. Vent’anni dopo, nel 1987, venne riproposta una nuova testata. Questa volta fu un successo e durò più di un decennio, in cui l’eroe riuscirà a spezzare il suo confino e ritornare nello spazio profondo. Nel 1990, dopo due anni di lavoro, uscì Parable, storia sceneggiata da Stan Lee e illustrata dal grandissimo Moebius, che citiamo solo per proporvi un’immagine.

Copertina di Moebius di Parable #1
Copertina di Moebius di Parable #1

Parliamo un po’ di dineri: oggigiorno è davvero difficile trovare una copia mint di Silver Surfer #1. In perfette condizioni questo titolo può valere fino 1150$. In buone condizioni (very good++, per intenderci) un valore corretto può essere intorno ai 300-250$. Il prezzo più alto pagato per questo titolo è 30000$. Se invece cerchiamo la sua primissima apparizione ne Fantastic Four #48, qui dobbiamo considerare che per  un near mint ci vogliono sui 3500$ (ho trovato una copia col punteggio 9.2 di CGC value a 5100$, mentre una a CGC 8 a 2000$) . Bisogna notare che il record è stato 20500$ e una copia non in buono stato si aggira sui 40$. Dato che si tratta di una trilogia volete mica perdervi Fantastic Four #49 e #50? I record di vendita sono stati molto alti, 47500$ il primo e 44000$ il secondo. Da notare che il n°50 è la prima cover in assoluto di SS. Oggi questi titoli si possono trovare sui 1500$. Vedremo a che prezzo saranno inseriti su Becomix! Dato che nel database si potranno inserire solo gli albi realmente in possesso, chi sarà il primo utente a caricarlo?

 

Copertina Fantastic Four #48

Copertina Fantastic Four #49

Copertina Fantastic Four #50

Per concludere segnaliamo che chi trovasse in un qualche mercatino il volume su Silver Surfer de La Serie Oro di Repubblica ci troverà i primi 5 numeri della serie classic e Parable di Moebius, quindi da non lascerselo scappare assolutamente. Sempre ne I classici di Repubblica 16 si può trovare la Trilogia di Galactus sui Fantastici Quattro, quindi occhio perchè a volte ciò che non vale niente può essere comunque un tesoro.

 

 

Un onomatopea che segna la fine della Silver Age – Amazing Spider-man #121

Il numero di Amazing Spider-Man #121 fu un punto di non ritorno nei comics americani. Nel giugno 1973 Gerry Conway e Gil Kane fecero qualcosa di impensabile per l’epoca, un fatto che condizionerà tutto l’universo supereroistico. Amazing Spider-Man #121 è considerato infatti come uno dei momenti cruciali del passaggio tra la Silver Age, un’epoca ottimistica in cui i supereroi affrontavano avventure fantastiche uscendone sempre vincitori, a quella della Bronze Age, epoca oscura e violenta in cui ogni personaggio poteva morire in qualsiasi momento. Infatti è proprio la morte di uno dei personaggi più amati a far di questo albo un numero così speciale. Si tratta della morte di Gwen Stacy, la fidanzata del nostro Spidey.

Copertina di The Amazing Spider-Man #121

Già nella copertina è annunciato che un personaggio sarebbe morto: vi troviamo uno Spider-Man su sfondo giallo circondato da ritratti dei personaggi a lui vicini. Nonostante il lettore fosse avvisato, nessuno si sarebbe mai aspettato che fosse proprio Gwen Stacy. Magari qualche altro personaggi minore, magari qualcuno dello staff del Daily Bugle, ma l’amata fidanzata di Spidey proprio no. Il villain che rapisce la ragazza è Green Goblin, è lui a gettarla da un ponte. Ma a farla morire, in una vignetta storica, sarà proprio Peter Parker.

Vignette della morte di Gwen Stacy. Spidey prende la ragazza tramite la ragnatela, causando il colpo di frusta fatale.

 

Spidey apparentemente riesce a salvare la ragazza tramite la sua tela ragno. Sicuro del salvataggio, gagliardo, esclama pure una delle sue tipiche battutine («Spider-powers, I love you!»). C’è un’onomatopea, però, che ci confonde, che ci fa gelare il sangue nelle vene. Magari subito non si comprende, ma è proprio quello SNAP vicino al viso della Stacy a segnalarci la sua morte. Il colpo di frusta le ha spezzato il collo. Un semplice SNAP per far finire per sempre un’epoca idilliaca e gettare universi interi nell’oscurità.

Il mondo non sarà mai più come prima. Sarà l’inizio di una un periodo in cui i fumetti saranno più cupi, più realistici in cui nessuno può sperare di rimanere illeso. In una votazione voluta dalla Marvel sui  “100 Greatest Marvels of All Time” questo numero ha raggiunto il sesto posto. I collezionisti di fumetto fin da subito compresero l’importanza e il valore di questo albo, infatti una copia near-mint può valere dai 350$ ai 450$.

Chissà se qualcuno riuscirà a trovarne una su Becomix! Noi siamo quasi pronti! More info coming soon!

L’erotismo de I Briganti di Magnus

Editoriale Cosmo annuncia una ristampa de I Briganti di Magnus sulla collana Grandi Maestri. Identificare quale sia la migliore opera di Magnus, probabilmente è una sfida impossibile. I Briganti però è un’incredibile sintesi della poliedricità del Maestro e contribuisce a nobilitare il fumetto come mezzo comunicativo colto e raffinato, senza però ripudiare mai “la bassezza” del fumetto popolare. Tra i generi preferiti del nostro autore quello erotico si rifà sempre ad una certa letteratura classica (De Sade, Apollinaire, Chin P’ing Mei) con estrema eleganza, senza risultare mai volgare.

I Briganti, rifacimento in stile fantascientifico del classico cinese Shuǐhǔ Zhuàn (水滸傳), letteralmente Storia ai margini dell’acqua, è un’opera che parla di eroismo, di morale, di avventure, drammi, lotta contro le ingiustizie. Riflette su vari aspetti della realtà e della vita, sottolineando a volte le difficoltà e le sconfitte, altre volte invece descrive le vittorie, la goliardia, i piaceri della vita. Le belle donne non mancano e qui vi presentiamo qualche splendido personaggio femminile.

Per prima incontriamo questa bellissima ballerina, che ci ricorda un po’ Jaka di Cerebus. Il capitano Lu-Ta ucciderà il laido macellaio Cheng per proteggerla dalle sue “avance”. Per questo crimine Lu-Ta sarà costretto a fuggire e dopo qualche peripezia si unirà ai Briganti.

Ballerina semi nuda in taverna.

Ballerina che danza mentre il padre la accompagna con il liuto.

Primo piano della ballerina che dice: "Non ho mai potuto ringraziarvi come avrei voluto".
Chissà in che modo avrebbe voluto ringraziare il suo salvatore?

 

La moglie del capitano Lin-Chung, il famoso Cranio di Pantera, viene presa di mira da Grande Astro di Voluttà, nipote del maresciallo Kao e comandante dei “fedelissimi” Neri dell’Ultima Sala. Il desiderio di Grande Astro di Voluttà innescherà una serie di eventi che faranno marchiare ingiustamente Lin-Chung come traditore. Data la difficoltà di ricostruire l’ambientazione cinese alla fine della dinastia Song, Magnus decise di rappresentare l’opera in uno scenario fantascientifico. La moglie di Cranio di Pantera ci sembra un omaggio diretto a Dale Arden, eterna fidanzata di Flash Gordon.

Primo piano della moglie di Cranio di Pantera

Astro di Voluttà blocca la strada alla moglie di Cranio di Pantera.

 

Non tutti i personaggi femminili sono esempi di morale o semplici vittime. Ecco la capricciosa moglie del sostituto procuratore Sung Kung Ming, detto Pioggia a tempo giusto. L’avidità della signorina, che non sa apprezzare le virtù del saggio marito, sarà la causa della sua morte violenta.

La moglie di Sung Kung Ming aspetta l'amante seminuda.
La moglie di Sung Kung Ming mentre aspetta l’amante.

La moglie di Sung Kung Ming verita in un braccio.

 

La perfida moglie del governatore Liu-Kao sarà salvata dallo stupro da parte di Tigre dalle gambe corte da Sung Kung Ming.  Il bruto violento e sfacciato però è tutt’altra cosa del molle e profumato governatore Liu: il fatto di essere salvata, proprio quando era “tutto un calore” la indispettirà parecchio. Le sue menzogne e perfidie porteranno guerra e rovina, raccontate nella quarta parte dell’opera. Solo alla fine il suo capo mozzato finirà tra le mani di Tigre dalle gambe corte, sinceramente innamorato della dama “di seta e di rado”.

La moglie del governatore Liu-Kao tra le braccia di Tigre dalla Gambe Corte.

Il molle governatore Liu-Kao con la oglie a letto.

La moglie del governatore Liu-Kao mentre testimonia il falso.

 

Le foto sono tratte dall’edizione Granata Press Granata Press (Schegge, supplemento al n.19 – 1992, pagine 144 a sei quadretti a 3 strisce e 99 pagine a otto quadretti a 4 strisce).

Introducing: Cerebus the Aardvark di Dave Sim

Il fumetto che mi ha aperto più orizzonti nella mente: Cerebus the Aardvark, opera enorme e inclassibicabile, un fumetto sul fumetto, scritta e disegnata dal geniale (e controverso) canadese Dave Sim. Ho perso dietro questa serie ben due anni della mia vita e appena il tempo me lo concederà mi ritufferò nello studio di questa epica.

Cerebus che riflette sulla propria vita in Like A Looks, Cerebus #137

Nel lontano dicembre 1977 compare nel panorama del fumetto nordamericano un albo insolito destinato a sconvolgere radicalmente i canoni classici di questo mezzo espressivo. Dave Sim, seguendo il proprio comandamento “Thou shall break every law in the book”, inizia a pubblicare in maniera indipendete Cerebus the Aardvark, una parodia del genere fantasy à la Conan il Barbaro, con protagonista un oritteropo (da “aardvard” in afrikaans, che si traduce con “maiale di terra”). La casa editrice Aardvark-Vanaheim fu fondata dall’autore e da Deni Loubert (all’epoca findanzata di Sim, in seguito moglie e successivamente ex-moglie). L’opera sarà conclusa nel marzo 2004, con il numero 300. Con le sue 6000 tavole circa, è considerata la serie a fumetti nordamericana creata da un solo autore più longeva. Tutto solo Sim non è stato: dal numero 65 gli sfondi sono stati curati dal virtuoso Gerhald.

Copertina di High Society

La serie è stata ristampata in sedici raccolte definite “phonebooks“, data la somiglianza alle guide telefoniche (tante pagine e carta di bassa qualità). In Italia sono stati tradotti esclusivamente il secondo volume Alta società ed il terzo Chiesa e Stato (Vol.1) dalla Black Velvet. Può sembrare strano che si sia partito dal secondo numero, ma questo perchè High Society (le issue originali dal 26 al 50) formano un ciclo narrativo compiuto, mentre i primi numeri (raccolti nel phonebook Cerebus) sono formati da storie autoconclusive o cicli brevi, in cui il tratto è ancora acerbo e non ci sono ancora le grandi tematiche e sperimentazioni a cui Sim ci abituerà in seguito.

Wolveroach, una delle mille trasformazioni dello scarafaggio

Alta Società è godibile anche senza aver letto il primo volumone, ma il lettore rimane un po’ spiazzato quando compaiono personaggi come The Roach (un completo imbecille dalle personalità multiple che Sim utilizza per deridere le icone del fumetto come Batman, Capitan America, Wolverine, the Punisher e Dream di Sandman), Elrod l’albino (caricatura di Erlic of Melnibone di Michael Moorcoc), Red Sophia ma sopratutto Jaka, l’unico drammatico amore del nostro maiale di terra.

Quando una ragazza chiese a Cerebus “Cosa stai pensando”?

Se nel primo phonebook Cerebus è presentato come un barbaro iniziato alla magia, o come mercenario senza scrupoli che sperpera i suoi bottini in luride taverne, in seguito diventerà primo ministro di una città stato chiamata Iest (in High Society, satira dei meccanismi della politica e ai giochi di potere), poi papa alcolizzato (in Church and State I & II), e ancora rinnegato, barista e molto altro ancora cose nelle ultime storie. L’intera serie ci racconta la vita (discutibile) del protagonista, con le sue vittorie, sconfitte, sbronze, ma ci racconta anche la vita dell’autore: Sim infatti, oltre a comparire più volte, ci esporrà le sue idee politiche e sociali, spesso controverse (come, ad esempio, le sue posizioni antifemministe).

Parliamoci chiaro: le posizioni politico e sociali della seconda metà sono insostenibili. Sim è un genio egomaniaco, che ha abusato per buona parte della vita di alcool e droghe. L’idea di fare una serie in 300 albi gli è venuta mentre era internato per overdose di LSD. Prima donna, si arrocca sempre più nelle sue posizioni, riversando km di inchiostro contro i critici. Dal divorzio con Deni, circa a metà serie, inizia a scaricare le frustrazioni sentimentali dentro l’opera, fino a diventare un patetico paranoico, che crede di essere vittima di complotto marxista-femminista. Sim da irriverente iconoclasta figlio della cultura hippy, militante per i diritti degli autori, diventa un polemico reazionario, fino ad una clamorosa conversione religiosa. Chiaramente qualcosa è andato storto nel cervello dell’artista, ma nell’opera più Sim approfondisce le sue posizioni controverse, maggior virtuosismo riversa nel fumetto. Provare per credere.

Jaka, Issue #129

La prima metà è sicuramente quella più godibile, molti critici sono d’accordo nel giudicare il quinto volume, il celebre Jaka’s Story, come suo picco narrativo. Scritto in parte in prosa e in parte a fumetto, la tragica storia è uno studio sul personaggio femminile più importante della saga, sulla relazione dei generi e sulla repressione da parte della politica dell’arte. La parte in prosa racconta l’infanzia di Jaka, ed è scritta camuffando lo stile di Oscar Wilde, personaggio molto importante nella serie, di cui ne viene raccontata la morte, ampiamene documentata, nel sesto phonebook Melmoth. Non è l’unico cameo di personaggi reali nel opera: possiamo citare le comparse anche di Scott Fitz Gerald, Hemingway e sua moglie, la Tatcher, Woddy Allen, Mike Jagger e Keith Richard.

Mica male Gerhald negli sfondi.

 

Sim è uno sregolato sperimentatore: dalla impostazione delle tavole, al lettering, per non parlare della lingua e dei linguaggi. Indaga la psiche dei personaggi e la propria senza alcun freno, è un fine parodista della politica e della società, della letteratura e del cinema. Protagonista delle riflessioni rimarrà però sempre il fumetto di per sè, di cui Sim si erge come paladino. Ricordiamo che Sim, alfiere dell’autoproduzione, si spese sempre per difesa dei diritti d’autore, fu una delle figure centrali nella creazione del Creator’s Bill of Right, documento a difesa dei diritti dei fumettisti. Influenzò inoltre generazioni di autori, come Kevin Eastman e Peter Laid, creatori delle Tartarughe Ninja, Todd McFarlan (esiste perfino un cross-over Cerebus/Spawn), Jeff Smith e Neil Gaiman.

Cosa aspettate? Cercatevi i volumi in italiano, e se siete dei coraggiosi masticatori d’inglese completate la collezione. Consigliato a chi, stanco dalla monotona realtà delle graphic novel, è alla ricerca di un fumetto che sia un grande prodotto artistico e non mero intrattenimento. Non ve ne pentirete!

Per ora non abbiamo caricato tutti i volumi di Cerebus sul database, ma ecco:

A breve avremo un sistema di caricamento nuovo! Provare per credere!

 

La Fortezza di Joann Sfar e Lewis Trondheim

Per l’occasione speciale del primo articolo del blog di Becomix vi presentiamo la serie francese Donjon, di Joann Sfar e Lewis Trondheim, oggi ormai riconosciuti come due grandi autori, esponenti dell’ onda francese che ruota intorno alla casa editrice L’Association.

Copertina del primo numero Zenith

Tradotta in italiano come La Fortezza, da noi questa serie è praticamente sconosciuta, sono usciti solo pochi albi (tre per Phoenix Enterprise, due per Magic Press), mentre nella madrepatria Francia la serie conta ben trentasei numeri, un gioco di ruolo ed ancora altre uscite parallele. Già il nome di per sè, Le Donjon, richiama proprio quello di Dungeons & Dragons, e non a caso: dopo molte partite, i due autori decisero di creare una serie fantasy che mantenesse l’aspetto ludico e avventuroso, ma che allo contempo potesse stravolgere molti canoni del genere, con una forte impronta ironica e parodistica.

La fortezza è appunto il dungeon in cui gli avventurieri si addentrano per esplorare e saccheggiare. In questa serie però il punto di vista è ribaltato: i protagonisti non sono coloro che si inoltrano in  sotterranei di stregoni oscuri per derubare e saccheggiare, ma i proprietari del maniero decisi a gestirlo in modo prettamente manageriale per arricchirsi il più possibile. La scelta stilistica di rappresentare i personaggi in maniera antropomorfa con uno stile cartoonistico dichiara immediatamente l’intento parodistico verso un genere che tende a prendersi troppo sul serio. Nonostante l’ironia, la storia di questa Fortezza riesce a svilupparsi in maniera epica, offrendo spunti filosofici ed approfondendo molto la psicologia dei personaggi.

Il coniglio Marvin il Rosso

La Fortezza è divisa in tre epoche diverse. Gli albi Zenith (al momento sei volumi) riguardano il momento di maggiore splendore del maniero, in cui assistiamo alle avventure del papero inetto Herbert, mentre la fortezza è gestita dal cinico Guardiano. L’epoca Crepuscule (otto volumi) mostra la decadenza del maniero e la disgregazione del mondo. Uno dei protagonisti è il violento coniglio Marvin il rosso, e ritroviamo Herbert (protagonista inetto di Zenith) nei panni del Gran Khân, l’oscuro dominatore del donjon. Potron-Minet (cinque volumi) ha invece per protagonista il giovane Guardiano e mostra come è nato il dungeon.

Ho citato questa epoca per ultima perchè la data editoriale di uscita è posteriore a quelle di Zenith e Crepuscule: La Fortezza infatti può essere letta in molteplici ordini, sia in quello cronologico della storia, sia quello di uscita per albi. Esistono altre due sottoserie sotto il nome Donjon: Monster (dodici volumi) che tratta personaggi secondari, e la serie Parade (cinque volumi), che narra avventure ironiche nel donjon tra il volume uno e due di Zenith.

Il nostro consiglio è di leggere la serie seguendo le uscite editoriali, in modo tale da potersi gustare per bene i collegamenti temporali e vedere come la serie si è man mano evoluta. Ad esempio, se si inizia da Potron-Minet, che è una sorta di romanzo di formazione alla Balzac, con il suo carattere romantico e romanzesco, la serie può venire mal interpretata se non filtrata dalla carica umoristica delle epoche posteriori. Un architettura piuttosto complessa, eh? L’intento degli autori è di completare la serie in trecento albi (come Cerebus), un intento piuttosto eroico che verosimilmente non sarà compiuto. Gli ultimi numeri usciti nel 2014 segnano però una conclusione alla serie, nonostante gli autori si riservino la possibilità di continuare la narrazione.

illustrazione di un mostro gigantesco
Nientemeno che il Male Assoluto

Innumerevoli sono le trame e i personaggi che si sviluppano in questa ambientazione. A collegare il tutto però sono i sette maledetti Oggetti del Destino, che tengono saldo il mondo. Nel primo numero dello Zenith incontremo la Spada del Destino, inutilizzabile dal portatore fin quando questo non compia tre gesta eroiche a mani nude. L’unico modo per sbarazzarsi di questo oggetto è mozzare il capo del proprietario, ma se questa viene toccata da qualcun’altro il possessore si trasforma in uno degli antichi detentori. Molta attenzione devono fare coloro che cercano di rubarla, perchè perfino il Male Assoluto ne è stato un antico possessore. L’inetto Herbert per caso ne entrerà in possesso, e passerà un bel po’ di tempo prima che riesca ad usarla. Proprio perchè Herbert non può usare questa arma la sottoserie più ironica Parade si svolge tra il numero 1 e 2 dello Zenith.

illustrazione di un cavaliere della notte
Il giovane guardiano Hyacinthe cavalca nella notte.

Sfar & Trondheim, dopo aver disegnato i primi episodi, hanno lasciato le matite ad altri colleghi francesi: la serie Potron-Minet vede come illustratore Christophe Blain, la serie Monster invece ha autori sempre diversi, come Blanquet, Blutch, Mazan, per dirne qualcuno. La presenza di numerosi illustratori rende la serie molto variegata ed attraente dal punto di vista estetico, mantenendo costante la coerenza di scrittura.

I primi numeri di Crepuscule sono illustrati da Sfar
Il papero Herbert divenuto il Grand Khân nell’ambientazione Crepuscule. Donjon Monster 4, disegni magistrali di Blanquet.

Se Potron-Minet è il periodo romantico, Zenith quello ironico e Crepuscule apocalittico, il filo conduttore della serie è il senso di smarrimento verso un mondo folle abitato da personaggi incredibili, spesso inetti o imbecilli, con uno sguardo ironico ed impietoso sull’uomo e un forte e positivo desiderio di avventura. L’ambientazione, anche grazie alla serie Monster, è approfondita, coerente e ben ideata.

La lettura di questi album è divertente e veloce, le idee sempre fresche e accattivanti, sempre che il lettore sia alla ricerca di un fumetto dai tratti più particolari  e non a qualcosa di più prettamente fantasy. Al lettore rimarrà sicuramente impressa l’amicizia tra Herbert il papero e Marvin il drago (da non confondere con Marvin il coniglio), l’amore tra il giovane Hyacinte e Alexandra l’assassina, e mille altri aneddoti e sviluppi assurdi.

Sfortunatamente la serie in Italia ha avuto poco seguito, per leggerla per intero è necessaria una discreta conoscenza del francese. E’ un fumetto particolare e incisivo, che ha lasciato degli ottimi eredi (ad esempio Adventure Time). Consigliato ai palati fini del fumetto d’autore. Bao ha annunciato la ripubblicazione, aspettiamo ansiosi maggiori informazioni!

Nel database di Becomix sono presenti tutti gli albi francesi

E due numeri italiani (su 4?)