DIARIO DELL’IMMIGRATO – Sadbøi di Berliac

Copertina di Sadbøi di Berliac

Sadbøi è una rivendicazione di esistenza. Il protagonista di questo graphic novel/gaijin gekiga è un profugo di guerra, orfano straniero in un paese scandinavo. Al centro dell’attenzione fin da bambino come “cavia da laboratorio” del Programma di Integrazione Sociale, Sadbøi vive in una perenne instabilità, tra case occupate e il carcere.

I servizi sociali si sforzano voglio far diventare Sadbøi un cittadino modello, ma più si sforzano, più il protagonista cerca altre strade, altre etichette. In primo piano abbiamo nel fumetto abbiamo la questione dell’identità del migrante, che la società vuole plasmare in un modo o nell’altro, dimenticandone l’individualità.

«A me interessa solo aiutarti, lo sai?» «Ti aspetti davvero che creda a questa stronzata? Lo fai per sentirti in pace con te stessa.»

Nello straniamento culturale che contraddistingue il mondo contemporaneo, in cui le culture non sono mai state così prossime e così lontane allo stesso tempo, nascono inevitabilmente innesti e contagi. Qualcuno ha criticato l’estetica del tratto e della narrazione di Berliac, timoniere del gaijin gekiga, come troppo derivativa da quella giapponese, arrivando perfino a tacciarlo di “appropiazione culturale”. Berliac ci dimostra quanto l’uomo apolide, senza tradizione, possa affezionarsi a qualsiasi cultura, plasmando la propria unica individualità e traendo elementi da molteplici luoghi: l’universo dell’autore è un mondo in cui Hokusai ascolta vapor-wave, Oslo sembra Neo Tokyo 3 in una monocromia che rimanda al manga alternativo, Seiichi Hayashi su tutti.

scena di sesso omossessuale in carcere

Sadbøi è dedicato a Jean Genet. Prima della stesura definitiva l’autore pensava di realizzarne una versione a fumetti di Diario del Ladro. La tematica dell’indigente pederasta costretto alla prostituzione e al crimine, prominente nel fumetto di Berliac, proviene direttamente dal libro. Berliac si ispira all’inversione di ideali di Genet per descrivere l’emarginazione di oggi. L’autore argentino compie un passo ulteriore, identificando la figura dell’escluso con quella dell’immigrato odierno. Sadbøi, come il protagonista del libro di Genet, modella sé stesso attraverso il capovolgimento vizio/virtù (senza arrivare a certi eccessi del libertinaggio assoluto). È costretto a creare una nuova etica sovversiva: nemico della legge, egli ama i criminali. La delinquenza sfacciata diventa eroismo nel rifiuto più completo della cultura piccolo-borghese.

Sadboi con dietro una scritta anti-migranti

Gli elementi tratti dal manga sono molteplici: dalla struttura narrativa, l’impostazione delle tavole, l’utilizzo dei retini, le onomatopee, l’influenza dell’iconografia, lo stile grafico. Ogni elemento però ha la sua specificità e interiorizzazione: la divisione delle vignette ha un occhio specifico sul mondo shōjo; lo stile delle illustrazioni non è una semplice imitazione dōjinshi, ma piuttosto una interpretazione intimistica del manga d’autore che dimostra una buona capacità di sintesi. Il tratto infatti risultando fresco, incisivo nella sintesi con sfumature sensuali.

La scelta dei font potrà sembrare antiestetica. È invece una scelta affatto evocativa, che ci spedisce nel mondo delle produzioni amatoriali, da cui l’autore proviene solo in parte. Non bisogna dimenticarsi che Berliac non è nato come gaijin mangaka, ma come fumettista piuttosto tradizionale. I suoi primi tre libri editi da La Pinta (DGMW, 5 PARA EL ESCOLASO, RACHAS) sono debitori del grande fumetto argentino, Muñoz tra tutti. Il Berliac che conosciamo noi, quello del gaijin gekiga, è una meta del suo percorso da artista apolide. Con questi font si sceglie allora di rappresentare quel mondo nascosto, esoterico. Un mondo di otaku internazionali che se un tempo si scambiavano albi fotocopiati, oggi si incontrano tra oscure pagine di blog.

Scena di bacio

Il gayjin mangaka ci descrive la rivendicazione dell’individualità priva di sovrastrutture socio-culturali, la riappropriazione del sé fuori dalla morale costruita. L’arma che l’autore utilizza per giungere a tale affermazione è l’arte/crimine, intesa come espediente per incidere l’ipocrisia comune. Se ci avete fatto caso, la “y” non è stata messa a caso. Il riferimento è all’essay Gayjin-mangaka pubblicato su Seinen Crap #2 in cui si dice:

GAY-JIN: Manga non è un genere. È un gender. Iniziare a fare manga per me è l’equivalente artistico (e per me quindi esistenziale) di un coming out. Io mi definisco mangaka come un transessuale nato uomo si fa chiamare “lei”. Se essere un mangaka è qualcosa di più grande di me (uno “spirito”), da esso sarò penetrato tramite una costante appropriazione di tutto ciò che vuol dire essere mangaka (traduzione tratta da fumettologica).

Sadboi pianhe

Il lavoro di Berliac è strettamente necessario, legato alla realtà contingente. Considerando il pressapochismo con cui viene raccontata la maggiore tragedia dei nostri anni Sadbøi è un’opera profondamente politica. Inoltre incarna una necessità pressante: quella di un’arte che sappia comunicare e descrivere con forza, scagliando addosso al lettore il patibolo della realtà. Descrivendo l’emarginazione, il crimine e l’omosessualità Berliac pone le basi della sua “nuova” poetica, proponendo, come novello Genet, un etica sovversiva e nichilista, che rinfaccia la propria differente individualità. Sadbøi descrive una realtà taciuta: sarebbe auspicabile che si legga molto e tanto se ne discuta, tralasciando sterili polemiche ma concentrandosi sulle istanze della realtà.

copertina della versione norvegese

Ultima curiosità personale: L’idea di arte connessa al crimine rimanda ad un’altra opera nata da una catastrofe culturale, la Tetralogia del Mostro di Enki Bilal. I protagonisti legati al passato sanguinoso della guerra in Jugoslavia si muovono in un mondo futuristico prossimo all’oggi descritto da Berliac. Chissà se Sadbøi conosce Warhole (l’artista criminale di Bilal) e che cosa potrebbero combinare insieme.

Sadbøi è presente nel database di Becomix: se ne siete in possesso potete aggiungerlo nella vostra collection, oppure metterlo nella wantlist per aspettare qualche offerta. Se non ce lo avete correte sul sito di Canicola oppure nella vostra fumetteria di fiducia!

 

 

 

 

 

Tale of Sand – Una storia di Sabbia da Henson e Juhl

Tale of Sand – Una storia di Sabbia di Jim Henson e Jerry Juhl disegnata da Ramòn Pérez

Di Francesco Iesu

Tale of Sand è un’opera che ha visto la luce grazie alla riscoperta delle sceneggiatura cinematografica scritta negli anni ’60 dallo scrittore televisivo Jerry Juhl e dal burattinaio Jim Henson. Se i nomi non vi dicono niente, sicuramente conoscerete le loro invenzioni più celebri: Sesame Street e The Muppet Show. All’epoca, nonostante gli apprezzamenti da parte dei diversi produttori cinematografici, non si ottennero finanziamenti. Si credeva impossibile riprodurre le suggestioni e le diverse atmosfere surreali della storia tramite la cinepresa. Sino al 2012 è rimasta nei magazzini della Jim Henson Company che ne detiene i diritti, insieme a quelli di Kermit, Miss Piggy, Bert e Harry e tutti gli altri. Proprio il successo riscosso da questi personaggi allontanò Henson dalla realizzazione dell’opera che a conti fatti rappresentava per lui un’ossessione: nel corso degli anni ha avuto ben tre fasi di modifica.
Grazie alla collaborazione della Jim Henson Company con l’editore americano Archaia e al lavoro di Ramòn Pérez l’opera è stata portata alle stampe.

copertina di Tale of sand

Tale of Sand è un viaggio intrigante e adrenalinico. Sotto un velo di leggerezza nasconde chiavi di lettura profonde. Per entrare nell’ottica dell’opera e della poetica di Hensos sarebbe auspicabile visionare le due opere più vicine per tematiche e stile: il corto Time Piece, candidato ad un Academy Award nel 1966 e il lungometraggio The Cube, uscito nel 1971 per la NBC. Tale of Sand ne rappresenta la summa.
Time Piece è il racconto dell’impossibilità dell’uomo di sfuggire all’incedere progressivo e cadenzato del tempo, con l’ovvia incapacità di impiegarlo nelle attività amate. In Tale of Sand la fuga è finalizzata al raggiungimento di un obiettivo imposto da altri. Le peripezie e nemici che si incontrano sulla strada spesso non sono solo antagonisti, ma riflessi del proprio Io che cerca di sabotarsi. Un Io più grande e più forte di noi, che rappresenta non solo il nostro nemico ma anche le nostre infatuazioni e desideri.
La storia è un ciclo che si ripercuote nella nostra quotidianità e nelle diverse stagioni della vita. È come la teoria dei bisogni: dopo averne soddisfatto uno ne compare subito dopo un secondo, e così via. Non c’è tempo per un attimo di tregua fino al raggiungimento dell’obiettivo, ed è questa la funzione della ricorrente “gag della sigaretta”, che molte volte sdrammatizza la situazione o la esalta.
In The Cube sono mostrate l’incapacità di scappare dalla propria condizione e la ciclicità della vita, mentre Tale of Sand rimane più ottimista, giocoso e presenta più momenti di spiccata ironia.

Rimane il forte elemento meta-testuale. Se in The Cube uno dei personaggi accenna al protagonista che la sua esperienza è meramente quella di un programma televisivo, in Tale of Sand la sceneggiatura stessa è presente come sfondo delle vignette, o inserita nei cartelli del paese in festa, dando un elemento di distacco.

splash page di musica, ballerini e musicisti

Oltre alla sceneggiatura presente come ambiente, il cameo di Henson nella parte del regista che filma una delle scene più adrenaliniche della storia aumenta la sensazione di straniamento. Nell’idea originale dello script ci sarebbe stato il solo cameo, che non avrebbe rafforzato l’idea meta-testuale lasciando bensì una sensazione di simpatica comparsata, fatta per aumentare l’ironia della vicenda. Si ha invece un elemento rafforzativo che mette i binari sulla letteratura dell’assurdo: unaccorgimento che ha sicuramente giovato all’opera. Il fatto che sia uscita come fumetto ha permesso un lavoro sui colori impensabile rispetto alla fotografia dell’epoca. La matita di Pérez ha donato espressività mimica e gestuale ai personaggi, esprimendo gestualità e azione, caratteristica fondamentale della storia.

altra splahpage, uomo e donna brindano in un canion

All’inizio della ricerca vengono donati al protagonista diversi oggetti, che hanno una determinata simbologia e suggeriscono lo spirito della vicenda:
-Lei, la collana di benvenuto hawaiana che ha anche significato di addio. La sua ambivalenza sarà più chiara alla fine della storia;
-La chiave della città, che simboleggia il rispetto che la comunità ripone nel protagonista senza alcun motivo apparente per il lettore (in quanto ai nostri occhi è solo uno straniero di passaggio). Questo dono si scopre presto essere dovuto al fatto che il protagonista abbia accettato di piegarsi ai piani della collettività. La chiave ha molteplici significati. Nel corso della storia verrà frantumata in mille pezzi, a indicare che la ricerca non andrà a buon fine e gli affanni continueranno a ripetersi nel tempo.
-Il mazzo di rose, che nella simbologia dei fiori indicano non solo amore ma anche coraggio, qualità che serve al protagonista per il compimento della missione.

tavola ricca di onomatopee

L’opera si mostra frizzante, veloce, ricca d’azione e di una profondità che si coglie nei diversi gesti e nei pochi dialoghi della storia. Dal punto di vista della narrazione, la struttura delle vignette varia lungo le pagine e permette una lettura incalzante. Pèrez rigetta lo spazio bianco tra le vignette e le classiche griglie. La prima scelta rende la lettura più fluida, permette di usare la pagina nella sua totalità e di unire le vignette in macro-unità narrative altrimenti viste come separate. La seconda dona velocità e ritmo alla lettura. La gestione del colore è l’elemento caratterizzante dell’opera: non è mero elemento decorativo ma serve a creare parallelismi o discordanze tra vignette e pagine vicine.

L'uomo corre con la chiave in mano

Guardando l’immagine qua sopra notiamo il lavoro di Pérez. Il layout (coadiuvato dal colore) permette di distinguere due livelli. Il primo caratterizzato dallo sfondo bianco e dal celeste del personaggio. Il secondo dove sono le varie variazioni di rosa a farla da padrone. Entrambi descrivono la corsa del protagonista: il primo privilegiando un campo lungo, il secondo i diversi dettagli. Con i classici spazi bianchi tra una vignetta e l’altra non avremmo percepito questo come un unicum narrativo, bensì come istantanee di momenti distanti tra loro.
Tra i due livelli ci sono elementi di richiamo, vedasi la colorazione celeste del protagonista che serve ad rafforzare la sensazione di vicinanza temporale dell’azione e permette di rendere le vignette non ripetitive.

splach page di guerra

In questo caso abbiamo un utilizzo dei livelli e della colorazione differente. Ci sono sempre due livelli. Il primo quello caratterizzato dal viola e il secondo dal rosso. Questa splash page nel racconto rappresenta il climax delle precedenti (tutte avevano la medesima scelta cromatica). Le azioni importanti dal punto di vista narrativo sono quelle delle vignette rosse. Il blocco di tre indica l’azione principale della scena che scatenerà la baraonda successiva mostrata nelle restanti vignette viola. In questo marasma le restanti cinque vignette rosse permettono di far chiarezza su ciò che sta avvenendo: la sorpresa del sultano, lo sparo che segna l’arrivo dei rinforzi, il prevalere dei rinforzi sui soldati. Fanno da guida, ci permettono di non perdere il filo.

Per quanto riguarda l’edizione, ci troviamo di fronte ad un libro molto curato che ricorda un Moleskine, sia nell’edizione italiana (edita da Panini: 152 pagine, cartonato, colori – 24,90€) che nell’edizione in inglese (edita da Archaia a 29.99$), di grande formato e che esalta gli ottimi disegni. È presente nel database di Becomix: se lo avete basta aggiungerlo alla propria collezione, se lo volete acquistare usate potete inserirlo nella wantlist e sarete avvisati quando sarà nel marktplace. Cosa aspettate? Iscrivetevi a Becomix!

Aminoacid Boy and the Chaos Order di Diego Lazzarin

Quando è un’istanza comunicativa a spingere l’autore a creare un’opera, beh, non c’è niente che possa fermarlo. Le pagine di Aminoacid Boy and the Chaos Order trasudano ispirazione, lavoro meticoloso e decisione. Diego Lazzarin imposta un fumetto con una narrazzione piuttosto lineare, per lasciare spazio alla espressività delle illustrazioni. Lo stile di Lazzarin, seppur abbia chiari riferimenti all’underground americano (vedi Chippendale o Brinkman) e al surrealismo e i suoi derivati (Chagal, Bacon), ha una chiara impronta personale che ne impedisce una precisa catalogazione. Oro che cola, in un panorama che a volte tenta di ridursi nella scopiazzatura di stili in voga al momento, come sostiene Oral Giacomini.

Copertina di Aminoacid Boy di Diego Lazzarin. Il mostro protagonista è su un bruco mela

Lazzarin inoltre è l’editore di sè stesso: l’opera fisica è stata stampata grazie ad un crowdfunding su Indiegogo. Un’impresa enorme che vede l’autore impegnarsi in più ruoli: portare al successo una campagna non è per nulla semplice e comporta molte ore di lavoro. Come si diceva, quando un lavoro creativo parte da un’urgenza espressiva, niente lo può fermare. La lingua è l’inglese: la riuscita di questo progetto non può essere che internazionale.

Illustrazione di un interno dai colori impressionisti e con figure baconiane

Aminoacid Boy narra le vicende di un alieno che viene spedito sulla Terra alla ricerca del segreto della natura umana. È un racconto di formazione, è suddiviso in capitoli che narrano i periodi della vita di Amino, dalla morte ad un loop eterno. Particolarmente intensa a livello illustrativo è l’infanzia, che ci porta nell’esotico mondo degli arabesque di Matisse, nelle foreste di Ligabue e nei disegni del paziente O.T. (e il cerchio si chiude, considerando che gli Einsturzende Neubauten vengono citati nel libro).

Aminoacid, un ragno e una tigre. Colori verde, giallo, viola, nero, rosa, marrone molto accesi

Chi segue il blog sa che più che semplici recensioni cerchiamo di offrire approfondimenti su delle tematiche. Va da sè che gli argomenti trattati vertano su autori di cui pienamente appoggiamo il lavoro. Amino nella sua adolescenza diventerà il frontman di una punk band, e nel libro sono numerosi i riferimenti alle scene noise o sperimentale. Il tema del freaky frontman mi ha ricordato due film: Bad Boy Bubby, 1993 diretto da Rolf de Heer, tra i più weird di sempre e Drive, 2002 di Sabu, delicata e assurda commedia giapponese. Premendo i link dei film verreti catapultati in localacci pieni di pazzoidi sopra e sotto il palco.

mosca disegnata da Lazzarin

Sostenete il fumetto indipendente di qualità! L’opera è acquistabile dal sito dell’autore ed è presente anche nel Marketplace di Becomix.

Un lungo giro in barca con Fitzgerald – Cerebus Going Home

Cerebus Going Home è sia il titolo del tredicesimo libro di Cerebus, sia il titolo dell’arco narrativo che include anche il volume successivo Form & Void. In realtà i capitoli di Going Home (arco narrativo) sono tre: il primo volume ne contiene due, il corto Sudden Moves e Fall And The River, mentre il terzo Form & Void prende l’intero quattordicesimo phonebook. Sudden Moves inizia dove Rick’s Story si era interrotto. Cerebus e Jaka sono diretti a nord per raggiungere la casa dell’oritteropo a Sand Hill Creek per iniziare una nuova vita insieme. Vagano da taverna in taverna nell’estasi del primo momento dell’innamoramento: quello sciocco, euforico e esilerante. Jaka sembra essere diventata una celebrità, probabilmente grazie al suo background reale e il successo del libro di Oscar (Wilde). Il loro viaggio è facilitato dalle Cirinist che tengono un occhio vigile su di loro. Sudden Moves ci mostra com’è la Estarcion controllata dalle Cirinist fuori dai pub descritti in Guys. Non so quanto tempo Cerebus abbia passato all’interno del pub, ma sembra che la rivoluzione Cirinista si sia stabilizzata completamente.

Tavola paesaggistica di Cerebus Going Home

La società si è ricostiuita o è stata rimodellata, e, in questo capitolo almeno, appare piuttosto pacifica e pastorale. Sempre se si righi dritto, naturalmente, come sfortunatamente si può scoprire nel risveglio di Jaka. Ci sono altre nuvole all’orizzonte. Jaka in un primo momento dice: “Of course this is the ‘beginning’ part. The ‘beginning’ part is easy. We’ll have to see how ‘lucky’ either of us feels after we’ve had a chance to really get on each other’s nerves”.  (Certamente questo è l'”inizio” . L’inizio è semplice. Dobbiamo vedere quanto ognuno di noi si sentirà “fortunato” dopo che avremo avuto l’opportunità di darci sui nervi a vicenda sul serio.)

Jaka pensierosa alla finestraQuesta opportunità apparirà ben presto. Cerebus è esasperato dai loro lento proseguire, mentre Jaka sopporta il non potersi comprare vestiti nuovi ogni giorno (ciò non mi sembra molto realistico: la ragazza che era scappata dai suoi privilegi di aristocratica per diventare una ballerina da taverna sposata con un uomo senza titoli ora è stressata dai suoi vestiti? Nah. Posso accettare che le sue esperienze da Jaka’s Story abbiano avuto un grosso effetto su di lei, ma non riesco ancora a convincermi di questo cambiamento).

Fitzgerald e primi piani del suo occhio stanco

Alla fine salgono su una chiatta, che ci traghetta alla seconda parte, Fall And The River. Il nostro compagno di viaggio è il nuovo furto letterario di Dave Sim, F. Scott Fitzgerald, chiamato F. Stop. Kennedy. Dovremo affrontare 220 pagine del lento viaggio controcorrente di Cerebus e Jaka che conversano nelle ore dei pasti con Kennedy, inframezzati dalla versione di Sim della prosa di Fitzgerald. Questa è presentata come il libro a cui Kennedy sta lavorano, un romanzo chiave su Cerebus, Jaka e lui stesso. È qui dove la storia di Cerebus inizia a crollare, dove Sim incastra quello che gli passa per la testa nella storia, che riguardi l’oritteropo o meno. Quando asserivo che la qualità del fumetto crolla dal numero 220 o giù di lì mi riferivo proprio a questo punto.

Fitzgerard nel suo studio in Cerebus Going Home

Sapete cosa? Mi sbagliavo. A rileggerlo mi è davvero piaciuto Fall And The River. Si prova il piacere di osservare il flusso e riflusso dell’attrazione e la foga dei dialoghi tra i tre personaggi. L’ambiente ristretto e il numero limitato di protagonisti esprime i sentimenti di un dramma teatrale, mentre osserviamo i tre personaggi ruotare attorno all’altro fino alla collisione finale (che è una delle caratteristiche che ha fatto fuzionare molto bene Jaka’s Story). Kennedy sta chiaramente recitando per Jaka e millanta la promessa di un ruolo di musa nella sua presunta colonia di artisti. Questo ruolo è decisamente accativante per Jaka e per la visione che ha di sè, specialmente se si confronta alla proposta di Cerebus, ovvero di dividere la casa con i suoi genitori e passare i giorni a non fare altro che cucinare e pulire.

Fitzgerard e i movimenti della nave

È triste, davvero triste. Cerebus sa che non ha nessun indizio per capire cosa passi per la testa di Jaka. Cerebus può solo capire che c’è qualcosa che non va, ma non ha intelligenza a sufficienza da capire quale sia il problema, e neppure per salvare la situazione o fuggire via. Si agrappa alle parole di Rick “you have to be happy enough for two” come fossero un mantra per tutto il libro, ma questo non funziona, non può funzionare. I nodi vengono al pettine quando Kennedy legge ad alta voce un passo chiaramente basato sulla fragile relazione di Jaka imbarcatasi in Mother & Daughters. È una scossa sismica per il loro legame, intelligentemente comunicato nella pagina da un’interruzione dell’ambiente di Juno verso una scenografica di fiume idilliaco. È un punto di non ritorno, sembra davvero la conclusone del viaggio tra Cerebus e Jaka.

Cerebus, Jaka e F. S. Kennedy a tavola

Precedentemente nel libro una Cirinista intima a Jaka che, volendo, avrebbero potuto sbarazzarsi di Cerebus facilmente. Quando la barca si prepara ad attraccare per l’ultima volta si manifesta concretamente questa minaccia, proprio nel momento in cui Jaka riprova il discorso di separazione con l’amato. Nel porto ci sono dozzine di truppe armate aspettando con l’ovvia intenzione di catturare o uccidere Cerebus. L’oritteropo, inconsapevole, scende dalla plancia per affrontare il suo fato… fino al momento in cui Jaka capisce cosa sta succedendo, corre verso di lui in panico per attraversare il plotone in due, come fossero ancora molto uniti, abbandonando Kennedy e i suoi sogni di mecenatismo. Questa conclusione è l’assoluto contrario di Jaka’s Story. Nel quinto phonebook di Cerebus l’egoismo intenzionale di Jaka mette in pericolo le persone che le gravitano attorno, ma qui lei volta le spalle ai suoi sogni e sacrifica le sue speranze per salvare Cerebus.

Fine del viaggio. sequenze visive di paesaggi

Sono onestamente sorpreso di questa rilettura di Cerebus Going Home, specialmente della seconda parte. Come avevo già detto, è da qui che pensai che Cerebus iniziava a calare progressivamente, almeno sul punto narrativo. L’opera è, ovviamente, stupefacente a livello tecnico. Il disegno e l’impostazione delle tavole sono ai massimi livelli. Dave e Gerhard espandono il vocabolario del fumetto in ogni pagina e molte delle sequenze (la vista post catastrofe di Iest, il giro a 360° intorno al tavolo) possono mandarti fuori di testa. In questa rilettura, ho trovato molti aspetti da apprezzare nella storia. Non ci sono misteri cosmici, nessun grande schema politico, ma c’è un dramma relazionale osservato dannatamente bene. È una recitazione da camera piuttosto che le epiche da megascherma a cui ci avevano abituato fino al numero 200, ma si tratta davvero di una ottima recitazione. Allora Cerebus da dove, sempre se ci sia un momento, inizia a crollare? Vi farò sapere da dopo Form And Void

F. S. Kennedy ubriaco sopra una cassa di gin

(È utile anche notare che come Melmoth anche Cerebus Going Home contenga un capitolo di annotazioni. Quanto uno ci si addentri dipende dall’interesse che il lettora ha verso l’opera di Fitzgerald, ma una volta che uno scorre il peso della ricerca di Dave che riversa sulle pagine, ci sono interessanti intuizioni e preziosi contesti da cui si capiscono maggiormente le parole e azioni di Kennedy nella storia. Ho sempre sperato che Dave tornasse indietro e facesse questo lavoro per tutti gli altri libri, una specie di director’s commentary, ma non credo che ciò avverrà mai.)

Articolo scritto da Dan originariamente pubblicato su Goodreads.

Link database: https://goo.gl/5X2cdf

Altri articoli su Cerebus!

 

 

Una vita cinese – Il tempo del padre e il tempo del partito

Li Kunwu da poco ha iniziato ad essere conosciuto in Occidente: esattamente dal 2009 quando Kana pubblicò Una vita cinese (Une vie chinoise in originale), scritto a quattro mani con lo sceneggiatore Philippe Ôtié. Opera in tre parti, vinse numerosi premi internazionali*  ed è stata tradotta in sedici lingue. L’edizione italiana è stata pubblicata da Add Editore, nella collana Asia curata da Ilaria Benini, che propone saggi e romanzi per avvicinarsi e comprendere meglio un continente sempre più vicino ed in piena trasformazione. Sono reperibili i primi due volumi (Il tempo del padre, 2016 e Il tempo del partito, 2017), il terzo e conclusivo invece, Il tempo del denaro, lo vedremo in questo novembre.

Copertine de Una vita cinese - Il tempo del Padre e Il tempo del partito

Nato nel 1955, Li Kunwu è un manhuajia, un fumettista cinese, specializzatosi nell’illustrazione di propaganda. Le sue illustrazioni sono comparse per decenni sulle pagine del Quotidiano dello Yunnan, oltre che su numerose riviste illustrate. Una vita cinese è quindi scritto da un protagonista della Storia: anche per coloro che hanno solo una vaga idea di dove si trovi l’Impero di Mezzo**, eventi storici come il “Grande Balzo in avanti” e la “Rivoluzione Culturale”, dopo essere filtrati dallo sguardo di un bambino, non saranno più misteri.Tavole di Una vita cinese - il padre dell'autore educa le folle

Non dobbiamo però avvicinarci a questo titolo con il timore di avere di fronte un noioso o istituzionalizzato graphic novel. Questo libro non è una “semplice” autobiografia pedante, tra il classicismo del fumetto francese e l’impostazione di un documentario Rai. A rendere Una vita cinese un documento prezioso è soprattutto l’arte di Kunwu: la paletta bianco e nera mischia influenze tradizionali della pittura a pennello, il fumetto d’autore americano (per dirne uno: Big Man di Mazucchelli) e l’illustrazione di propaganda. Un tratto da “Classico del fumetto argentino” viene filtrato da un gusto ruvido e naif. Certe tavole sembrano illustrazioni di propaganda disegnate da un qualche artista outsider che possiamo osservare nelle gallerie di Art Brut. Un tratto che rivela la preziosa complessità della realtà, che sa esprimere la profonda malinconia ma che riesce a risvegliare la coscienza, concorde alla dicotomia “rivoluzione – controrivoluzione”.

Splendide tavole in cui i ragazzi decidono di cambiare il proprio nome

Il ritmo della narrazione è scandito alla perfezione. Questa autobiografia, profondamente umana, ci fa rivivere il destino della Cina di Mao Zedong (il tempo del padre della nazione, difensore degli umili, semidio indefettibile), al cambio di rotta (raccontato nel secondo volume) con Deng Xiaping, fino ai tempi odierni del denaro. Viaggio appassionante in cui i fatti, nonostante la soggettività del racconto, sono fedelmente riportati. Certo che a rendere l’opera così fruibile al pubblico occidentale l’apporto di Otié, consigliere economico nell’ambasciata dello Yunnan, è stato fondamentale. Il secondo volume è ambientato tra il 1976 e 1980, l’epoca in cui il piccolo timoniere inizia l’avventura economica: “Non importa che il gatto sia nero o bianco, l’importante è che riesca a catturare il topo”.

Due tavole mute in cui il protagonista disegna i suoi compagni

La storia cinese, dalla rivoluzione comunista, non viene più misurata in dinastie, ma per generazioni. Generazioni che passano sempre più in fretta: se si considera Mao Zedong come prima generazione della dirigenza politica, Deng Xiaoping rappresenta la seconda. Xi Jinping, il segretario attuale del partito, fa parte invece della quinta. La velocità dei cambiamenti in Cina si fa sempre più frenetica, destabilizzando i valori e il sentimento nazionale. Il gap generazionale tra coloro che, come Li Kunwu, hanno vissuto la rivoluzione e i giovani individualisti di oggi è enorme. La vignetta qui sottostante, in cui compare l’autore con l’anziano padre, è significativa nel mostrare una certa distanza e la difficoltà di comunicazione.

Nonostante il padre di Li Kunwu sia stato un valoroso rivoluzionario, gli antenati erano dei “bastardi neri” ovvero dei proprietari terrieri. Per entrare nel Partito Comunista, l’unico avvenire della Cina, l’autore farà di tutto, perfino denunciare degli amici stretti. Sette anni nell’esercito e un periodo nell’unità di produzione agricola non basteranno per conquistarsi l’iscrizione al partito. Saranno le sue abilità nel disegno ad avvicinarlo alla sua meta.

Due tavole dal sapore tipicamente cinese

C’è molto di rimosso nella memoria storica cinese. Si dice che Mao fosse 70% buono e 30% cattivo, dimenticando certi eccessi della Rivoluzione culturale. Questo libro è un buon modo per cercare di capire cosa sia successo. Studiare la storia è l’unico rimedio che abbiamo per salvare questo mondo, perchè, citando George Santayana, « Those who cannot remember the past are condemned to repeat it ».

I primi due albi sono già stati schedati nel database:

Il tempo del padre

Il tempo del partito

Se qualcuno fosse interessato a venderlo non dovrà più schedarlo. Sinceramente spero che sia un libro letto e riletto da più persone possibili. Tra le migliori letture di quest’anno.

 

* Il premio d’eccellenza del Japan Media Art Festival; il Dragone d’oro del Gran premio del fumetto cinese; doppia nomina agli Eisner Awards; il premio Château de Cheverny del fumetto storico e il premio del pubblico ai Rendez-vous de l’Histoire de Blois; il premio del pubblico dell’Ouest France du salon Quai des Bulles.

** Cina è scritto da due caratteri (Zhōng) che significa Stato o regno e  (guó)  centro, del mezzo.

Il nuovo fumetto argentino – DisTinta

DisTinta – Il nuovo fumetto argentino

Il fumetto argentino dovrebbe essere morto, ci spiega Martin Perez, il curatore, insieme a Liniers, dell’antologia DisTinta – Nueva historieta argentina. Con il nuovo e prepotente assedio alla cultura delle immagini, costrette in schermi sempre più piccoli, con sequenze sempre più veloci e una attenzione dello spettatore sempre più volatile, il mezzo artistico basato sul disegno a due dimensioni e narrazione sequenziale dovrebbe essere ormai dimenticato da tempo. L’Argentina ha dato il suo vigoroso contributo alla nona arte, basta citare El Eternauta o fumettisti come Quino, Breccia, Muñoz. Non sono bastate la scomparsa di case editrici negli anni novanta, una distribuzione non più capace di portare i fumetti nelle edicole, la crisi dei formati tradizionali causata da internet a distruggere per una buona volta le historias. No, non sono bastate. Se parlare di una nuova età dell’oro può essere esagerato, quello che si può dire, osservando l’antologia DisTinta, è che il fumetto argentino è vivo e gode di una buona salute.

Copertina di DisTinta - il nuovo fumetto argentino - realizzata da Liniers

A fungere da faro per gli autori, è la rivista autoprodotta ¡Suélteme!, in cui militavano autori come Podeti, Pablo Fayò, Pablo Sapia, Diego Parés e Max Cachimba. Pubblicata annualmente in cinque numeri, dal 1995 al 1999, ¡Suélteme! ha rappresentato la vera resistenza della nona arte. Liniers e Perez hanno deciso però di non includerli nell’antologia per mantenersi ancorati alla realtà contemporanea. Le condizioni economiche sono migliorate e dalle fucine dell’autoproduzione finalmente stanno ritornando riviste e libri. Il web aiuta a creare nuove comunità di lettori e appassionati. Per parlare del fumetto argentino di oggi bisogna per forza citare le riviste Fierro e Comiqueando, la fanzine Catzole, il blog Historietas reales, editori indipendenti come Llanto de Mudo. Grossomodo i 33 autori presenti nell’antologia derivano da queste realtà.

ARIEL LOPEZ V.

Lopez V. (V non come Vendetta, ma dal cognome della madre Verdesco) è di Mataderos. Lavora per il proprio studio di animazione Caramba e si è aggiudicato premi internazionali. Ha pubblicato su Fierro, Rolling Stone e il supplemento Si del quotidiano Clarin. Ora sta lavorando al suo primo graphic novel, Continente, grazie ad una borsa di studio vinta ad Angouleme. Un triangulo perfecto è la storia inedita che compare sull’antologia: un’avventura che ha il sapore borgesiano, dove le sperimentazioni grafiche non nuocciono alla narrazione. Questo link per accedere ad altre figate del suo blog.

 

Doppia tavola molto psichedelica in cui i protagonisti viaggiano in un altra dimensione in cui abita un mostro con testa triangolare

Due tavole dal sapore pop-sperimentale

camila torre notari

Da più di dieci anni Camila Torre Notari pubblica storie brevi e autobiografiche sul suo sito, Blogui Comics. Super prolifica, racconta a fumetti da quando ha diciannove anni e studiava disegno all’Università de Moron e fumetto nella scuola Eugenio Zoppi. Militante dell’autoproduzione, ha scritto anche Como armar un fanzine (Come fare una fanzine). Amante della pizza (ha perfino una fanzine dedicata al piatto più buono del mondo), cura il festival dell’Associazione Civile Viñetas Sueltas. La storia dell’antologia è stata scritta apposta e narra una delle tipiche problematiche di una band: avere un membro che non si sbatte per niente.

 

sempre tavole dallo stesso racconto. c'è una band che suona

Delius

Maria Delia Lozupone porta avanti una doppia carriera: una di libri per l’infanzia, con cui si firma con il proprio nome, e un’altra di fumettista che parla di maternità, amore, dello scorrere del tempo, della natura, di relazioni umane. In questa seconda carriera la sua firma è quella di Delius. Attualmente sta lavorando ad un progetto nuovo e Volver a verte, il racconto dell’antologia, ne farà parte.

tavole in bianco e nero con un disegno naif

sempre tavole in stile naif

Ezequiel Garcia

Ezequiel Garcia è stato il co-editore di El Tripero e al momento è il direttore artistico delle illustrazioni e dei fumetti per la rivista Crisis. Inoltre cura e organizza mostre e collezioni. Dopo il libro del 2013 Creciendo en publico Garcia ha deciso di abbandonare lo stile autobiografico che lo contraddistingueva per gettarsi in opere più sperimentali. Servicio con inteligencia emocional, il racconto da cui abbiamo tratto le immagini, è il secondo capitolo di un libro in costruzione (il primo comparve sulla rivista Un Faulduo). Che dite, deve continuare su questa strada?

Tavola pop-sperimentale

Gato Fernandez

Dopo aver studiato sceneggiatura e lavorato insieme a Carlos Trillo, Gato Fernandez ha collaborato a riviste come Fierro e Clitoris, rivista esclusivamente di autrici femminili. Il racconto dell’antologia, Historia de una nena y Dios (Storia di una bambina e Dio) si basa su un abuso sessuale realmente accaduto e fa parte di un progetto autobiografico ancora in fase di lavorazione.

tavole con un stile vagamente francese

Maria Luque

Illustratrice editoriale, dal 2005 espone i suoi lavori in musei e gallerie. Si è avvicinata al fumetto grazie alle opere di Powerpaola e Marjane Satrapi. Il racconto Una invitacion è legato ai suoi ricordi di infanzia, quando andava al compleanno del nonno. C’erano molte giacche in pelle vera perché all’inizio degli anni novanta la gente non era molto ecologista, ci spiega.

stile da pittura espressionista

Pablo Vigo

Erede della grande tradizione indie nordamericana (Clowes, Ware, Tomine) Pablo Vigo è una figura di spicco nel panorama nazionale. Illustratore del quotidiano La Nacion, fa parte degli autori di Editorial La Pinta, ha curato l’antologia Tabula Rasa (2009), pubblicava sulle riviste Maten al Mensajero e Doppelganger. Era una noche tormentosa nasce dal suo amore verso i racconti dell’orrore dei leggendari EC Comics.

 

Semola Souto

Con amici ha creato il delirante Lule Le Lele, serie durata quindici numeri. Oggi fa parte del collettivo umoristico e satirico Alegria e si occupa di restauro, realizza storyboard cinematografici. Parkelandia, il fumetto nell’antologia, è stato pubblicato su Fierrito, il supplemento a Fierro. Qui viene raccolto per la prima volta tutto insieme.

mostriciattoli come pokemon che litigano

 

Ho mostrato solo 8 dei 33 autori presenti nell’antologia. La scelta è stata solamente dettata dal mio gusto personale, ma ogni autore è molto valido. Il fumetto argentino nonostante le sfide resiste ancora. Questo perché è uno dei medium artistici che permette più libertà espressiva, perché i lettori, tramite lo spazio bianco delle vignette, si impossessano dell’opera, perché è evasione e impegno. LUNGA VITA AL FUMETTO!

 

 

 

Appello a Marco Corona – Dov’è finito Walt?

Scrivere e illustrare un fumetto, che abbia la forma di libro o di romanzo, non è compito semplice. Ancora più arduo è scrivere una storia a forma di elefante e, che io ne sappia, solo una persona ci è riuscito. Impostare una narrazione non lineare è una scelta scellerata. Chi è il coraggioso che decide di rappresentare solo i simulacri del significato? Solo chi è genuinamente folle, con un coraggio cieco ed esperianza concreta, riesce nell’impresa.

Copertina di L'ombra di Walt di Marco Corona

Nel 2008 Marco Corona ci regalò L’Ombra di Walt, una finestra su un mondo più reale del vero. Un luogo mesto, squisitamente povero, dove la guerra c’è già stata e la grande depressione aleggia nell’aria ricoprendo come polvere invisibile ogni cosa. Walt è un artista che ritrae le puttane e colleziona frammenti di pellicole, ricordi di un passato che sta scomparendo. Gli acquarelli delle tavole di Corona svaniscono e incidono come pugni.

Illustrazioni di prostitute

Leggere L’Ombra di Walt appaga pienamente e riesce. Concretizza le inquietudini e prevede gli anni che verranno, anni in cui il passato viene sempre più dimenticato e i sogni non consolano. In Walt Corona riesce a fare sintesi di tutta la sua esperienza. Surreale, non spiegabile, o invece il contrario. Ma capire, nell’epoca della morte dell’intelligenza, a che serve? Solamente conta l’esperienza di per sè. Difficile, molto difficile riuscire nell’impresa.

Copertina de L'ombra di Walt 2 di Marco Corona

Corona, senza colpo ferire, regala un seguito. A.D. 2009 nelle fumetterie arriva L’Ombra di Walt 2. La strada diventa ancora più ampia. I colori risplendono, proprio come frutti marci. Anzi, proprio nel momento in cui il colore del frutto è al suo massimo e non può che marcire. Il marcire, il destino dell’ halber-mensch è lì dietro l’angolo, anzi dietro la pagina. Rimani stupito dopo la lettura. Per un attimo alleggi nella nuvola sacra dell’imbecillità.

La morte vestita di rosso in una borgata di montagna. Illustrazione di Marco Corona
Quarta di copertina – Immagine tratta dalla pagina fb dell’autore

Il secondo episodio racconta il prima della guerra, quando il pittore promettente deve affrontare il compito più difficile, ovvero diventare un artista “mantenente”. Il carnevale, con le sue maschere che nascondono ghigni epilettici, è condizione perenne nella città. Il mondo alla rovescia, il caos. Chiuso nel suo studio Walt con la sua arte rigorosa deve mettere ordine.
Il grande Carnevale nella città di Walt. Illustrazione di Marco CoronaNel mercato nero si può trovare qualsiasi cosa, ma sopratutto vengono spacciate storie. Un attore racconta tramite un grammofono tre storie: L’Oca Malata, La morte regnava sovrana nel piccolo villaggio di Q. e Il pittore promettente. Nell’ultimo racconto si ritorna quindi a Walt. Un ritorno che appare come un martellare filosofico. I vecchi dissero, ci sarà la guerra, ma nessuno prestò credito alle loro parole e nessuno fece nulla. Una stagione al’inferno in cui la gente non fa altro che festini e tutto il vino scorre.

Che il pittore promettente sia Marco Corona?
Immagine presa dalla pagina Facebook dell’autore


In seguito Corona, sbattendosene allegramente le palle, continuò deciso il suo cammino. Non sapremo più nulla di questa dimensione ombrosa, i misteri rimangono velati. I simboli, simulacri di significato, da quasi un decennio restano minacciosi e senza via d’uscita. C’è da dire che non ci è mai stato promesso alcunchè. Tra Roma e Pinocchio, Corona non si cristallizza mai. Noi, però, chiediamo pubblicamente a Corona di ritornare veggente e di raccontarci ancora del mondo di Walt. Corona, vogliamo L’Ombra di Walt 3. Ne abbiamo bisogno. Capiamo che le istanze artistiche non ti tengono fermo, abbiamo visto la tua evoluzione tra Bestiari Padani, artiste messicane, La Colombia, i Riflessi. Non ti chiediamo di ritornare al passato, ma semplicemente di riaffrontare un mondo. Forse non siamo in tanti ad averne bisogno, ma il bisogno nostro è una moltitudine. Dov’è finito Walt? Cosa fa oggi? C’è ancora il governo provvisorio? Come sta l’uccello? C’è una possibilità di rendenzione a tutta questa polvere? Ci regalerai ancora tavole belle come questa?

Sul database sono già stati schedati: L’ombra di Walt,  L’ombra di Walt #2. Sicuramente io non metterò mai in vendita questi due volumi e credo che ormai non siano di semplice ritrovamento.

 

Tecniche per rubare riviste e istruzioni per una vita migliore – Piccoli furti di Michael Cho

Doppia tavola in bicromia di Piccoli Furti

Una delle qualità del fumetto come mezzo espressivo è la capacità di riunire sulla carta molte tematiche. Queste tematiche vengono filtrate dall’autore attraverso la sua poetica, la sua narrazione, il suo punto di vista. Il fumetto ha un’occhio verso il mondo esterno e verso quello interno dell’autore e dei lettori. Questi ultimi, dovendo creare i collegamenti mentali tra una vignetta e l’altra, si inseriscono nello spazio bianco e così facendo si impossessano dell’opera. Shoplifter, o Piccoli Furti,  di Michael Cho è un fumetto estremamente ben riuscito: l’autore riesce a narrare una storia ben salda alla nostra contemporaneità, dando il suo punto di vista narrativo ed espressivo, catturando il lettore che dopo la lettura si sente coinvolto e più ricco.

Copertina di Piccoli furti

Edito da poco in Italia da Rizzoli, ma uscito nel 2014 in USA e Canada per Pantheon, Piccoli Furti racconta un momento decisivo della vita di Corinna Park. Laureatasi in letteratura inglese, si immaginava un futuro di romanzi e letteratura, ma si ritrova incatenata al suo lavoro di pubblicitaria dove aveva iniziato a lavorare per pagarsi i debiti universitari. Tra compagni d’azienda, social network e un gatto che non dispensa affetto, l’unico momento in cui si sente viva e quando ruba le riviste nello store locale. Tecnica di furto che ci viene spiegata nel dettaglio, caso mai ci volessimo cimentare anche noi.

Due tavole in cui la protagonista si lamenta del rapporto con il gatto

Il mondo va verso la catastrofe ambientale, i social sono un’ulteriore patina di ipocrisia tra noi e il prossimo, il lavoro per le corporation non è che colorire i sogni dei clienti. Impersonificarsi con la protagonista risulta piuttosto semplice per la nostra generazione cresciuta nelle illusioni del progresso e che si deve confrontare con una realtà ben più complessa. Il lettore fa subito suo il libro, diventa un ladro d’opera, come la protagonista del romanzo grafico.

Tavole di riflessione della protagonista. Compare anche un orso polare in un igloo che si sta sciogliendo

La narrazione è chiara, le tavole sono divise nettamente. Il tratto è deciso e nitido, allo stesso tempo classico e moderno. Secondo il giornalista John Semley il suo stile ricorda la pop art di Roy Lichtenstein e l’estetica della silver age. L’utilizzo della bicromia rosa pantone e nero suggerisce una emotività virtuale dell’era dei social media, con una rimembranza verso un passato di plastica degli ’80s. Nonostante queste tinte e la protagonista femminile non è un graphic novel esclusivamente per signorine, il messaggio di Cho riesce nella sua universalità: dare una svolta alla propria vita, cercare di realizzarsi not matter what.

Tavole in cui spiega come rubare una rivista

Piccoli furti è il debutto di Michael Cho, autore nato nella Corea del Sud ma spostatosi in Canada in giovane età. Oggi vive a Toronto. I suoi lavori sono apparsi su molte riviste e ha lavorato per case editrici come Random House/Knopf e Penguin Books. Inoltre ha creato il webcomic Papercut. La versione americana/canadese è schedata su Becomix, per vedere la scheda basta cliccare qui.

Il ritratto di una normale famiglia disfunzionale – Bottomless Belly Button

Un imponente brossurato con una copertina di cartone (riclicato?), come fosse un enorme mattone di fumetto. L’aspetto esteriore di Bottomless Belly Button si contraddistingue subito da altre seriose graphic novel (arrgh!!!) per la sua esuberanza visiva. Nel dorso ci troviamo già molte informazioni: titolo (Bottomless Belly Button appunto), autore (Dash Shaw, un fumettista che “has been praised before“), tipologia di libro (fumetto), genere (family comedy, drama, horror, mystery, romance), non consigliato ai bambini (con ritratto di sei personaggi infantili presenti nel fumetto crocettati in volto), prezzo (29,99 $ con maggiorazione in Canada), editore (nientemeno che Fantagraphics Books) e sito internet dell’editore. Questo per farci capire “l’importanza” di un dorso di un brossurato di 720 pagine.

Copertina, dorso e backcover di Bottomless Belly Button

L’interno continua a offrire spavalderie visive (esercizi di prospettiva, rebus, lettere, codici segreti, mappe) atti a descrivere l’universo della Looney Family alle prese del divorzio dei genitori dopo quarant’anni di matrimonio. Bottomless Belly Button è una manifestazione di virtuosismo sul fumetto e ogni particolare (dal vuoto al pieno) è meticolosamente curato. Shaw sa usare saggiamente gli espedienti del mestiere riuscendo ad  elevare la scrittura del fumetto come espressione artistica propria.

frontespizio di Bottomless Belly Button

Commedia e tragedia si mischiano nelle pagine, facendo interagire le personalità e le disfunzionalità dei protagonisti. Mamma e papà Looney chiamano i tre figli per comunicare la loro scelta di divorziare, semplicemente perché non si amano più. Ovviamente i tre figli reagiscono secondo le loro (inadeguate) personalità: il più grande rifiuta la scelta dei genitori e ignorando la moglie e il figlio si getta alla ricerca (tra passaggi segreti e polverosi libri fotografici) del reale motivo della separazione, la secondogenita è alle prese con la figlia adolescente ricordando il proprio divorzio mentre Peter, il più giovane (un ventiseienne disegnato con la faccia da rospo e mani alla Mickey Mouse), affronta la propria inadeguatezza e solitudine. Grazie alla nipote adolescente Peter troverà il coraggio di approcciarsi ad una ragazza.

prospettiva dall'alto della famiglia Looney a tavola

Nonostante la sua mole e nonostante l’autore ci consigli di prenderci una pausa tra una parte e l’altra (tre in totale), Bottomless Belly Button è una lettura compulsiva e difficilmente ci si riesce a staccare. Shaw riesce a coniugare, soluzioni tradizionali e meta-narrazione, ironia e umiliazione, il vuoto ed il pieno. Significativo ed eloquente mostrare solo in un’occasione il viso di Peter, nel momento in cui capisce di non essere un ranocchio di fronte alla sua ragazza.

I Looney discutono a tavola

Designato come uno dei “Best Books of the year” dal Publisher Weekly, tra le “Top 10 Graphic Novels” di Booklist e candidato alla selezione ufficiale di Angouleme del 2009, BBB ha tutte le caratteristiche di un’opera importante. Grossa lacuna nel mercato editoriale nostrano, aspettiamo speranzosi un pubblico più attento alle uscite internazionali.

Ormai entrambe le edizioni sono fuori catalogo (copertina nonna/copertina nonno), è acquistabile digitalmente o, per chi lo sa, a breve su Becomix. Nel frattempo è già stato schedato, quindi chi vuole votarlo, aggiungerlo alla collezione o metterlo in vendita può farlo semplicemente loggandosi e andando nella pagina dedicata.

 

 

Un perverso senso di insoddisfazione – Wilson di Daniel Clowes

Da pochissimo è uscito nelle sale statunitensi Wilson, diretto da Craig Johnson e basato sul fumetto omonimo di Daniel Clowes. Anche questa volta, come in Ghost World e Art School Confindential, lo troviamo in veste di sceneggiatore. Non è un valido motivo per riprendersi in mano il fumetto?

Copertina di Wilson di Daniel Clowes

Wilson è formato da 70 tavole, ognuna delle quali può essere letta singolarmente a modo di one-page gag. Tra una tavola e l’altra passano giorni o anni. Come spiega in un intervista, la storia è quella che il lettore interpreta tra una tavola e l’altra. L’idea di impostare il lavoro in pagine singole nacque nel periodo in cui lavorava per il Times.

Quando iniziai “Wilson”, mi piaceva l’idea che le persone potessero leggere solamente una o due pagine e non necessarimaente il libro intero, che riuscissero a rimanere soddisfatti dalla lettura, leggendo semplicemente una pagina alla volta.

Wilson è il primo libro di Clowes ad essere pubblicato senza essere prima apparso a puntante nel suo Eightball, come Ghost World o David Boring. Continua però la rappresentazione di un disicanto verso la realtà, della solitudine e della frustrazione, che ci offre un perverso senso di consolazione.

Prima tavola di Wilson in cui dopo definirsi una persona socievole, chiede di fare silenzio a una passante

Clowes sceglie una varietà grafica per rappresentarci la vita del cinico e inetto protagonista, archetipo dell’uomo contemporaneo. Passando dal realistico al cartonesco, dalla monocromia a tavole molto accese, dalla commedia al dramma l’autore ci offre la molteplicità per descrivere la vita.

Tavola disegnata in stile cartoonesco

Non abbiamo ancora visionato la pellicola, per ora si sa che le critiche sono state tiepide. Calorosamente però vi invitiamo alla lettura del fumetto. E intendiamo “fumetto”, non graphic novel, perchè come spiega Clowes nell’intervista per il sito Mother Jones, il secondo è un termine terribile.

Non si tratta di romanzi, per la maggior parte si tratta di memorie. “Graphic” implica un romanzo illustrato, e non si tratta di ciò. Ho pensato che la gente avrebbe detto: “è un fumetto, perchè stai cercando di fregarci?” Ma funzionò: oggi “Graphic Novel” significa qualcosa di molto specifico. Generalmente la gente sentendo queste due parole capisce di che tipo di libro si tratta. Mi arrendo, funziona. Hanno vinto i ragazzi del branding.