Triblo Reblog: il gekiga di Tatsumi Yoshihiro

Sono usciti vari approfondimenti su Tatsumi Yoshihiro, padre del gekiga, curati dalla nostra redazione. Per singolare coincidenza, nessuno di questi scritti è stato pubblicato sul nostro blog. Riassumiamo qui.

REBLOG 1 – Ritratto d’artista

Il primo articolo che vi proponiamo è stato pubblicato su Bananaoil, rivista online di fumetto e critica (da non perdersi It will all hurt di Farel Dalrymple). L’approfondimento curato da noi, dal titolo Un teatro della crudeltà, è ritratto intimista, una riflessione di come nel gekiga di Tatsumi ci sia uno svelamento del sè umano, mostri un patibolo della realtà. In questo senso il paragone al teatro della crudeltà di Antonin Artaud, uno spunto su come ancora il gekiga di Tatsumi stimoli un masticare filosofico.

copertina di città arida di tatsumi yoshihiro

REBLOG 2 – Dal Buraiha al gekiga

Il secondo lavoro è una postfazione di Città Arida, edito da Coconino – Fandango. Per il quarto volume pubblicato nella collana Coconino Gekiga anche qui si è voluto contribuire negli studi di Tatsumi offrendo qualche spunto confrontando la letteratura decadente Buraiha con il gekiga. Certamente le due correnti artistiche non possono venire assimilate, però è comune un sentir malinconico dettato dal contesto storico.
Il paese della letteratura è la solitudine, dice lo scrittore Sakaguchi Ango.

tavola de Città arida. Un barman se ne ritorna a casa.

L’articolo, Dal Buraiha al Gekiga, è stato in seguito pubblicato da Fumettologica. Va aggiunto che lo shishosetsu influenzerà principalmente Tsuge Yoshiharu, che saprà unirci un surrealismo del tutto particolare.

Folla di gente

Reblog 3 – Midnight Fisherman (recensione breve)

Probabilmente la prima collaborazione con lo Spazio Bianco, recensione breve della raccolta di racconti Midnisght Fisherman. Tatsumi ci racconta di una gioventù che sogna spazi aperti, ma che si ritrova in miseri monolocali a consumare triste sesso all’orecchio di tutti.
Non c’era proprio niente di romantico nell’essere giovani.

<Ogni volta che vomiti, diventi più forte nel reggere i liquori.>
da Una vita tra i margini

 

Nel database di Becomix troverete molte opere catalogate, e se ne avete da aggiungere, fatevi avanti!

 

L’esordio fumettistico di Tsuge Yoshiharu

Se c’è una metafora ricorrente sul posizionamento di Tsuge Yoshiharu nella storia del manga è quella dei picchi gemelli, in cui sulla cima della montagna del manga commerciale troviamo Tezuka Osamu, mentre nell’altro, su quello del manga artistico, introspettivo o “controculturale”, ci troviamo Tsuge. Di Tsuge conosciamo quindi la profonda influenza nel panorama del Watakushi manga (“Manga dell’io”), o come esponente di punta del gekiga o ancora come padrino dell’underground e del manga alternativo. Pochissimo di lui è stato tradotto: in inglese sono presenti solo alcune raccolte comparse su The Comics Journal (Nejishiki, “Modello a vite”, dal link è possibile leggere la traduzione) o su Raw di Alt Spiegelman (Akai Hana, “Fiori Rossi” e Oba Denki Mekki Kōgyosho, “La fabbrica galvanostegica Oba”). Non possiamo dire che sia un autore conosciuto all’estero dai gaijin. Quest’anno Canicola ha pubblicato l’ultimo libro di Tsuge, Munō no hito o in italiano L’uomo senza talento, uscito precedentemente in Francia (2004) e Spagna (2015).

copertina di Giovinezza di Tsuge con autoritratto davanti la pioggia

La scoperta di un fumetto adulto e drammatico, antecedente rispetto A Contract with God di Will Eisner, da parte di un pubblico sempre più bisognoso di letture adulte, sta facendo arrivare molti autori questi autori stanno arrivando anche qui in Italia (sono stati pubblicati tre libri del fratello Tadao, Hayashi Seiichi, Hanawa Kazuhiko, Tatsumi Yoshihiro, ecc), ma Tsuge Yoshiharu rimane in parte ancora un mistero.

I critici dividono l’opera di Tsuge in tre periodi: l’inizio della carriera (1955-1965), il periodo Garo (1965-1970) in cui, in un primo momento dopo una crisi nervosa, lavorò come assistente di Mizuki Shigeru, e il periodo post Garo (1970-1987), con Munō no hito a segnare la fine della carriera. Probabilmente il periodo che più ha influenzato i mangaka è quello Garo, con l’introduzione dei temi autobiografici (Chico, Oba Denki Mekki Kōgyosho e Shōnen, “Il ragazzo”) e quella del sogno (Nejishiki, Yoshibō no hanzai, “il crimine di Hanzai”), ma soprattutto grazie alla capacità di descrivere una mestizia dell’esistenza senza pari (Tōge no inu, “Il cane del Valico” o Numa, “La palude”).

Se con Munō no hito stiamo conoscendo l’ultimissima parte della carriera e della vita di Tsuge, niente sappiamo dell’esordio. Grazie alla biografia presente in Tsuge Yoshiharu Shoki Kessaku Tanpenshū (Antologia delle opere giovani di Tsuge Yoshiharu) abbiamo a disposizione molte informazioni che non sono trascurabili per una esatta comprensione delle tematiche biografiche. Partiamo quindi dall’inizio fino a giungere alla prima pubblicazione, raccontata nel racconto Shōnen, apparso nel luglio 1981.

biografia di riferimento

Tsuge nasce nel 1937 a Kazushika (Tokyo). I genitori erano in viaggio dalla prefettura di Fukujima all’isola di Izu Ōshima, dove intendevano trasferirsi. Il fatto che sia nato in viaggio è curioso, dato che questo sarà un elemento ricorrente della vita e dell’opera. Sull’isola il padre lavorava come itamae, cuoco giapponese. I primi quattro anni di vita del piccolo Yoshiharu furono tranquilli. Nel 1941 nacque Tadao e si trasferirono nel paese natio della madre a Ōhara, un villaggio di pescatori nella prefettura di Chiba. Il padre invece si trasferì a Tokyo per lavoro e tornava dalla famiglia molto raramente. La madre lavorava a casa, vendendo ghiaccio d’estate e gestendo un ristorante di oden in inverno. Yoshiharu iniziò a frequentare la scuola materna, ma il carattere molto timido causato dall’autismo non gli permetteva di integrarsi. Verso la fine dell’anno il padre venne ricoverato all’ospedale di Tokyo per un malanno fisico. Venne dimesso, ma di nuovo in viaggio per lavoro la sua condizione peggiorò e in un ryokan (albergo in stile tradizionale) e spirò in preda ai deliri. Il piccolo Tsuge assistette alla morte del padre insieme alla madre e ne conservò un ricordo di terrore.

ritratto della famiglia misera di Tsuge
– Mamma, è uscito finalmente il mio manga! – Quanto ti hanno pagato per questo?

Dopo la morte del padre nel ’43 la famiglia si trasferì a Katsushika (Tokyo). La madre iniziò a lavorare in una fabbrica di munizioni e mentre non era a casa, i due fratelli custodivano il piccolo alloggio di 4 tatami e mezzo. Quando Yoshiharu iniziò ad andare a scuola, le incursioni aeree americane devastavano la città. Una volta si ferì lievemente con un proiettile inesploso trovato in un fiume. Già in quel periodo il suo unico divertimento era disegnare.

autoritratto di Tsuge in giovinezza

Dopo il grande bombardamento di Tokyo del 10 marzo ’45 venne evacuato con il fratello nella prefettura di Niigata, nella località termale di Akakura. Per chi volesse approfondire su come fosse la vita di questi giovani sfollati consiglio la lettura di Gen di Hiroshima di Nakazawa Keiji. La vita in comunità era troppo dura per Yoshiharu che si ammalò di eritrofobia. Come tutti i giapponesi, ascoltò in radio il messaggio di sconfitta dell’imperatore in cui, tra le varie cose, negava la sua origine divina. Tornò a Tokyo insieme a Tadao verso ottobre. La vita a Katsushika non era semplice, per sopperire ai bisogni della famiglia non bastavano i lavori di sartoria o da ambulante della madre. Erano così poveri che dovettero trasferirsi un edificio in rovina vicino la stazione.

La fabbrica galvanostegica Oba di Tsuge Yoshiharu

Nel ’46 la madre si risposò. Il genitore adottivo fu sempre molto duro con i ragazzi. In quel periodo però Yoshiharu impazziva per i manga come Norakuro (di Tagawa Suiho, in Italia è arivato come Nora, cane di leva) e Tank Tankurō (di Sakamoto Gajo). La madre aprì un centro scommesse nel mercato nero che però rimase chiuso a lungo. Nacque la prima sorella del nuovo matrimonio. In quel periodo, il patrigno della madre di Yoshiharu, ex-pescatore divenuto ladro durante la guerra, lo coccolava regalandogli fumetti di Tezuka Osamu. Il nonno però non era paritario nel trattamento dei nipoti e maltrattava il fratello Tadao.

Con l’arrivo della seconda sorella la casa diventò sempre più affollata. Per un anno Yoshiharu e il fratello non andarono a scuola, ma vendevano giocattoli e caramelle in bancarelle improvvisate o lavoravano per un piccolo teatro. Fu uno dei periodi più poveri della famiglia.

A undici anni, nel 1948, Tsuge divenne amico di O (così è segnato nella biografia). I genitori gestivano un ristorante cinese di Soba e ogni giorno Tsuge aiutava l’amico nella preparazione dei wonton. Iniziava a fermarsi anche a dormire da questa famiglia ed era sempre più raro vederlo a casa. Insieme a O sognava di diventare marinaio, ma dati i suoi problemi di autismo, eritrofobia e antropofobia aveva terrore degli incontri sportivi scolastici e arrivò a tagliarsi con un rasoio pur di non partecipare.

Il giovne Tsuge mette il braccio in una vasca di acido

Nel 1950 finì le scuole elementari e non si iscrisse alle medie. Preferì andare a fare l’apprendista nella fabbrica galvanostegica del fratello maggiore. Gli straordinari lo obbligavano a lavorare fino a tardi e lo stipendio arrivava sempre in ritardo. Per questo motivo decise di provare a lavorare in un giornale, ma presto dovette ritornare nella piccola fabbrica. Il tempo a disposizione per i manga e per i film diminuiva. L’anno successivo iniziò a lavorare per il padre adottivo nell’impresa tessile famigliare, ma non resistendo alle vessazioni del patrigno scappò di casa. Salì clandestinamente su una nave, venne scoperto e passò una notte in carcere.

Come in un loop, Yoshiharu ritornò nella fabbrica in cui lavorava il fratello e di nuovo cercò di fuggire su una nave. Voleva arrivare a New York, ma venne scoperto in alto mare, nei pressi dell’isola di Nojimazaki. Questa volta ritornò a lavorare nel negozio dell’amico O e passava dalle 9 alle 2 di notte a preparare, chissà, prelibati wonton. Lavorò nel ristorante cinese per un anno, per poi tornare nella fabbrica del fratello. Il loro sogno era di poter aprire una piccola fabbrica insieme.

– Tsuge chan, è uscito il tuo manga!

Arriviamo finalmente nel 1954, l’anno delle prime pubblicazioni. Decise di diventare mangaka chiuso in stanza, durante una crisi di antropofobia, considerando che fare il fumettista, almeno, era un lavoro in cui non doveva avere a che fare con altre persone. Andò a visitare Tezuka Osamu a Tokiwasō e riuscì a chiedergli i prezzi delle commissioni. Rafforzò la sua decisione di diventare un mangaka professionista. Mentre lavorava nella fabbrica mandava a case editrici i primi fumetti yonkoma (fumetti a quattro vignette), e venne accettato da Tsūkai Book. I primi tre fumetti pubblicati furono Hannin dare da!! (“Chi è il colpevole?”), Kisōtengai (“Inimmaginabile”)e Naaanda (“Cooosa?”). Nel racconto Shōnen, che si apre e si chiude con il giovane Yoshiharu che immerge un topo nel cianuro di potassio, ci descrive uno spaccato di vita patetico, le pericolose condizioni lavorative, le prime tentazioni sessuali. Era così povero che quando entrò nella libreria e vide la sua prima pubblicazione non aveva i soldi per comprare la rivista. La commessa gli prestò i soldi con sensualissima gentilezza. Nel primo yonkoma pubblicato e nelle prime opere lunghe (Minato no Rirī chan “Riri del porto” e Soko Nashi Numa “Palude senza fondo”) lo stile è chiaramente derivativo da Tezuka: la seconda montagna non si sarebbe potuta sviluppare senza la prima, anzi possiamo essere sicuri che il Dio dei Manga abbia seminato dure radici in tutto il manga stesso.

Un ragazzo colpisce una palla con una mazza da baseball. La palla colpisce un signore che si lamenta del bernoccolo. Il giovane colpisce il bernoccolo che diventa una palla e schizza via. prima pubblicazione di Tsuge Yoshiharu

Inimmaginabile!

Sbam!

Ahi! Chi è stato?

Perché mi hai fatto questo bernoccolo?

Basta far così!

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Nejishiki – modello a vite (traduzione)

1Per chiarezza, in questo articolo rispettiamo l’ordine giapponese per cui il cognome viene sempre anteposto al nome.

2Possiamo citare Yamane Sadao, Tezuka Osamu to Tsuge Yoshiharu: Gendai Manga no Shuppatsu-ten (Osamu Tezuka and Yoshiharu Tsuge: The Starting Point of Modern Manga.),Hokuto Shobo, 1983 e Marechal Beatrice, On Top of the Mountain: The Influential Manga of Yoshiharu Tsuge. In The Comics Journal, 2005.

Il cane del valico – Tsuge Yoshiharu

Il Cane del valico – un racconto di TsugeTitolo in giapponese - Il cane del valico di Tsuge Yoshiharu

 

Le tavole mostrano un cane mesto che viene maltrattato e fugge dal protagonista

1.

Goro è il cane della casa accanto. Circa un anno fa vagabondava randagio da queste parti.

Non so perchè, ma il suo orecchio destro non si muove.

È un cane davvero poco socievole. Non credo sia stato coccolato molto.

Ogni tanto viene ferito alla testa e fugge da me. Probabilmente viene punito perché non svolge bene il suo ruolo di cane.

2.

Goro non ha amici nel vicinato con cui giocare. Difficilmente esce dal giardino.

Di solito si diverte a catturare vermi o piccoli uccelli.

Ultimamente mi sveglio al mattino presto, sarà per colpa dell’età.

Penso che il tintinnare dei passi dei passerotti sul tetto sia dovuto ancora alla rugiada.

Invece è Goro che beve l’acqua.

Le sue azioni sempre più silenziose esprimono la sua asocialità.

Il protagonista parte per la montagna e il cane lo accompagnia per un tratto. Al ritorno il mercante incontra due ragazzi pescatori

3.

Sono un venditore ambulante. Giro per le stazioni termali vendendo stoffe alle donne di servizio.

Quando parto per un viaggio Goro mi accompagna fino all’incrocio della strada principale.

4.

Forse viene per salutarmi. Mastica un po’ di erba e abbandonato da tutti torna sui propri passi.

Di solito mi viene ad aspettare anche quando torno.

«Ehi! Mi dareste un po’ di pesce?»

«Eh? Volevo mangiarlo noi.»

Comprato il pesce, ritorna a casa ma il cane non c'è. riparte per un viaggio

5.

«Io sono sazio, lo darò al cane.»

«È un peccato dare una cosa così buona ad un cane!»

È la prima volta che porto un souvenir a Goro.

È la prima volta che ci penso… è ingiusto.

Goro era scomparso da dieci giorni.

Passò un altro inverno.

6.

Aspettai che la neve si sciogliesse e ripartii.

Al solito incrocio senza pensarci girai a destra.

Da questa strada superati due monti si esce dal Valico Gassho, ma…

Non sono luoghi adatti al mio commercio. Non ci sono mai andato.

Per me è solo una strada senza affari, ma… ad un tratto… non mi sembrò di aver fatto un grosso errore.

Boschi, montagna. La sagoma di un monaco, la sagoma di un cane. Il mercante ritrova Goro

7.

Il nome Gassho (合掌, congiungere le mani) deriva dal fatto che tempo fa in cima al passo un mendicante, volgendosi a ovest, si lasciò morire con le mani congiunte. Per questo motivo il passo venne così chiamato.

Sembra che il mendicante fosse il Grande Bonzo del Paese dell’Ovest. Non so perchè abbia lasciato la vita da monaco e sia diventato un mendicante.

8.

Incontrai Goro in un negozio di tè del valico.

Era indubbiamente lui.

Si capiva dall’orecchio destro che non si muoveva.

«Goro!»

Il mercante dialoga con un anziano venditore di te. Il mercante si mette a dormire e piove.

9.

«Se lo chiami in quel modo non avrai risposta! Si chiama Hachi.»

«È un cane bizzarro… Due anni fa era scomparso, ma inaspettatamente è ritornato.»

«Non so dove abbia gironzolato per un anno.»

Nonostante sapessi dove fosse stato non dissi nulla.

Riflettendo non c’è da stupirsi sul suo comportamento.

Anche i cani avranno i loro pensieri.

10.

Oppure io… venendo in questo valico allo stesso modo… per caso… forse solo perchè così mi sentivo di fare…

Devo ritornare alla strada da dove sono venuto.

Ma non c’è motivo per cui tornare.

Piove dalla scorsa notte. Goro è sdraiato in una capanna.

Come sempre solitario… Non so se la sua condizione ricordi me stesso.

Il viandante cammina sotto la pioggia. Ultima vignetta la statua di un statua buddhista

11.

Chiamarlo Goro, chiamarlo Hachi… forse è completamente indifferente.

Scesi dal passo molto lentamente.

FINE

La statua finale è un Jizo Bosatsu, protettore dei viaggiatori e dei bambini. Le foto sono tratte dalla raccolta Nejishiki, edito da Shogakukan nel 1994.

Il cane del valico venne pubblicato nell’agosto 1967 su Garo. Questa traduzione è offerta esclusivamente per scopo divulgativo. Far conoscere l’importanza di Tsuge in Italia è una sfida e cerchiamo di fare il possibile affinchè questo autore venga conosciuto. Copyright di Tsuge Yoshiharu.

All works copyright of Tsuge Yoshiharu. No money is being made from the production or maintenance of these pages. They are meant for the divulgation of Tsuge work.

Traduzione di futdedalus

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Appunti su Nejishiki

Appunti su Nejishiki di Tsuge Yoshiharu

Quest’anno, probabilmente, l’uscita editoriale più importante in Italia è stata la traduzione de L’uomo senza talento di Tsuge Yoshiharu: l’ edizione Canicola tenta di colmare un’assenza ingiustificata di uno degli autori giapponesi più amati e più influenti. L’opera di Tsuge però non manca solo in Italia: se Munō no Hito è arrivato in Francia e Spagna (Ego comme X nel 2004 e Gallo Nero nel 2005) rimane ancora praticamente inedita nei paesi anglofoni. Grandi maestri come Spigelman e Mazzucchelli ne hanno tessuto le lodi. Anzi, Spiegelman ha fatto molto di più: ha pubblicato due racconti nella sua mitica rivista antologica RawAkai Hana, fiori rossi lo troviamo nel numero sette (Vol.1) e Oba Denki Mekki Kogyosho (“Oba’s Electroplate Factory”) nel numero 2 (Vol.2).

Illustrazione finale di un racconto di Tsuge Yoshiharu
Oba Denki Mekki Kogyosho (“Oba’s Electroplate Factory”), Raw #2 (Vol.2)

In Giappone però l’opera completa di Tsuge, a differenza di autori come Tatsumi (le cui prime opere gekiga si possono trovare esclusivamente nelle biblioteche*), continua a essere ristampata: nel 1993-1994 Chikuma Shōbō ha pubblicato l’opera completa di Tsuge in 9 volumi (つげ義春全集 Tsuge Yoshiharu Zenshū) e nel 2008-2009 lo stesso editore le ha ristampate con compertina morbida (つげ義春コレクション Tsuge Yoshiharu Korekushon).  

Ragazza che va a riempire un secchio d'acqua
Akai Hana da Raw #7

Se, tra i racconti di Tsuge, cerchiamo quello che più ha influenzato la produzione a fumetti giapponese, sicuramente incapperemo in Nejishiki (ねじ式 traducibile con “Modello valvolare” o “Stile vite”).  Il racconto fu pubblicato sulle pagine di Garo Magazine #47 del giugno 1968: fu uno spartiacque paragonabile ai fumetti gekiga di Matsumoto e Tatsumi. Sia Hanawa Kazuichi sia Imiri Sakabashira ammettono di aver iniziato la carriera di mangaka proprio dalla lettura di questo racconto breve. Ispirato da un sogno** durante un viaggio nella prefettura di Chiba, Nejishiki narra la ricerca di un medico da parte di un ragazzo ferito da una medusa: presto si scontrerà con l’indifferenza del mondo (che è sordo e muto come cantava Gardel), rendendosi conto che a nessuno interessa salvarlo. Non gli resta che aspettare la morte. Carico di immagini simboliche nella povertà rurale dettata dalla fine della guerra, il viaggio del protagonista continua su un treno “al contrario”, una visita alla madre e finalmente la scoperta di un medico disposto a curarlo.

Tavola preparatoria di Nejishiki di Tusge Yoshiharu
Immagine tratta da https://fromdusktilldrawnblog.wordpress.com/2016/05/04/screw-style-by-yoshiharu-tsuge-jp-1968/

In molti sostengono che sia proprio questo racconto ad inaugurare l’introduzione di una narrativa del sogno (o dell’incubo). Secondo il poeta Amazawa Taijirō, se nei primi racconti ci aveva abituato ad un punto di vista privato, contestualizzabile nella corrente dello shishōsetsu***, in Nejishiki l’ambientazione diventa più insolita e il protagonista è intrappolato in un incubo. Il villaggio di pescatori Futomi, (prefettura di Chiba), è filtrato dallo sguardo onirico dell’autore: la grande capacità di Tsuge è quella di rendere universale l’incubo del protagonista.

Tavola in cui si vede la valvola chiudi arteria
Scansione della tavola da https://fromdusktilldrawnblog.wordpress.com/2016/05/04/screw-style-by-yoshiharu-tsuge-jp-1968/

Come Matsuo Bashō, il grande maestro di haiku del periodo Edo, anche Tsuge era un istancabile viaggiatore. A volte veniva accompagnato dal fotografo Kitai Kazuo. Sono molte le opere in cui racconta esperienze tratte dai suoi viaggi. Per citare qualche titolo come Akai Hana (il fiore rosso), Nishibeta Mura Jiken (Il caso del villaggio Nishibeta), Futamata Keikoku (La valle Futamata), lo splendido Gensenkan Shujin (Il padrone del Gensenkan). Spesso questi viaggi erano dettati da esigenze spirituali e letterarie, come il viaggio del 1967 da Noto, Hida, Chichibuchi e Izu sulle orme dello scrittore Ibuse Masuji (scrittore ancora inedito in Italia, conosciuto sopratutto per il libro Kuroi Ame, La pioggia nera, su Hiroshima da cui Imamura trasse uno splendido film). La letteratura giapponese sul viaggio è molto ampia, si nutre e si amplia con continui riferimenti storici, culturali e naturali. La catena di rimandi che amplifica le riflessioni poetiche sono pressochè ermetiche per i non giapponesi: è probabile che Tsuge stia arrivando così tardi in Occidente sopratutto per la sua natura culturale strettamente nipponica. Nejishiki, tradotto in Screw Style, venne pubblicato sulle pagine di The Comics Journal #250 nel Febbraio 2003, assurdo se consideriamo che nel 1989 il fumetto veniva adattato in videogioco per la piattaforma PC-9800!

Un uomo nudo nell'albergo
Gensenkan, da Raw #2 (Vol.2)

Se l’influenza di Tsuge è stata fondamentale per l’evoluzione dalla narrazione dell’io a quella del sogno (considerando anche i racconti Yume no Sanpo, Passegiata dei sogni, o Yoshibō no Hanzai, Il crimine di Yoshibō), altrettanto importante è stata la maniera realistica di rappresentare il nudo femminile. Secondo l’editore Gondō Susume Tsuge, disegnando la nudità in maniera realistica ed esponendo in prima persona le sue fantasie e desideri, ha innescato un modo nuovo di rappresentare la sessualità in molti altri autori.**** In Nejishiki troveremo una ambigua ostetrica che dopo la prestazione sessuale curerà il protagonista, sistemando una protesi a forma di rubinetto nell’arteria ferita. L’ostetrica chiama questa terapia «○×方式» (traslitterato in nejishiki), ammonendo di non chiudere il rubinetto altrimenti fermerebbe la circolazione sanguigna nel braccio.

Parodia di Neshijiki
Immagine di Watase no kuni no nejishiki tratta dal web

Ad inserire Tsuge nell’olimpo dei mangaka, al pari di Tezuka Osamu o di Mizuki Shigeru, del quale Tsuge fu assistente per un breve periodo nel 1965, sono in moltissimi. Possiamo citarne qualcuno al di fuori del “gruppo Garo”: tra cui Hirokane Kenshi (mangaka dai forti connotati sociali conosciuto per Hyūman Sukuranburu e Hello Hedgehog), Satō Shūhō (tra le opere principali c’è Burakku Jakku Yoroshiku, ma qui in Italia si è parlato soprattutto di Bokuman) , Kariya Tetsu (scrisse il soggetto di UFO Senshi Daiapolon, giunto in Italia nel 1982 col nome di UFO Diapolon) e Yoshinaga Fumi (pluripremiata autrice di shojo; cliccando sui link andrete alle interviste in cui gli autori parlano di Tsuge). Nejishiki ha avuto anche parodie: nel manga comico Makaroni Hōrensō (Maccheroni di spinaci) di Kamogawa Tsubame e nel manga Watase no kuni no Neshijiki di Eguchi Hisashi, in cui il ragazzo protagonista viene fatto vivere nel mondo del mangaka Watase Seizō. Un riferimento a Nejishiki però compare anche in un manga che conosciamo tutti: Dr Slump & Arale. Akira Toriyama ha deciso di modellare il personaggio di Neshijiki (che compare in tre episodi) dal macchinista del treno di Tsuge: entrambi portano la maschera della volpe da teatro Nō che si può vedere spesso nei matsuri, le feste tradizionali giapponesi.

Nejishiki di Toriyama
Il macchinista di Neshijiki porta una maschera da volpe
Il macchinista di Neshijiki

*Come ci racconta Ryan Holmberg nella postfazione di Inferno di Tatsumi (Coconino 2017).

**Frederik L Schodt, Dreamland Japan: Writings on Modern Manga (2 ed.), Stone Bridge Press (1999)

***Shishōsetsu o Romanzo dell’Io (私小説) è un genere letterario appartenente alla letteratura giapponese, usato per indicare un tipo di romanzo confessionale dove gli eventi nella storia raccontata corrispondono agli eventi della vita dell’autore. Uno dei romanzi più rappresentativi di questa corrente è Futon di Katai Tayama.

****Gondō Susume, Tsuge Yoshiharu Gensō Kikō (Il viaggio fantastico di Tsuge Yoshiharu), Rippu Shobō, 1998

 

 

I mostri della pietà filiale – The Box Man di Imiri Sakabashira

Se amate gettarvi i viaggi psicotropi, se vi siete persi ne La Deviazione di Moebius e se coltivate incubi giapponesi nella vostra libreria, The Box Man di Imiri Sakabashira fa decisamente al caso vostro. Lontano dal reame del fumetto tradizionale, The Box Man riassume vent’anni di fumetto di avanguardia giapponese. Pubblicato a puntate sulle pagine di Ax (dalla stessa rivista abbiamo parlato di Prima della prigione), venne inclusa nell’antologia Aka Taitsu Otoko (赤タイツ男, L’uomo in calzamaglia rossa), mentre l’uscita Drawn and Quartely è del settembre 2009.

Copertina di The Box Man di Imiri Sakabashira. Un motorino corre su un tetto in lamiera

Imiri Sakabashira nasce nel 1964, quando Tatsumi aveva già portato a conclusione la rivoluzione gekiga. Una volta laureatosi tornò a vivere come normale impiegato nel suo paese natale, fino a quando Nejishiki di Yoshiharu Tsuge arrivò alle sue mani. Fu così commossò da quest’opera che decise di diventare anche lui mangaka. Il suo debutto fu sul numero 300 di Garo, nel 1989. I racconti di Imiri Sakabashira da subito si contraddistinsero per l’assoluta surrealtà e incoerenza. Vive tutt’ora a Shizuoka dove ha la compagnia teatrale e un gruppo garage, i Roden Ginza (漏電銀座). È sposato con la mangaka Pan Migiwa, anche lei tra le irregolari di Garo, che viene chiamata dal marito “Uchi no Kami san”, la mia dea.

Il gatto-mollusco

The Box Man ci racconta di un uomo che trasporta una scatola, accompagnato da un mollusco antropormorfo simile ad un gatto. Chi o cosa sia esattamente trasportato nella scatola ci viene raccontato alla fine, durante il tragitto però vediamo uscire enormi chele da granchio, o rospi velenosi pischedelici. La rivelazione finale permette molteplici interpretazioni psicologiche, mentre nella lettura si è persi in ingarbugliate strutture abitate da mostri e mutanti.

L'uomo e il gatto-mollusco tra i cavi

Sebbene non sia sviluppata una storia di per sè, la narrazione è coinvolgente, anche grazie alle pesanti spazzolate che trasudano espressività e una ponderata impostazione delle tavole. Le tavole sono ricche di particolari e mostrano una reale bravura nelle sequenze visive.  L’inseguimento tra il protagonista e la polizia incolla gli occhi alle pagine. Fortunatamente si tratta di un fumetto e ci possiamo godere i dettagli con calma. Imiri Sakibashira però si concede anche delle tavole puramente illustative, ricordando un pochino lo stile di Toshio Saeki. Le scene voyeuristiche sono grottesche e strizzano l’occhio all’eroguro, ma si caratterizzano per l’assenza di particolari esplici, vagando in quella nuvola di incomprensibilità dell’avanguardia giapponese.

Un mostro rettile/lumaca lecca le ascelle di una ragazza vestita, provocandole solletico

Nello stile di Sakabashira non ci troviamo solo Saeki: c’è il già citato Tsuge, ma anche King Terry, Yoshikazu Ebisu, con una spruzzata di sensibilità heta-uma alla Nekojiru. Nell’immagine superiore vediamo una scena iconica, quello dello stupro tentacolare. Nonostante la tensione sensuale, non sono presenti particolari pornografici e il mostro sta semplicemente facendo il solletico alla ragazza: i mostri con cui convive Imiri Sakibashira non sono poi così terrificanti. Questi esseri hanno però bisogno di droghe e sangue per continuare a vivere nelle strutture fantastiche e fatiscenti. In The Box Man si esaspera l’assurdità del quotidiano portando all’estremo il fantastico e l’autore farà tutto il possibile per intrattenere il lettore: da combattimenti di wrestling tra donne e mostri, rane volanti, città marine, Gozzilla, poliziotti e cantanti da strada.

I protagonisti inseguiti da mostri che portano maschere africane

The Box Man è una corsa selvaggia, un stupefacente e viscerale tour de force che spinge già i larghi limiti dello storytelling del fumetto. Ovviamente le domande rimarranno senza risposta e probabilmente è giusto che così siano. Se vogliamo cercarci un significato, data la conclusione, si potrebbe ragionare sull’orrore della vecchiaia o come viaggio verso la liberazione dalla pietà filiale, che in Asia si estende non solo ai doveri dei genitori verso i figli, ma sopratutto l’inverso, nonchè la cura verso gli antenati. Concetto confuciano (in cinese xiaoshun 孝顺), la pietà filiale è la base della società. In un certo senso può essere paragonato ad uno dei nostri comandamenti: nel scegliere di liberarsi dal padre malato si incorre non solo alla fuoria divina, non solo alla maldicenza della società, ma in primo luogo con i demoni interiori. Se poi a questi mostri basta dargli una rana allucinogena… beh, buono così. In opere così surreali, bisogna lasciar vibrare i significanti e lasciare che il significato si liberi in noi seguendo contorti sentieri.Doppia pagina di tetti e inseguimenti

Ovviamente The Box Man è già nel database! Basta cliccarci sopra. Già di partenza il prezzo è relativamente alto ($24.95 US $27.95 CDN), dato che si tratta dell’unica opera di Imiri Sakabashira (link autore con foto spettacolare) tradotta, non oso immaginare che valore potrà acquisire se non verrà stampato presto.

 

 

La dottrina del Buddha e la Colt – Kazuichi Hanawa

Coconino ha annunciato le prossime uscite della collana Gekiga e tra queste c’è la riedizione di Keimusho no naka (刑務所のなか), ovvero In prigione, fumetto in cui il mangaka Kazuichi Hanawa racconta la sua detenzione nelle carceri di Sapporo e Hakodate. Un periodo lungo tre anni (dall’ottobre 1995 al maggio 1998) che l’autore racconta, una volta libero, nelle pagine della rivista AX. Il manga è nominato nel 2001 al Premio culturale Osamu Tezuka e partecipa anche alla selezione ufficiale di Angouleme nel 2007. Il regista Yochi Sai realizzerà un lungometraggio dall’adattamento del fumetto. Il film verrà accolto molto positivamente in Giappone, dove parlare della prigionia è ancora tabù.

Copertina de Prima della prigione di Kazuichi Hanawa

Kazuichi Hanawa iniziò a pubblicare nel 1971 sulle pagine di Garo. Le prime opere, come Tatakau onna (La donna che combatte) o Niku yashiki (Il palazzo della carne), erano di carattere eroguro, termine che deriva da ero guro nansensu, semi costruzione wasei-eigo (costruzione linguistica nata dalla fusione del giapponese e inglese) da erotic grotesque nonsense. Dopo la morte della madre nei primi anni ’80 si ritira dalla scena underground per rifugiarsi nel suo paese natale Saitama. In questo periodo Hanawa compie studi sul Buddhismo, psicologia e yoga. Fu Hiroshi Yaku che lo fece ritornare al fumetto con una storia di trenta pagine per il primo numero di Comic Baku. “Se la gente del villaggio sapesse che sono un mangaka, verrebbero a tirarmi pietre addosso”*, disse all’editore. Da qui parte un’evoluzione stilistica, ampliando anche le tematiche: Hanawa ci parla di buddhismo esoterico, di yokai e di leggende antiche. E poi l’arresto.

Descrizione di una Colt secondo Kazuichi Hanawa

Kazuichi Hanawa nel giugno 1994 entra in possesso di una Government M 1911 A-1 Rokken completamente arrugginita. Fanatico delle armi fin dalla giovane età decide di ripararla: «I collezionisti avrebbero lanciato esclamazioni per l’emozione. Gli intenditori avrebbero detto: “Fammela vedere!” oppure “Fammela toccare!” Era uno dei maggiori capolavori tra le armi da collezione.»** L’11 novembre 1994 Hanawa subì una perquisizione della polizia. Fu arrestato il 12 dicembre. L’interrogatorio dell’accusato è stato eseguito il 6 marzo, l’8 marzo è stata richiesta la pena e il 22 marzo c’è stato il verdetto. Entrò a ottobre nel carcere di Sapporo e successivamente venne trasferito in quello di Hakotake.

All’età di 47 anni Hanawa poteva considerare la sua carriera conclusa. Ma riuscì a salvarla non dissimulando nulla dell’esperienza e realizzando un manga informativo minuzioso sulla vita carceraria. Per il critico Jean-Marie Bouissou si tratta di una grande rivoluzione nel «Watakushi Manga» (“manga dell’io”): questo negli anni novanta si è trasformato nella misura in cui l’evoluzione delle mentalità ha valorizzato l’espressione della singolarità individuale.*** Prima della prigione però si caratterizza in maniera molto evocativa ed è un report solo in parte degli avvenimenti che hanno portato Hanawa in carcere.

Due tavole: a destra Hanawa che raschia la pistola, a sinistra la pratica ascetica di invocare il Buddha sotto la cascata

In Prima della prigione unisce due vicende che si intrecciano misteriosamente. Una è la scrupolosa descrizione di come Hanawa riparò la pistola, l’altra, ambientata probabilmente in epoca Edo, è quella di una ragazzina divisa tra l’affetto verso il padre, troppo preso dal suo lavoro di costruttore di armi, e l’amicizia con una ragazza che si dedica a pratiche ascetiche ed esoteriche per liberarsi dal karma negativo della sua famiglia. L’autore racconta la vicenda sotto forma di fiction in modo da non toccare la sua sfera privata ritornando su temi che gli sono cari.

due tavole che descrivono la vita in prigione

Le antiche litanie del Sutra di Kannon, racconti su Buddha, sui bodhisattva e sui myoo (figure divine del buddhismo di rango inferiore), pratiche ascetiche sotto la cascata, rituali esoterici Shugendō (religione sincretista che mescola elementi buddhisti nella versione esoterica della setta Shingon e shintoisti, basato sull’ascetismo e su pratiche di resistenza fisica) intervallano la meticolosa descrizione su come riparare una pistola. La Government viene inglobata nelle antiche preghiere creando un gioco di rilanci a più livelli semantici. Il passato dell’autore, il passato del Giappone, la ricerca della serenità, lo scintillio del picchiare dei fabbri, antichi versi in cinese, la vita in reclusione: questo è Prima della Prigione, opera raffinatissima sia nei tratti che nei contenuti. Viaggio nella psiche di Hanawa, che rivela molto di sè.

Il continuo levigare la pistola diventa una anticha pratica esoterica, un modo per sradicare il rancore, la ricerca del nirvana. Sono tre le fasi conclusive dei riparatori di pistole: verifica, esibizione e quinta essenza: quando si ricevono le lodi dei colleghi «il cuore fa un balzo di almeno tre centimetri battendo forte forte; ansia e miseria si cancellano e si è in grado di affrontare qualunque cosa. Uno stato in cui ci si sente pienamente affermati, qualcosa che solo i fanatici possono conoscere: è questa la suprema dottrina del Buddha, la quinta essenza.»

Viene narrato il Sutra di Kannon

I libri pubblicati in Italia sono già presenti nel database di Becomix. Dal link Prima della prigione, una volta loggati, potete aggiungerlo alla vostra collezione o wantlist, metterlo in vendita, commentare e pure votarlo (!). L’edizione è ormai del 2004 ma è probabile che qualche libreria abbia ancora qualche copia, quindi affrettatevi!

La protagonista femminile con l'ideogramma di rancore sul viso

Note

*da Comic Underground Japan.

** da In Prigione.

*** da Jean-Marie Bouissou, Il manga – Storia e universi del fumetto giapponese, Tunué, 2011

 

 

 

 

L’emancipazione a fumetti – Kamimura Kazuo e l’età della convinvenza

Copertina de L'età della convivenza di Kamimura Kazuo

Tutti quelli che hanno visto Kill Bill si ricorderanno della killer O-Ren Ishii: Tarantino non si fece scrupoli ad indicare il film Lady Snowblood (t.o. 修羅雪姫 Shurayuki-hime) come diretta ispirazione. Si dà il caso che la pellicola fu ispirata da un manga scritto da Koike Kazuo (è probabile che qualcuno conosca già la mia proposta di legge Ius Kozure ōkami) e illustrato da Kamimura Kazuo. Non poteva essere che Kamimura, grande rappresentante della femminilità giapponese al pari del regista Mizoguchi Kenji e dello scrittore Nagai Kafū, a rappresentare la “versione femminile” di Ogami Ittō.

I due amanti sul tram. Doppia pagina con quattro vignette

Proprio mentre Kamimura lavorava a Shurayuki-hime, come ogni grande mangaka portava avanti contemporaneamente altri lavori come Shinano gawa (il fiume Shinano) e sopratutto Dōsei Jidai (L’età della convivenza), uscito da pochissimo in Italia. Se il merito di aver portato Kamimura nel nostro paese è di Paolo La Marca, in Francia Kana già da tempo ha tradotto molte opere del fine mangaka. Ad Angouleme 2017 la loro edizione di Rikon Kurabu (Il club delle divorziate) ha vinto il Prix Patrimoine e la mostra a lui dedicata era decisamente imponente e curata.

I due amanti si baciano su un prato. La protagonista invoca la morte.

Allepoca Dōsei Jidai fu un grandissimo successo popolare perchè Kamimura sapeva leggere e raccontare il proprio tempo, mettendo a fuoco le problematiche e le contraddizioni sociali in un Giappone ancora schiacciato dal passato e al tempo stesso obbligato alla modernità. La lettura del manga ci porta nella Tokyo degli anni settanta, epoca di scontri studenteschi e di emancipazione. Kyōko (21 anni) e Jirō (23 anni) vivono insieme come una coppia non sposata. Mentre lei lavora come grafica in un’agenzia pubblicitaria e deve sopportare le angherie di genere tipiche dei luoghi lavorativi del Giappone, lui è un mangaka debuttante e deve farsi le ossa per ottenere una sicurezza economica. Ogni capitolo approfondisce un frammento della loro quotidianità o di quella dei loro vicini e conoscenti disvelandone le contraddizioni, la sofferenza e la passione.

Sequenza cinematografica in cui lei chiede una sigaretta

Se la Valentina di Guido Crepax era alfiere del femminismo e della lotta sociale, in cui l’impostazione grafica era intellettualmente una destrutturazione freudiana, un fumetto insomma per un pubblico intellettuale, Dōsei Jidai è invece un fumetto squisitamente popolare. Lunghe carrellate cinematografiche con tensione erotica à la nouvelle vague, accompagnate da un tratto estremamente elegante, descrivono la vita a due dei protagonisti, le loro felicità e la profonda tristezza.

Doppia tavola con la portagonista che guarda alberi in fiore. Kamimura eccelle anche in uno stile più evocativo.

La narrazione è chiara come solo il fumetto giapponese sa fare e i temi trattati possono essere crudi e patetici. Kamimura riesce nel descrivere questa umanità viva, ad affrontare tematiche difficili e sporche senza darne un giudizio morale. Anzi, caricandone il senso poetico: esemplare è il primo episodio in cui tratta il sesso con le mestruazioni. “Preferisco ancora vivere perdendo un po’ di sangue, piuttosto di finire annegata con un corpo in cui non scorre nulla.”, conclude Kyōko.

illustrazione di Kamimura in cui lui si annusa le dita
Il profumo del sangue è l’odore dell’avvenire.

Il Giappone è tutt’ora un paese maschilista, per quanto possa sembrare incredibile, più (o diversamente) del nostro. Non ci dobbiamo stupire della crudezza e realtà dei racconti: è normale che nelle aziende giapponesi le donne siano relegate al ruolo di “versatrici di caffè” come anche la violenza di genere. Se può sembrarci difficile comprendere come uno schiaffo dato dal ragazzo possa rivelarsi uno strumento pacificatore, non dobbiamo comunque stupircene troppo. Già alla fine del X secolo Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale sottolineava di apprezzare una certa violenza nella mascolinità:

I giovani sono magnifici quando, in virtù del loro grado, possono uscire armati di tutto punto. Un figlio di nobili, anche bellissimo e interessante, se non ha armi perde istantaneamente ogni fascino (48).

Per tornare in epoche più recenti, leggendo le descrizioni dei quartieri di piacere di Hiraga Gennai (di lui parliamo anche qui) oppure nelle opere di Higuchi Ichiyō scopriamo che il saper dare un paio di schiaffi al momento giusto è un requisito che molte geishe esigono dal loro uomo. Ancora oggi può succedere che l’uomo, nel passeggiare, preceda la compagna. Nonostante noi occidentali attraverso il mito della geisha vediamo il Giappone come entità femminile, i giapponesi hanno sempre visto la loro nazione di genere maschile, come sottolinea Tessa Morris-Suzuki nel suo saggio Re-Inventing: Time, Space, Nation. Ricordiamo inoltre che il tema dello shinjū, il doppio suicidio d’amore, è un topos della letteratura giapponese, molto approfondito anche nei drammi del bunraku di Chikamatsu Monzaemon.

Lui tira uno schiaffo a lei

Lui mentre tira i capelli a lei.

Ecco la scheda Becomix della versione francese! Per la versione italiana la traduzione è curata da Paolo La Marca, docente universitario di lingua e letteratura giapponese nell’Università di Catania e grande estimatore di Kamimura (organizò infatti la mostra Kamimura Kazuo – Il mondo dell’eros nel Castello di Donnafugata nel 2014).  Ha curato anche le traduzioni italiane di Storie di una geisha – Una Gru Infreddolita e Lady Snowblood.

Ci sono più giorni tristi da dimenticare, che giorni felici da ricordare

 

Becomix News: a giugno avremo un sistema di caricamento più semplice e il MARKETPLACE!

Viaggio erotico nel Giappone rurale – Mon village di Jun Hatanaka

Anche quest’anno si è svolto a Kawasaki lo Kanamari Matsuri, la “festa del pene di ferro”, festività shintoista annuale durante la quale grosse statue di peni vengono trasportate su palanchini per celebrare la fertilità. Cito questa particolare ricorrenza per sottolineare come la sessualità, nel mondo rurale giapponese, venga concepita con gioia e naturalezza. Lo shintoismo, che raggruppa tutte le credenze e i kami autoctoni (dività giapponesi), celebra la vita e ciò che è puro, scandendo a ritmo di matsuri lo scorrere delle stagioni e l’esistenza degli uomini senza giudicarne gli aspetti morali. Il Giappone che ci racconta Jun Hatanaka è proprio quello autentico, tra matsuri, mietiture e sesso.

Particolare di un matsuri presente in Mon Village di Jun Hatanaka

Watashi no Mura (Il mio villaggio) di Jun Hatanaka celebra il selvatico e salace modo di vivere del piccolo paese Mizusawa, nel nord del Kyūshū, minacciato dal progetto di costruzione di una diga. Manga impertinente e naturalistico, Watashi no mura è un esempio di fumetto popolare che cattura il Giappone più bucolico e meno stereotipato.

Copertina e Retro di Mon Village di Jun Hatanaka

Gekiga agropastorale, Mon Village (titolo dell’edizione in francese) ci racconta della giovane reporter Ayu, ragazza emancipata di città, che si reca nel paesino per documentare la lotta contro la costruzione della diga. Troverà una comunità profondamente divisa tra favorevoli e contrari, tra politici corrotti e militanti. Oltre alla lotta politica Ayu dovrà confrontarsi con l’esuberante sessualità degli abitanti, inebriati dalla natura. Nel villaggio di Mizusawa la gente si spoglia, si eccita nei fiumi, fa l’amore per le strade, si pratica ancora l’antico rituale del bukkake (!!!).

Ayu e la sua amica praticano un bukkake.

Jun Hatanaka (che significa “in mezzo al campo”) ricordando il suo villagio natale ci parla di ecologia, sessualità ed emancipazione con l’ironia che contraddistigue il suo stile espressivo. Mangaka molto conosciuto, deve la sua popolarità principalmente a Mandaraya no Ryōta (Ryota della locanda Mandala, ancora inedito in occidente), commedia erotica piena di geishe e yakuza. Hatanaka si contraddistingue per uno stile umoristico ma sensuale, a volte grezzo ma dettagliato, saldo alla realtà ma aperto ai sogni.

Per chi volesse leggersi questo fumetto ma non ha il tempo di imparare il giapponese, consiglio l’edizione francese di Le Lézard Noir che come al solito riesce a scovare piccoli tesori dimenticati del manga e a riproporli in edizioni molto curate. Noi di Becomix lo abbiamo già schedato (eccolo!) e consigliamo la lettura agli amanti del fumetto autoriale o dei gekiga.