DIARIO DELL’IMMIGRATO – Sadbøi di Berliac

Copertina di Sadbøi di Berliac

Sadbøi è una rivendicazione di esistenza. Il protagonista di questo graphic novel/gaijin gekiga è un profugo di guerra, orfano straniero in un paese scandinavo. Al centro dell’attenzione fin da bambino come “cavia da laboratorio” del Programma di Integrazione Sociale, Sadbøi vive in una perenne instabilità, tra case occupate e il carcere.

I servizi sociali si sforzano voglio far diventare Sadbøi un cittadino modello, ma più si sforzano, più il protagonista cerca altre strade, altre etichette. In primo piano abbiamo nel fumetto abbiamo la questione dell’identità del migrante, che la società vuole plasmare in un modo o nell’altro, dimenticandone l’individualità.

«A me interessa solo aiutarti, lo sai?» «Ti aspetti davvero che creda a questa stronzata? Lo fai per sentirti in pace con te stessa.»

Nello straniamento culturale che contraddistingue il mondo contemporaneo, in cui le culture non sono mai state così prossime e così lontane allo stesso tempo, nascono inevitabilmente innesti e contagi. Qualcuno ha criticato l’estetica del tratto e della narrazione di Berliac, timoniere del gaijin gekiga, come troppo derivativa da quella giapponese, arrivando perfino a tacciarlo di “appropiazione culturale”. Berliac ci dimostra quanto l’uomo apolide, senza tradizione, possa affezionarsi a qualsiasi cultura, plasmando la propria unica individualità e traendo elementi da molteplici luoghi: l’universo dell’autore è un mondo in cui Hokusai ascolta vapor-wave, Oslo sembra Neo Tokyo 3 in una monocromia che rimanda al manga alternativo, Seiichi Hayashi su tutti.

scena di sesso omossessuale in carcere

Sadbøi è dedicato a Jean Genet. Prima della stesura definitiva l’autore pensava di realizzarne una versione a fumetti di Diario del Ladro. La tematica dell’indigente pederasta costretto alla prostituzione e al crimine, prominente nel fumetto di Berliac, proviene direttamente dal libro. Berliac si ispira all’inversione di ideali di Genet per descrivere l’emarginazione di oggi. L’autore argentino compie un passo ulteriore, identificando la figura dell’escluso con quella dell’immigrato odierno. Sadbøi, come il protagonista del libro di Genet, modella sé stesso attraverso il capovolgimento vizio/virtù (senza arrivare a certi eccessi del libertinaggio assoluto). È costretto a creare una nuova etica sovversiva: nemico della legge, egli ama i criminali. La delinquenza sfacciata diventa eroismo nel rifiuto più completo della cultura piccolo-borghese.

Sadboi con dietro una scritta anti-migranti

Gli elementi tratti dal manga sono molteplici: dalla struttura narrativa, l’impostazione delle tavole, l’utilizzo dei retini, le onomatopee, l’influenza dell’iconografia, lo stile grafico. Ogni elemento però ha la sua specificità e interiorizzazione: la divisione delle vignette ha un occhio specifico sul mondo shōjo; lo stile delle illustrazioni non è una semplice imitazione dōjinshi, ma piuttosto una interpretazione intimistica del manga d’autore che dimostra una buona capacità di sintesi. Il tratto infatti risultando fresco, incisivo nella sintesi con sfumature sensuali.

La scelta dei font potrà sembrare antiestetica. È invece una scelta affatto evocativa, che ci spedisce nel mondo delle produzioni amatoriali, da cui l’autore proviene solo in parte. Non bisogna dimenticarsi che Berliac non è nato come gaijin mangaka, ma come fumettista piuttosto tradizionale. I suoi primi tre libri editi da La Pinta (DGMW, 5 PARA EL ESCOLASO, RACHAS) sono debitori del grande fumetto argentino, Muñoz tra tutti. Il Berliac che conosciamo noi, quello del gaijin gekiga, è una meta del suo percorso da artista apolide. Con questi font si sceglie allora di rappresentare quel mondo nascosto, esoterico. Un mondo di otaku internazionali che se un tempo si scambiavano albi fotocopiati, oggi si incontrano tra oscure pagine di blog.

Scena di bacio

Il gayjin mangaka ci descrive la rivendicazione dell’individualità priva di sovrastrutture socio-culturali, la riappropriazione del sé fuori dalla morale costruita. L’arma che l’autore utilizza per giungere a tale affermazione è l’arte/crimine, intesa come espediente per incidere l’ipocrisia comune. Se ci avete fatto caso, la “y” non è stata messa a caso. Il riferimento è all’essay Gayjin-mangaka pubblicato su Seinen Crap #2 in cui si dice:

GAY-JIN: Manga non è un genere. È un gender. Iniziare a fare manga per me è l’equivalente artistico (e per me quindi esistenziale) di un coming out. Io mi definisco mangaka come un transessuale nato uomo si fa chiamare “lei”. Se essere un mangaka è qualcosa di più grande di me (uno “spirito”), da esso sarò penetrato tramite una costante appropriazione di tutto ciò che vuol dire essere mangaka (traduzione tratta da fumettologica).

Sadboi pianhe

Il lavoro di Berliac è strettamente necessario, legato alla realtà contingente. Considerando il pressapochismo con cui viene raccontata la maggiore tragedia dei nostri anni Sadbøi è un’opera profondamente politica. Inoltre incarna una necessità pressante: quella di un’arte che sappia comunicare e descrivere con forza, scagliando addosso al lettore il patibolo della realtà. Descrivendo l’emarginazione, il crimine e l’omosessualità Berliac pone le basi della sua “nuova” poetica, proponendo, come novello Genet, un etica sovversiva e nichilista, che rinfaccia la propria differente individualità. Sadbøi descrive una realtà taciuta: sarebbe auspicabile che si legga molto e tanto se ne discuta, tralasciando sterili polemiche ma concentrandosi sulle istanze della realtà.

copertina della versione norvegese

Ultima curiosità personale: L’idea di arte connessa al crimine rimanda ad un’altra opera nata da una catastrofe culturale, la Tetralogia del Mostro di Enki Bilal. I protagonisti legati al passato sanguinoso della guerra in Jugoslavia si muovono in un mondo futuristico prossimo all’oggi descritto da Berliac. Chissà se Sadbøi conosce Warhole (l’artista criminale di Bilal) e che cosa potrebbero combinare insieme.

Sadbøi è presente nel database di Becomix: se ne siete in possesso potete aggiungerlo nella vostra collection, oppure metterlo nella wantlist per aspettare qualche offerta. Se non ce lo avete correte sul sito di Canicola oppure nella vostra fumetteria di fiducia!

 

 

 

 

 

GAIJIN MANGAKA – JAPAN STRIKES BACK

Wanna read it in english? Here it is the traslation by Berliac!

dall’invasione americana ai gaijin mangaka

Verso la fine del secondo volume de La mia vita in barca di Tadao Tsuge c’è un felice ritrovo di pescatori che, trasportati dai fumi dell’acool, si lasciano andare in discorsi sui massimi sistemi. Parlano del passato, della guerra, delle responsabilità, delle violenze perpetuate e dell’invasione americana.

«L’occupazione dell’esercito americano ha abolito il sistema feudale e convertito il paese alla democrazia, introducendo una serie di riforme e innovazioni culturali encomiabili. Ci sono voluti anni per capire a pieno quale fosse stata la portata dell’occupazione americana. Ma ormai avevamo assorbito la cultura occidentale attraverso i film e le innovazioni introdotte. Perciò… siamo passati sopra le tante contraddizioni per via dei benefici di cui godevamo.»

Vignetta di La mia vita in Barca 2 con Kagemaru e Astroboy

Che in queste vignette Tsuge decida di inserire due simboli del fumetto giapponese (Astroboy di Tezuka e Kagemaru di Sanpei Shirato) è significativo per esplicitare quanto il manga (e di conseguenza l’animazione) sia stato fortemente influenzato dall’occupazione americana e dalla cultura occidentale in generale. Se dal dopoguerra in avanti il Giappone ha dovuto e voluto arricchirsi culturalmente, ha d’altro canto preparato un rigoroso contrattacco: ha invaso le televisioni mondiali con un’impressionante ondata di cartoni animati, predilingendo spesso la quantità alla qualità. Non c’è nulla da stupirsi se oggi ritroviamo l’estetica nipponica (da quella più rigorosa della tradizione a quella più kawaii del fumetto popolare) in ogni dove. Al di là delle grosse produzioni e delle comunità otaku, esistono autori e illustratori che si rifanno ad estetiche del fumetto autoriale e di sperimentazione, dall’heta-uma al gekiga, creando evocativi ibridi culturali.

Fabio Ramiro Rossin

Berliac, che recentemente è stato anche accusato di appropriazione culturale (sì, proprio nel 2017, lo abbiamo incontrato all’ Oslo Comix Expo), ha curato un’antologia per la casa editrice Kuš! raggruppando una serie di autori che possono essere considerati dei veri e propri Gaijin mangaka. Certo, non si può parlare di una scena vera e propria, dato che il fumetto indipendente rimane non coeso e fortemente individualista, ma si possono comunque tracciare coordinate per capire lo sviluppo di questa estetica per monitorare gli interessanti sviluppi di illustratori pieni di talento. Tra gli autori italiani rappresentati di questa corrente possiamo citare Fabio Ramiro Rossin e Vincenzo Filosa, che con Viaggio a Tokyo omaggia i grandi maestri del gekiga, Tadao Tsuge in primis.

Vincenzo Filosa

Non tutti gli autori presenti nell’antologia Gaijin Mangaka possono essere considerati fumettisti veri e propri: Ben Marcus affermerà che nel volume pubblicò la sua storia più lunga (8 tavole), Xuh invece si dedica maggiormente alla pixel art che alla narrazione mentre ancora Nou si dedica molto alla pittura.

 

Ben Marcus

Ben Marcus è nato nel 1983 e vive e lavora a Chicago. I suoi lavori si possono vedere su Lumpen Magazine o nelle sue autoproduzioni. Inoltre è un DJ attivo a Chicago e Berlino. In un’intervista rivela che sta ancora studiando il mezzo espressivo del fumetto e ciò che apprezza maggiormente nei manga è la narrazione cinematografica, che richiede molto lavoro di illustrazione. La proporzione dei visi è una caratteristica importante del suo lavoro:

The proportions of the facial features is important to me and I draw and re-draw them. Too many times. I wanted my characters to have a contemplative complexity to them. A depth of consciousness that a sense of animation is born of. (da Behind the comics)

 

Tavola colorata in cui un uomo dalla pelle blu si butta in piscina

Tavola fantasy dal sapore di Ken Shiro
Sadness Of Time, edito da Tan & Loose Press.

Potete ascoltare parte della sua produzione musicale su at soundcloud.com/deejaypluto e visitare il suo negozio online su http://goodbyepress.bigcartel.com/

Nou

Nou, classe 1985, abita a Portland dove gestisce una piccola casa editrice di fumetti e realizza graffiti. Collabora con la rivista Emergence. Il suo medium preferito è la pittura.

doppia pagina di uno spillato autoprodotto. A sinistra una ragazza nuda a destra la scritta I stand in front of him

Donna con vestito floreale

Nou mentre dipinge su tela con acrilici

Potete visitare il suo blog su http://nsncv.tumblr.com/

GG

GG nasce in Canada nel 1981. Cresciuta nella prateria iniziò a scrivere e illustrare storie e questo fu un modo per sentirsi meno isolata dal resto del mondo. Secondo Gaijin Manga il suo fumetto preferito è Elegia in Rosso di Seiichi Hayashi. Sulla sua tecnica GG spiega:

In questi giorni lavoro principalmente in digitale. […] I miei primi fumetti erano stati realizzati con matita e carta ma non mi piaceva perchè una volta finito la storia e scannerizzata, non sapevo dove tenere tutta quella carta. Mi sembrava inoltre uno step aggiuntivo dovere scansionare e poi pulire le scansioni dato che potevo farlo direttamente dal computer. Io cerco sempre di capire come rendere più efficente il mio lavoro perchè i fumetti mi prendono molto tempo. (da Behind the comics (19) )

Tavola molto elegante da Gaijin Mangaka in cui una ragazza iniza a perdere sangue dal naso

Xuh

Illustratrice polacca nata nel 1991. Non ha scritto molti fumetti, ma sperimenta diverse tecniche, tra cui la pixel art e Oekaki. Potete visitare il blog di Xuh e visitare lo store pieno di gadget. Nonostante si sia avvicinata al disegno grazie a Naruto e affermi che il suo manga preferito sia Sunny di Matsumoto Taiyō traspare una delicata inquietudine, nata probabilmnete dal proprio tempo. Le sei tavole di Untitled in Gaijin Mangaka, ricche di tensione morbosa riservano una dichiarazione d’intenti: non sono giapponese, è la parola ad esserlo.Tavola di Gaijin Mangaka in cui un ragazzo dice "I'm not (japanese). The word is.

ragazza con sguardo torbido in pixelart

Ragazzo dark in pixelart

Luis Yang

Luis Yang è un fumettista spagnolo nato nel 1993. I suoi lavori sono comparsi in molte fanzine spagnole ed è il cofondatore di Sacoponcho e Nimio. Quest’ultimo progetto partì come autoproduzione e si concluse con Nimio. Fantasìa Final pubblicato da Ediciones La Cùpula. Si dichiara illustratore daltonico ed evita l’utilizzo di troppi colori. I suoi fumetti appaiono stralunati shojo manga dal forte sapore gekiga. L’utilizzo del monocromo di Tabako, il racconto su Gaijin Manga, ricorda Hana saku minato (Flowering Harbour) di Hayashi. Luis Yang riesce però a far proprio il linguaggio risultando originale. Potete leggere una storia, You Know who I am, racconto pubblicato su Vice e visitare il suo blog su http://suscrofad.tumblr.com/

Una ragazza strappa la sigaretta dalla bocca all'amica. Tavola di Gaijin Mangaka

manifesto del Gutter Fest 21017

Una coppia in stile shojo manga
Insta Kareshi “Insta – fidanzato”

 

Unomoralez

Finiamo il viaggio tra i gaijin mangaka con Unomoralez, pseudonimo di un uomo di quarantaquattro anni residente a Mosca, autore non compreso nell’antologia. Si dedica alla pixel art e osservando i lavori, illustrazioni o animazioni in loop, entriamo in un universo di mistero fatto di atmosfere metafisiche, in cui Maruo incontra Lovecraft e Lynch gira una animazione di Mizuki.

illustrazione in pixel art di una ragazza in un corridoio

 

yokai in un night club

Potete osservare i suoi lavori su https://unomoralez.com/