La dottrina del Buddha e la Colt – Kazuichi Hanawa

Coconino ha annunciato le prossime uscite della collana Gekiga e tra queste c’è la riedizione di Keimusho no naka (刑務所のなか), ovvero In prigione, fumetto in cui il mangaka Kazuichi Hanawa racconta la sua detenzione nelle carceri di Sapporo e Hakodate. Un periodo lungo tre anni (dall’ottobre 1995 al maggio 1998) che l’autore racconta, una volta libero, nelle pagine della rivista AX. Il manga è nominato nel 2001 al Premio culturale Osamu Tezuka e partecipa anche alla selezione ufficiale di Angouleme nel 2007. Il regista Yochi Sai realizzerà un lungometraggio dall’adattamento del fumetto. Il film verrà accolto molto positivamente in Giappone, dove parlare della prigionia è ancora tabù.

Copertina de Prima della prigione di Kazuichi Hanawa

Kazuichi Hanawa iniziò a pubblicare nel 1971 sulle pagine di Garo. Le prime opere, come Tatakau onna (La donna che combatte) o Niku yashiki (Il palazzo della carne), erano di carattere eroguro, termine che deriva da ero guro nansensu, semi costruzione wasei-eigo (costruzione linguistica nata dalla fusione del giapponese e inglese) da erotic grotesque nonsense. Dopo la morte della madre nei primi anni ’80 si ritira dalla scena underground per rifugiarsi nel suo paese natale Saitama. In questo periodo Hanawa compie studi sul Buddhismo, psicologia e yoga. Fu Hiroshi Yaku che lo fece ritornare al fumetto con una storia di trenta pagine per il primo numero di Comic Baku. “Se la gente del villaggio sapesse che sono un mangaka, verrebbero a tirarmi pietre addosso”*, disse all’editore. Da qui parte un’evoluzione stilistica, ampliando anche le tematiche: Hanawa ci parla di buddhismo esoterico, di yokai e di leggende antiche. E poi l’arresto.

Descrizione di una Colt secondo Kazuichi Hanawa

Kazuichi Hanawa nel giugno 1994 entra in possesso di una Government M 1911 A-1 Rokken completamente arrugginita. Fanatico delle armi fin dalla giovane età decide di ripararla: «I collezionisti avrebbero lanciato esclamazioni per l’emozione. Gli intenditori avrebbero detto: “Fammela vedere!” oppure “Fammela toccare!” Era uno dei maggiori capolavori tra le armi da collezione.»** L’11 novembre 1994 Hanawa subì una perquisizione della polizia. Fu arrestato il 12 dicembre. L’interrogatorio dell’accusato è stato eseguito il 6 marzo, l’8 marzo è stata richiesta la pena e il 22 marzo c’è stato il verdetto. Entrò a ottobre nel carcere di Sapporo e successivamente venne trasferito in quello di Hakotake.

All’età di 47 anni Hanawa poteva considerare la sua carriera conclusa. Ma riuscì a salvarla non dissimulando nulla dell’esperienza e realizzando un manga informativo minuzioso sulla vita carceraria. Per il critico Jean-Marie Bouissou si tratta di una grande rivoluzione nel «Watakushi Manga» (“manga dell’io”): questo negli anni novanta si è trasformato nella misura in cui l’evoluzione delle mentalità ha valorizzato l’espressione della singolarità individuale.*** Prima della prigione però si caratterizza in maniera molto evocativa ed è un report solo in parte degli avvenimenti che anno portato Hanawa in carcere.

Due tavole: a destra Hanawa che raschia la pistola, a sinistra la pratica ascetica di invocare il Buddha sotto la cascata

In Prima della prigione unisce due vicende che si intrecciano misteriosamente. Una è la scrupolosa descrizione di come Hanawa riparò la pistola, l’altra, ambientata probabilmente in epoca Edo, è quella di una ragazzina divisa tra l’affetto verso il padre, troppo preso dal suo lavoro di costruttore di armi, e l’amicizia con una ragazza che si dedica a pratiche ascetiche ed esoteriche per liberarsi dal karma negativo della sua famiglia. L’autore racconta la vicenda sotto forma di fiction in modo da non toccare la sua sfera privata ritornando su temi che gli sono cari.

due tavole che descrivono la vita in prigione

Le antiche litanie del Sutra di Kannon, racconti su Buddha, sui bodhisattva e sui myoo (figure divine del buddhismo di rango inferiore), pratiche ascetiche sotto la cascata, rituali esoterici Shugendō (religione sincretista che mescola elementi buddhisti nella versione esoterica della setta Shingon e shintoisti, basato sull’ascetismo e su pratiche di resistenza fisica) intervallano la meticolosa descrizione su come riparare una pistola. La Government viene inglobata nelle antiche preghiere creando un gioco di rilanci a più livelli semantici. Il passato dell’autore, il passato del Giappone, la ricerca della serenità, lo scintillio del picchiare dei fabbri, antichi versi in cinese, la vita in reclusione: questo è Prima della Prigione, opera raffinatissima sia nei tratti che nei contenuti. Viaggio nella psiche di Hanawa, che rivela molto di sè.

Il continuo levigare la pistola diventa una anticha pratica esoterica, un modo per sradicare il rancore, la ricerca del nirvana. Sono tre le fasi conclusive dei riparatori di pistole: verifica, esibizione e quinta essenza: quando si ricevono le lodi dei colleghi «il cuore fa un balzo di almeno tre centimetri battendo forte forte; ansia e miseria si cancellano e si è in grado di affrontare qualunque cosa. Uno stato in cui ci si sente pienamente affermati, qualcosa che solo i fanatici possono conoscere: è questa la suprema dottrina del Buddha, la quinta essenza.»

Viene narrato il Sutra di Kannon

I libri pubblicati in Italia sono già presenti nel database di Becomix. Dal link Prima della prigione, una volta loggati, potete aggiungerlo alla vostra collezione o wantlist, metterlo in vendita, commentare e pure votarlo (!). L’edizione è ormai del 2004 ma è probabile che qualche libreria abbia ancora qualche copia, quindi affrettatevi!

La protagonista femminile con l'ideogramma di rancore sul viso

Note

*da Comic Underground Japan.

** da In Prigione.

*** da Jean-Marie Bouissou, Il manga – Storia e universi del fumetto giapponese, Tunué, 2011

 

 

 

 

Spara N spara! Unlucky Young Men di Fujiwara Kamui e Otsuka Eiji

Ōtsuka Eiji, oltre che scrittore, è sociologo, antropologo ed esperto conoscitore delle sub-culture popolari e otaku. Autore di romanzi e saggi ha colpito il mondo con opere come MPD Psycho e Kurosagi – Consegna cadaveri. Fujiwara Kamui è character designer e mangaka. Dallo stile versatile, ha illustrato la versione a fumetti di vari Dragon Quest, lavorato con Oshii Mamoru in Kerberos Panzer Cops ispirandosi allo stile di Otomo. Dalla loro collaborazione è nato Unlucky Young Men (titolo originale: アンラッキーヤングメン che si legge “Anrakkii Yangu Men”), evocativo seinen storico dalle tinte noir. Cosa poteva nascere dai due se non uno splendido fumetto?

Copertina di Unlucky Young Men (uomo con un casco)

Miniserie in due volumi pubblicata dalla Kadokawa Shoten, è uscito in Italia per Hikari il primo numero qualche qualche mese fa. C’è stata un po’ di discussione su una pagina mancante: lasciate perdere questa sciocchezza e correte a prendervi il primo numero. Se come me siete affascinati dal Giappone degli anni sessanta, non potete assolutamente perdervelo.

Doppia tavola di manifestazioni e scontri

In un’accurata ricostruzione degli anni sessanta troviamo vari personaggi ispirati da personaggi reali, tra lotte studentesche, jazz bar e rapine. Sono tantissimi i riferimenti storico-culturali e vedremo di affrontarne alcuni per avere più chiaro che opera ci troviamo davanti. Molti avvenimenti ruotano attorno al bar jazz Village Vanguard, luogo di ritrovo di studenti e rivoluzionari, dove lavorano N, pluriomicida, e T, ventitreenne comico aspirante regista.
T vuole scrivere una sceneggiatura per un film, Unlucky Young Men, una cronaca sulla nuova disillusa generazione giapponese. Per finanziare questo progetto sono però necessari molti soldi e la rapina può essere un buon modo per ottenerli. Sempre che non si mettano di mezzo i giovani rivoluzionari.

T e Kyoko al jazz bar Vanguard Village

Fujiwara tenta di avvicinarsi il più possibile al disegno tradizionale utilizzando la tecnologia digitale, necessaria per seguire le scadenze. Se nelle tavole pubblicate su rivista si nota una differenza del tratto a metà dell’opera per la maggiore consapevolezza degli strumenti digitali utilizzati, Fujiwara ha in seguito completamente rielaborato le tavole e questo lavoro di rifinitura ha richiesto sei mesi di lavoro. Il risultato è davvero ottimo.

Sempre al jazz bar Vanguard Village c'è T che serve da bere

Molti dei personaggi si chiamano semplicemente con una lettera. Il protagonista N è ispirato al pluriomicida e scrittore Nagayama Norio, morto per pena di morte nel 1997. T è ispirato a Kitano Takeshi, quando ancora era uno sconosciuto cabarettista. Se volete approfondire meglio questo momento della sua vita, leggetevi Asakusa Kid, edito da Mondadori. M è lo scrittore Mishima Yukio, che compare insieme al Tate no Kai (Società degli scudi), il suo “esercito privato” fondato per far ritornare il Giappone agli antichi fasti del passato (o forse solo per accedere all’eroica morte sempre agognata?). K (su questo non sono sicuro al 100%) è Kozo Okamoto, uno dei membri del commando che ha attaccato l’aeroporto israeliano Lod, ora Ben Gurion International Airport, nel ’72 e in seguito al quale venne imprigionato in Israele.

Oe Kenzaburo che mostra un cartello di protesta
Il nucleare non serve!!!

I riferimenti culturali però non sono solo sui personaggi: già il titolo del manga è un riferimento a Ōe Kenzaburō, Unlucky Young Men è il nome del trio jazz del romanzo Warera no jidai. Ōe Kenzaburō (大江 健三郎; Uchiko, 31 gennaio 1935) vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1994. Scrittore scomodo, utilizza una prosa modernista e si posiziona tra gli irregolari e gli antagonisti del sistema economico e politico giapponese. Profondo conoscitore della cultura occidentale, la sua prosa è caratterizzata da una polivalenza del linguaggio, dalla sperimentazione, una profonda inquietudine e un messaggio che non offre alcuna speranza. La sua opera non è stata mai tradotta abbastanza. In Unlucky Young Men inoltre è citato anche il romanzo Homo sexualis, in cui il protagonista J dopo aver causato il suicidio della moglie per aver scoperto i suoi flirt omosessuali diventa un maniaco sessuale che schizza sperma sulle ragazzine nelle metro piene.

Foto di Ishikawa Takuboku

I titoli di ogni capitolo sono versi di Ishikawa Takuboku (石川 啄木, Morioka, 20 febbraio 1886 – Tokyo, 13 aprile 1912), che fu un poeta modernista ispirato dalla poesia in versi liberi occidentale. Le prime poesie vennero raccolte in Akogare (“Desiderio”, 1905). Riuscì a rivitalizzare la metrica tradizionale tanka (短歌, letteralmente, “poesia breve”), componimento poetico di 31 morae disposti in versi di 5, 7, 5, / 7, 7). Interessato al naturalismo scrisse qualche romanzo di poco successo. Le sue poesie furono riunite in Ichiaku no suna (一握の砂 “Una manciata di sabbia”), pubblicato nel 1910; in quel periodo uscì anche la sua dichiarazione di poetica Kuubeki shi (“Poesie da mangiare”). Negli ultimi anni di vita si avvicinò a posizioni socialiste, ma morì giovanissimo di tubercolosi. Nel 1988 gli viene intitolato un asteroide della Fascia principale, 4672 Takuboku.

Doppia pagina con scesa di sesso su motocicletta

Per approfondire e avere più chiara l’ambientazione posso consigliarvi la Tetralogia della fertilità di Mishima, i romanzi a cui si stava dedicando lo scrittore negli anni di Unlucky Young Men, o Colori proibiti (禁色 Kinjiki) che descrive l’ambiente dei locali omosessuali. Vi cito inoltre due pellicole: Notte e nebbia del Giappone (日本の夜と霧, Nihon no Yoru to kiri, 1960) di Ōshima Nagisa e United Red Army (実録・連合赤軍 あさま山荘への道程 Jitsuroku rengo sekigun: Asama sanso e no michi, 2007) di Kōji Wakamatsu sulla militanza politica e armata degli studenti giapponesi. Il primo rende chiaro quanto l’aspetto teorico e critico fosse sviluppato, il secondo, molto più recente, ci porta direttamente nel cuore della lotta armata. Come colonna sonora alla lettura non può mancare A Love Supreme di John Coltrane, sempre sul piatto del Village Vanguard jazz bar.

N stringe la mano a M

Unlucky Young Men è stato schedato nel database che abbiamo modificato recentemente. Questo significa che dobbiamo reinserire i titoli precedentemente schedati, ci vorrà un pochino di tempo. Perché non provate ad inserire i fumetti della vostra collezione su Becomix e ci dite come vi sembra il nuovo formulario snellito?

 

L’emancipazione a fumetti – Kamimura Kazuo e l’età della convinvenza

Copertina de L'età della convivenza di Kamimura Kazuo

Tutti quelli che hanno visto Kill Bill si ricorderanno della killer O-Ren Ishii: Tarantino non si fece scrupoli ad indicare il film Lady Snowblood (t.o. 修羅雪姫 Shurayuki-hime) come diretta ispirazione. Si dà il caso che la pellicola fu ispirata da un manga scritto da Koike Kazuo (è probabile che qualcuno conosca già la mia proposta di legge Ius Kozure ōkami) e illustrato da Kamimura Kazuo. Non poteva essere che Kamimura, grande rappresentante della femminilità giapponese al pari del regista Mizoguchi Kenji e dello scrittore Nagai Kafū, a rappresentare la “versione femminile” di Ogami Ittō.

I due amanti sul tram. Doppia pagina con quattro vignette

Proprio mentre Kamimura lavorava a Shurayuki-hime, come ogni grande mangaka portava avanti contemporaneamente altri lavori come Shinano gawa (il fiume Shinano) e sopratutto Dōsei Jidai (L’età della convivenza), uscito da pochissimo in Italia. Se il merito di aver portato Kamimura nel nostro paese è della J-pop, la stessa che ha curato anche la mostra a lui dedicata a Lucca Comics 2016, in Francia Kana già da tempo ha tradotto molte opere del fine mangaka. Ad Angouleme 2017 la loro edizione di Rikon Kurabu (Il club delle divorziate) ha vinto il Prix Patrimoine e la mostra a lui dedicata era decisamente imponente e curata.

I due amanti si baciano su un prato. La protagonista invoca la morte.

Allepoca Dōsei Jidai fu un grandissimo successo popolare perchè Kamimura sapeva leggere e raccontare il proprio tempo, mettendo a fuoco le problematiche e le contraddizioni sociali in un Giappone ancora schiacciato dal passato e al tempo stesso obbligato alla modernità. La lettura del manga ci porta nella Tokyo degli anni settanta, epoca di scontri studenteschi e di emancipazione. Kyōko (21 anni) e Jirō (23 anni) vivono insieme come una coppia non sposata. Mentre lei lavora come grafica in un’agenzia pubblicitaria e deve sopportare le angherie di genere tipiche dei luoghi lavorativi del Giappone, lui è un mangaka debuttante e deve farsi le ossa per ottenere una sicurezza economica. Ogni capitolo approfondisce un frammento della loro quotidianità o di quella dei loro vicini e conoscenti disvelandone le contraddizioni, la sofferenza e la passione.

Sequenza cinematografica in cui lei chiede una sigaretta

Se la Valentina di Guido Crepax era alfiere del femminismo e della lotta sociale, in cui l’impostazione grafica era intellettualmente una destrutturazione freudiana, un fumetto insomma per un pubblico intellettuale, Dōsei Jidai è invece un fumetto squisitamente popolare. Lunghe carrellate cinematografiche con tensione erotica à la nouvelle vague, accompagnate da un tratto estremamente elegante, descrivono la vita a due dei protagonisti, le loro felicità e la profonda tristezza.

Doppia tavola con la portagonista che guarda alberi in fiore. Kamimura eccelle anche in uno stile più evocativo.

La narrazione è chiara come solo il fumetto giapponese sa fare e i temi trattati possono essere crudi e patetici. Kamimura riesce nel descrivere questa umanità viva, ad affrontare tematiche difficili e sporche senza darne un giudizio morale. Anzi, caricandone il senso poetico: esemplare è il primo episodio in cui tratta il sesso con le mestruazioni. “Preferisco ancora vivere perdendo un po’ di sangue, piuttosto di finire annegata con un corpo in cui non scorre nulla.”, conclude Kyōko.

illustrazione di Kamimura in cui lui si annusa le dita
Il profumo del sangue è l’odore dell’avvenire.

Il Giappone è tutt’ora un paese maschilista, per quanto possa sembrare incredibile, più (o diversamente) del nostro. Non ci dobbiamo stupire della crudezza e realtà dei racconti: è normale che nelle aziende giapponesi le donne siano relegate al ruolo di “versatrici di caffè” come anche la violenza di genere. Se può sembrarci difficile comprendere come uno schiaffo dato dal ragazzo possa rivelarsi uno strumento pacificatore, non dobbiamo comunque stupircene troppo. Già alla fine del X secolo Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale sottolineava di apprezzare una certa violenza nella mascolinità:

I giovani sono magnifici quando, in virtù del loro grado, possono uscire armati di tutto punto. Un figlio di nobili, anche bellissimo e interessante, se non ha armi perde istantaneamente ogni fascino (48).

Per tornare in epoche più recenti, leggendo le descrizioni dei quartieri di piacere di Hiraga Gennai (di lui parliamo anche qui) oppure nelle opere di Higuchi Ichiyō scopriamo che il saper dare un paio di schiaffi al momento giusto è un requisito che molte geishe esigono dal loro uomo. Ancora oggi può succedere che l’uomo, nel passeggiare, preceda la compagna. Nonostante noi occidentali attraverso il mito della geisha vediamo il Giappone come entità femminile, i giapponesi hanno sempre visto la loro nazione di genere maschile, come sottolinea Tessa Morris-Suzuki nel suo saggio Re-Inventing: Time, Space, Nation. Ricordiamo inoltre che il tema dello shinjū, il doppio suicidio d’amore, è un topos della letteratura giapponese, molto approfondito anche nei drammi del bunraku di Chikamatsu Monzaemon.

Lui tira uno schiaffo a lei

Lui mentre tira i capelli a lei.

Ecco la scheda Becomix della versione francese! Per la versione italiana la traduzione è curata da Paolo La Marca, docente universitario di lingua e letteratura giapponese nell’Università di Catania e grande estimatore di Kamimura (organizò infatti la mostra Kamimura Kazuo – Il mondo dell’eros nel Castello di Donnafugata nel 2014).  Ha curato anche le traduzioni italiane di Storie di una geisha – Una Gru Infreddolita e Lady Snowblood.

Ci sono più giorni tristi da dimenticare, che giorni felici da ricordare

 

Becomix News: a giugno avremo un sistema di caricamento più semplice e il MARKETPLACE!

Le flatulenze filosofiche di Tsuge ne L’uomo senza talento

Da pochissimo è arrivato nelle fumetterie L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge, edito da Canicola e tradotto da Vincenzo Filosa. Recensire un titolo così importante, canto del cigno di Tsuge pronto a ritirarsi dalle scene, è una operazione per la quale non ho le competenze né le abilità. Stiamo parlando di un opera importante, in cui lo scontro tra antiche filosofie orientali e l’individualismo moderno viene filtrato dall’angoscia e dalla disillusione tipica della fine del Novecento. Mi inchino davanti quest’opera e il consiglio dell’acquisto e della lettura è scontato.

Copertina de L'uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge

Ho deciso non di offrirvi una recensione o di approfondire le riflessioni esistenziali, ma preferisco piuttosto prendere spunto dal libro di Tsuge per proporvi un viaggio in alcune tematiche care al paese del Sol Levante. La prima è quella dell’ozio che approfondirò in un prossimo post. Il secondo tema, decisamente più puzzolente, mi è stato suggerito da questa tavola:

tavola de L'uomo senza talento in cui i discorsi filosofici dei due protagonisti vengono interroti da un peto.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso: nell’arte a volte ci si serve del volgare e della bassezza per temi esistenzialmente fondamentali. Una scorreggia come un koan buddista può portare all’illuminazione. La discussione dei due personaggi su concetti estetici, riassumibili nel concetto di bellezza imperfetta wabi-sabi (侘寂), e su come l’individualismo occidentale sia incapace di raccontare l’essenza delle cose viene interrotta da una sonora scorreggia della vecchia moglie. Per quanto si possa dedicare la vita alla ricerca dell’autentica bellezza la realtà con tutte le sue istanze e bassezze ha la precedenza. Una sonora scorreggia può fermare qualsiasi sproloquio sui massimi sistemi.  Immagine dall'emakimono in cui un uomo ribalta un cavallo con un peto.

Bisogna ricordare che in Giappone, come in Cina, esiste tutta una letteratura e un’iconografia sull’argomento. Nel periodo Edo parlare di peti era cosa alquanto comune. Sul tema delle flatulenze possiamo trovare lo He-gassen, l’emakimono che racconta la Battaglia delle scorregge. Il famoso rotolo del 1846 è una riproduzione dell’originale che si pensa sia stato dipinto nel periodo Muromachi (133-1573).

Hiraga Gennai, irriverente “intellettuale” del periodo Edo, scrisse ben due saggi intorno al tema delle flatulenze: lo Hōhiron (Sui peti, 1774) e lo Hōhironkōhen (Sui peti, parte seconda). Questi due saggi in realtà hanno intento satirico verso coloro che, per ignoranza o malvolenza, distorgono gli insegnamenti Confuciani: la loro parola ha valore meno di un peto. Nonostante l’indagine accurata Hiraga giunge alla conclusione che un peto è un peto e nient’altro.

In Cina lo chiamano hōhi, nella zona centrale del Giappone hoku, nella regione di Edo hiru, le serviette di Kyōto onara. Tutti termini diversi, ma sta di fatto che a un peto segue sempre un puzzo.

Hiraga Gennai è decisamente caustico nel qualificare gli studiosi confuciani come heppiri jusha (“studiosi confuciani flatulenti, puzzoni, petomani”): non sono nient’altro che predicatori del niente. Come ulteriore canzonatura nello Hōhiron ad un samurai che sostiene che un vero guerriero, piuttosto di lasciarsi scappare un peto, si suicida, viene risposto:

“L’uomo è un universo in miniatura: il cielo tuona, l’uomo scorreggia”.

Queste due citazioni le possiamo trovare in La bella storia di Shidōken di Hiraga Gennai, a cura di Adriana Boscaro, edito da Marsilio. Per i linguisti cito anche il passaggio originale: 人は小天地なれば、天地に雷あり、人に屁(ヘ)あり. (Hito wa kotenchi nareba, tenchi ni rai ari, hito ni he ari. Traduzione di Adriana Boscaro.) E ritorniamo così alle corrispondenze tra alto e basso della tavola diamantina.

Ulteriore immagine dal rotolo in cui molti uomini scorreggiano e donne puliscono gli orifizi.

Nei manga due famosi peti possiamo trovarli in Dragonball, nello scontro tra Crilin e Bacterian Man del primo Tenkaichi, che (precisazione per gli amanti delle onomatopee) suona come puh.

Immagine del peto di CrilinOppure un’altra scorreggia dal fetore più filosofico del monaco Takuan di Vagabond che suona come baff.

Flatulenze di Takuan in Vagabond

Ancora nel demenziale/geniale Enomoto possiamo trovare peti a volontà (buuuu).

 

Questo viaggio nelle flatulenze dell’estremo oriente ci serve per spiegare quanto si senta nell’opera di Tsuge l’odore del Giappone autentico, tra kashihonya (librerie di libri e manga in affitto) polverose e velodromi, una autenticità oscura descritta da Tanizaki nel suo Libro d’ombra. Il fascino del Giappone infatti è nell’oscurità dei gabinetti tradizionali, nella patina lasciata dal tempo, nelle tenebre del teatro Nō.

Abbiamo schedato L’uomo senza talento su Becomix. Gli utenti del sito possono inserirlo facilmente nella loro collezione o nel marketplace. Per provare, suggerimenti e critiche andate su www.becomix.me o scriveteci a info@becomix.me

Viaggio erotico nel Giappone rurale – Mon village di Jun Hatanaka

Anche quest’anno si è svolto a Kawasaki lo Kanamari Matsuri, la “festa del pene di ferro”, festività shintoista annuale durante la quale grosse statue di peni vengono trasportate su palanchini per celebrare la fertilità. Cito questa particolare ricorrenza per sottolineare come la sessualità, nel mondo rurale giapponese, venga concepita con gioia e naturalezza. Lo shintoismo, che raggruppa tutte le credenze e i kami autoctoni (dività giapponesi), celebra la vita e ciò che è puro, scandendo a ritmo di matsuri lo scorrere delle stagioni e l’esistenza degli uomini senza giudicarne gli aspetti morali. Il Giappone che ci racconta Jun Hatanaka è proprio quello autentico, tra matsuri, mietiture e sesso.

Particolare di un matsuri presente in Mon Village di Jun Hatanaka

Watashi no Mura (Il mio villaggio) di Jun Hatanaka celebra il selvatico e salace modo di vivere del piccolo paese Mizusawa, nel nord del Kyūshū, minacciato dal progetto di costruzione di una diga. Manga impertinente e naturalistico, Watashi no mura è un esempio di fumetto popolare che cattura il Giappone più bucolico e meno stereotipato.

Copertina e Retro di Mon Village di Jun Hatanaka

Gekiga agropastorale, Mon Village (titolo dell’edizione in francese) ci racconta della giovane reporter Ayu, ragazza emancipata di città, che si reca nel paesino per documentare la lotta contro la costruzione della diga. Troverà una comunità profondamente divisa tra favorevoli e contrari, tra politici corrotti e militanti. Oltre alla lotta politica Ayu dovrà confrontarsi con l’esuberante sessualità degli abitanti, inebriati dalla natura. Nel villaggio di Mizusawa la gente si spoglia, si eccita nei fiumi, fa l’amore per le strade, si pratica ancora l’antico rituale del bukkake (!!!).

Ayu e la sua amica praticano un bukkake.

Jun Hatanaka (che significa “in mezzo al campo”) ricordando il suo villagio natale ci parla di ecologia, sessualità ed emancipazione con l’ironia che contraddistigue il suo stile espressivo. Mangaka molto conosciuto, deve la sua popolarità principalmente a Mandaraya no Ryōta (Ryota della locanda Mandala, ancora inedito in occidente), commedia erotica piena di geishe e yakuza. Hatanaka si contraddistingue per uno stile umoristico ma sensuale, a volte grezzo ma dettagliato, saldo alla realtà ma aperto ai sogni.

Per chi volesse leggersi questo fumetto ma non ha il tempo di imparare il giapponese, consiglio l’edizione francese di Le Lézard Noir che come al solito riesce a scovare piccoli tesori dimenticati del manga e a riproporli in edizioni molto curate. Noi di Becomix lo abbiamo già schedato (eccolo!) e consigliamo la lettura agli amanti del fumetto autoriale o dei gekiga.

 

Yokai ed altri mostri in Cat Eyed Boy di Kazuo Umezu

Nel luglio 2016 uscì nelle fumetterie nostrane Cat Eyed Boy del maestro dell’orrore Kazuo Umezu, autore ancora inedito in Italia. Tra i mangaka più influenti di sempre (la sua carriera professionale parte dagli anni ’50) Umezu è un artista poliedrico dalla sensibilità sofisticata. Le sue raffinate illustrazioni unite ad uno storytelling unico offrono al lettore inquietanti storie dal sapore kafkiano, intinte di folklore giapponese.

Copertina di Cat Eyed Boy #1

La pubblicazione di Cat Eyed Boy (tit. o. Neko Me Kozō, traducibile con “il monello dagli occhi di gatto”) partì nel 1967 sulla rivista Shōnen Gaho della Shōnen Gahōsha e durò fino a maggio 1968. Altre cinque storie vennero pubblicate in Shōnen King fino al 1969. Nel 1976 quattro storie conclusero le vicende del ragazzo-gatto su Weekly Shōnen Sunday. Il demonietto arrivò negli Usa nel 2008 nei due omnibus della Viz Media corrispondenti alla ristampa Shogakukan del 2006 per celebrare il live-action.

tavola in cui viene preentato il Ragazzo dagli occhi di gatto

Sono quattro le storie raccolte nel primo volume della Latitudine Sud (per la collezione In Your Face Comix) in cui conosceremo il “ragazzo dagli occhi da gatto”, un mezzo demone vagabondo che occupa le case degli umani dato che non può vivere insieme agli yōkai, gli spiriti giapponesi. Irriverente osservatore, nei racconti di Umezu spesso l’umano è più crudele del mostro. La malinconia pervade le tavole di Umezu spezzate da raccapriccianti avvenimenti e disturbanti yōkai. Se cercate arti umani che prendono vita, scienziati pazzi, sprezzanti entomologi ed evocatori di tsunami questo fumetto fa decisamente per voi.

Doppia pagina di Yokai

Latitudine Sud ci propone l’opera in quattro volumi, il secondo è in uscita a breve. Sarebbe un peccato se non riuscissero a pubblicare l’intera opera, dovremo porci seri interrogativi come popolo. Ulteriore motivo per supportare l’opera è la traduzione diretta dal giapponese, fattore molto importante dato che per la natura della lingua le doppie traduzioni risultano viziate. Le onomatopee sono lasciate così come sono, senza snaturare le tavole, con la traduzione a fianco. Il traduttore è niente meno che il Mister Gekiga Vincenzo Filosa.

Altro spirito giapponese

Cat Eyed Boy è già nel batabase di Becomix e lo potete cliccando su Scheda di Cat-Eyed Boy. Essendo la prima pubblicazione di Umezu in Italia è probabile che negli anni sarà ricercato dai collezionisti.

 

Monster Men Bureiko Lullaby di Takashi Nemoto

Copertina di Monster men Bureiko lullaby

Ci sono autori che innescano una guerra contro tutti i valori della società. Usano le proprie matite come armi per ferire e distruggere simulacri di ideali e valori. Crumb, Pazienza, Martin, per citarne qualcuno. Takashi Nemoto, sotto il vessillo dello heta-uma, è uno di questi soldati. Stupri, omicidi, dismembramenti, cannibalismo, necrofilia, coprofagia, castrazione, ogni tipo di penetrazione… non aspettatevi sconti per nessuno. Nel Giappone della bolla economica, in cui sembrava prospettarsi un futuro radioso e progresso infinito, Nemoto decide di rappresentare protagonisti amorali, sporchi pervertiti sessuali, mostri, tra il passato e il presente, senza alcuna possibilità di riscatto morale.

 

Il termine di heta-uma (Scarso/brutto ma buono/delizioso) fu coniato da King Terry per definire una estetica che stava prendendo piede nell’underground giapponese. In questa corrente rientrano mangaka come Yoshikazu Ebisu (My Man is Punk), Makoto Aida (Mutant Hanako), Suzy Amanake, Takeshi Tadatsu, Osamu Kanno (Zo o Mita Otoko). Con heta-uma si definisce uno stile di disegno grezzo e infantile, dotato però di una forte istanza comunicativa, a volte sensuale (come nei disegni di King Terry), a volte emotive e a volte disturbanti. Possiamo paragonare questo genere a certa musica punk o lo-fi, come Beat Happening e Daniel Johnston, o a certo grezzume noise (Hanatarash, Massonna, Dead C). Nonostante Nemoto si consideri solamente heta-heta, probabilmente fu colui che beneficiò di più di questo termine. Oggigiorno questa scena ormai è scomparsa, molti autori disegnano in stili più tradizionali o sono spariti, ma il nostro Nemoto non ha abbandonato il campo.

Jōnetsu no pengin Gohan di King Terry

Il primo lavoro di Takashi Nemoto comparve sulle pagine della rivista underground Garo nel 1981. Iniziò a disegnare ben prima però , ossessionato da certe tematiche e da un bisogno sfrenato di iconoclastia. Quando era in terza elementare illustrò una storia in cui l’imperatore Hirohito veniva picchiato nei bagni pubblici e costretto infine a “farsela” nelle mutande. Annoiato dal panorama dei manga però a tredici anni si disaffezionò alla nona arte e abbandonò il disegno. Fu Jōnetsu no Penguin Gohan (pubblicato negli States come Penguin Tofu) di King Terry (o Terry Johnson, pseudonimo di Teruhiko Yumura) a riaccendergli l’entusiasmo per i manga e riprendere in mano le matite. Disegnò una storia di 10 pagine che inviò a Garo e venne immediatamente pubblicata. Iniziò così la carriera di uno degli autori più destabilizzanti di sempre.

Eiaculazione di Takeo
La nascita di Takeo

Nel 2008 è stato pubblicato dalla PictureBox Inc. una sua antologia di lavori Monster Men Bureiko Lullaby, originariamente pubblicati in patria nel 1990. Le storie raccolte sono Monster man bureikoh, Pennise life, The sex rogue, The world according to Takeo (Takeo no sekai). Quest’ultimo prende più di metà del volume e racconta la storia dello spermatozoo Takeo, nato dalla masturbazione di un marinaio-stupratore durante esperimenti atomici. La volontà di disgustare e/o di divertire stride in maniera catartica con la pateticità del racconto: le vessazioni subite, la gentilezza di carattere e l’amore incondizionato verso il padre di Takeo ci provocano un forte peso morale, cosa che solo un grande narratore è in grado di fare. Monster man bureikoh, dal retrogusto burroughsiano, narra la storia di un vecchio pervertito in cui il pene, molto più saggio e gentile, prende il possesso del resto del corpo. Spicca la storia breve “The gift of a perverted painter” in cui un pittore fin dalla nascita è ossessianato così tanto dal proprio pene da non riuscire nemmeno a imparare a parlare.

Vignette sul pittore ossessionato dal proprio pene
Il pittore ossessionato dal proprio pene.

Nonostante lo stile scarabocchiato e la volontà di destabilizzare e disgustare, Takashi Nemoto sa raccontare storie che riescono a farci commuovere e divertire. La sua è un’opera potente che pone profondi interrogativi e non ha paura a confrontarsi con tematiche molto serie. Secondo Nemoto l’ultima scena di Takeo no Sekai può rimandare perfino al mantra induista Om Mani Padme Hum che tra le varie interpretazioni può significare “La verità è il Loto”. Per l’autore ciò sta a significare “La verità è nell’utero come sperma”, che esprime perfettamente il significato del racconto. Inoltre a chiudere il volume c’è una postfazione di Kevin Quigley (autore tra l’altro della bellissima antologia Comics Underground Japan) in cui viene tirato in mezzo anche Friedrich Nietzche. (“… We are therefore to regard the state of individuation as the origin and primal cause off all suffering, as something objectionable in itself”, da La nascita della Tragedia).

Se siete amanti del fumetto underground è doveroso procurarsi una copia. Mi raccomando, leggetela lontano da sguardi indiscreti.