Babilon – Danijel Zezelj – Realismo magico nel wordless novel

Babilon è una pubblicazione recentissima di Eris edizioni, presentato al Lucca C&G 2017, dove ho avuto il piacere di vedere l’autore Danijel Zezelj.
Copertina di Babilon di Danijel Zezelj

Artista croato, ha pubblicato fumetti seriali e graphic novel. Ma non solo: è attivo anche come street artist e spesso i suoi live painting sono performance multimediali accompagnate da musicisti quali Jessica Lurie o Darcy James Argue. Per chi volesse osservare l’animazione di Babilon unita alla musica, basta che clicchi su questo link, Brooklyng Babylon. Per completare la presentazione dell’autore, si può aggiungere che ha vissuto e lavorato negli States con “piccole” case editrici come DC Comics/Vertigo, Marvel Comics, Dark Horse e Image. Inoltre nel 2001 ha fondato una sua casa editrice, la Petikat, a Zagabria. In Italia i suoi fumetti sono stati pubblicati nella rivista a fumetti Il Grifo di Vincenzo Mollica. A proposito dei suoi fumetti Fellini ha detto:

«Con Danijel Zezelj il fumetto oltrepassa i propri limiti, quelli imposti dai canoni della tradizione e dalla bidimensionalità della carta stampata, aprendosi al sogno e alla poesia. La sua arte è onirica nell’imagery, nello stile, nella convergenza degli opposti e nell’ambivalenza, meccanismi tipici del sogno. Gli accesi contrasti cromatici e il gioco del bianco e nero dominano nelle storie di Zezelj, nelle quali ha grande rilevanza l’«altra scena»: quella dell’inconscio, del rimosso, del desiderio, del versante arcano e notturno. Storie sospese tra il quotidiano e la visione, tra la favola e la realtà all’eccesso, in cui citazioni fiabesche vengono calate in viscerali realtà metropolitane, nelle quali convivono luce e buio, vita e morte, presenza e assenza.» (Danijel Zezelj, Il Ritmo del Cuore, Il Grifo, 1993)

pagina 10 di Babilon. Una tazza di caffè e il ponte di Brooklyn

Non sapevo proprio cosa aspettarmi da Babilon. Nella copertina rigida una torre di Babele futurista. Scopriamo immediatamente che Babilon è un wordless novel: come possiamo immaginarci “un romanzo grafico senza parole”. A proporre questo termine nell’introduzione è David A. Beronä, ricercatore e curatore di vari saggi sulla narrazione senza parole, partendo da Wordless Books: the Original Graphic Novels, in cui analizza l’opera di molti illustratori come Frans Masereel, Lynd Ward, Otto Nückel, William Gropper, Milt Gross, e Laurence Hyde.

tavola 2

Per immergersi nella lettura di Babilon, bisogna lasciarsi trasportare dalle illustrazioni. Bisogna farle scorrere e fluttuare. Creare una dimensione cinematografica nel cervello. Il racconto di Zezelj è ambientato in un futuro passato, sospeso steam-punk contemporaneo. L’avvenire ed il trascorso si incrociano in sezioni di tavole sfuggenti. L’atmosfera sospesa del libro potrebbe somigliare ad un racconto onirico di Dream, l’eterno signore dei sogni di Neil Gaiman.

Tavola 5

Il contrasto del bianco e nero è quello di un Corrado Roi di una dimensiona alternativa. Me lo posso immaginare cresciuto in uno squat di Berlino, che passa il tempo a discutere con musicisti da strada e graffitari, magari si fuma le canne con Bansky. Le architetture delle tavole sono sotto il controllo della narrazione. L’autore gioca trasformando il significato delle forme che rappresenta, in un gioco poetico che lascia al lettore la possibilità di animare, di rendere viva, la storia. Nonostante le doti illustrative siano evidenti, è nella narrazione che Zezelj risulta più convincente. Riportati in una dimensione del realismo magico, contemporaneo e antico, non stonerebbe nella Boutique del mistero di Dino Buzzati. Ancora una volta Eris Edizioni propone un artista sofisticato e fuori dagli schemi, dalla narrazione solida e compiuta.

L’opera è già schedata nel database. Dalla pagina del database potete aggiungerlo nella vostra collezione, aggiungerlo nella wantlist o metterlo in vendita. Se volete leggere il primo capitolo online, potete andare sul questo di link di fumettologica.

Silverfish di David Lapham

Silverfish rappresenta una delle poche opere complete di David Lapham (Daredevil, Detective Comics) come autore completo. Le sue creature più famose sono in via di completamento a cadenza irregolare (Stray Bullets) o interrotte (Young Liars).

Logo di Silverfish
Silverfish fortunatamente è scappato da questo destino.
Uscita nel 2007 rappresenta un’antesignana della collana Vertigo Noir come impostazione editoriale presentandosi direttamente in volume unico senza essere spezzettata in capitoli mensili. Ciò permette di evitare la liturgia dei cliffhanger di fine capitolo e tenere un ritmo costante e sincopato che accompagna il precipitare degli eventi per le due protagoniste della storia: Mia e Stacey.

Uno scherzo telefonico fatto durante una festa, il ritrovamento di una valigia contenente un sottofondo con dei soldi e un coltello insanguinato richiameranno l’attenzione di un assassino e porteranno ad una girandola di eventi che cambierà la loro vita.
Partendo da quelli che sono cliché di genere dell’horror anni ’80 (prima del revival degli ultimi anni) viene imbastita una trama dove tutti i personaggi sono ingranaggi di un meccanismo ben oliato in cui nulla è lasciato al caso. Si ritrovano inoltre elementi cari all’autore: l’adolescenza, il New Jersey, la violenza cruda ed efferata.

SILVERFISH PROMO POSTER ART by DAVID LAPHAM
immagine tratta da http://www.comicartfans.com/gallerypiece.asp?piece=677239

David Lapham lungo la storia si concentra sull’ambiguitàa partire dalla copertina sino a tutte le bugie e apparenze su cui son costituiti i rapporti tra i personaggi. 
Da essa inizia il gioco di specchi, percezioni e punti di vista di cui la storia si nutre e ricordiamoci che in Young Liars le ambiguità torneranno in maniera forte e veemente.
Quella che all’apparenza è la fuga di una madre con una figlia dal Luna park è invece la fuga di due sorelle.
Alla fine dell’opera quest’immagine è del tutto fuorviante in quanto è la fuga verso il Luna Park a rappresentare una speranza di salvarsi la vita.
La copertina assume una nuova valenza in riferimento alla sequenza finale, nella quale Mia dovrà convivere con i propri rimorsi e sensi di colpa e fuggire figurativamente da quel luogo e da quegli eventi. Si può notare l’egocentrismo di Mia che strattona la sorella: apparentemente sembra che voglia salvarla, invece è un tentativo di farle dimenticare i danni che hanno causato le sue azioni.

Il cambiamento delle prime impressioni, il gioco di specchi deformanti tra i diversi personaggi continua lungo il racconto e vede come fulcro due relazioni femminili.
Prendiamo come esempio i personaggi di Vonnie e Mia: sono simili nonostante la prima impressione sia l’esatto opposto. Questa impressione viene rafforzata lungo il racconto e capovolta nel finale. Un passaggio mette in evidenza questa similitudine tra le due, quando Susanne parla di Vonnie come una “cocca di papà, che non farebbe nulla per rovinare l’immagine della ragazza perfetta che paparino ha di lei. Manipola gli altri a suo piacimento per le sue piccole fantasie”.
Entrambe le adolescenti compiono azioni irresponsabili seguendo il loro ego, pentendosi dopo che il danno è avvenuto.

Il rapporto tra Mia e Susanne subisce un capovolgimento di fronti: la scena del regalo di natale in cui Mia sembra la più responsabile della famiglia si ribalta in seguito dove è proprio “l’odiata matrigna” a sacrificarsi per salvarle.

Il tema del riflesso del cambiamento e della sostituzione è concentrato nella storia di Susanne.
A ciò si ricollegano i diversi significati dei “silverfish” del titolo. Essi rappresentano i risultati del delirio schizoide di Daniel e la manifestazione del controllo della patologia sulla sua psiche, ma anche l’infestazione della casa Fleming da parte di Susanne agli occhi di Mia e la centralità dei preconcetti negativi riguardo la matrigna.
Questo viene suggerito dai differenti significati che normalmente vengono attribuiti ai “pesciolini d’argento”: sia come nome comune per indicare diverse specie di pesci che per indicare gli insetti che infestano (lepisma saccharina) le case.

Primo piano in bianco e nero di Herk Harvey
Herk Harvey in Carnival of Souls

Dal punto di vista delle suggestioni e delle atmosfere Lapham si rifà ai seguenti film degli anni ’60: Night of the HunterCarnival of Souls e The Lady from Shangai. Da essi rielabora determinati punti di forza come l’uso delle luci e delle ombre per rafforzare l’intensità delle scene; il confluire di diversi percorsi narrativi quali la storia nera e il racconto di formazione; l’utilizzo del Luna park come ambientazione dello scontro finale; la presenza di figure metafisiche che catalizzano la scena, aggiungendo un tono spettrale e orrorifico alla storia e rappresentando una chiave di volta nella comprensione del racconto.
Ciò ci porta la parallelo con un’altra opera figlia di Carnival of Souls, quel Lost highway  di David Lynch che condivide la presenza delle manifestazioni della psiche (l’uomo misterioso) e l’impossibilità di sfuggire ai propri tormenti interiori (la struttura della storia ispirata al nastro di Möbius). Lapham mostra come solo la morte possa liberare l’uomo da essi.

Immagine grottesca di pesci carnivori in bianco e nero

Analizzando la struttura delle tavole, si può notare come Lapham utilizzi una griglia 2X4 con vignette aventi dimensioni e altezze regolari. Ciò permette a Lapham di controllare il ritmo del racconto e mantenerlo serrato. Libertà nel rapporto tra le dimensioni delle vignette si ha nella sola scena iniziale che con visionarietà riesce a mostrare la colonizzazione del cervello di Daniel da parte dei pesciolini d’argento.
Da menzionare l’utilizzo del grigio da parte Dom Ramos, che conferisce alla storia una tonalità plumbea già dalle scene iniziali e rafforza la componente oppressiva e oscura del racconto.

Silverfish, nonostante la risoluzione inferiore alle premesse e alla tensione che si prova nel climax del racconto si mostra una storia di pregevole fattura che sa tenere incollati alle pagine fino all’ultimo. Nella produzione di Lapham rimane un’opera più canonica rispetto alla successiva, quel Young Liars che esalta ed esaspera il gioco di specchi e il ritmo lungo tutti i 18 numeri della serie. Silverfish è presente nel database di Becomix dove troverete tutte le informazioni. Per adesso la prima di David Lapham: se amate l’autore e siete in possesso di altre sue opere, aiutateci nella catalogazione!

 

Recensione di Francesco Iesu. Dello stesso autore:

 

I mostri della pietà filiale – The Box Man di Imiri Sakabashira

Se amate gettarvi i viaggi psicotropi, se vi siete persi ne La Deviazione di Moebius e se coltivate incubi giapponesi nella vostra libreria, The Box Man di Imiri Sakabashira fa decisamente al caso vostro. Lontano dal reame del fumetto tradizionale, The Box Man riassume vent’anni di fumetto di avanguardia giapponese. Pubblicato a puntate sulle pagine di Ax (dalla stessa rivista abbiamo parlato di Prima della prigione), venne inclusa nell’antologia Aka Taitsu Otoko (赤タイツ男, L’uomo in calzamaglia rossa), mentre l’uscita Drawn and Quartely è del settembre 2009.

Copertina di The Box Man di Imiri Sakabashira. Un motorino corre su un tetto in lamiera

Imiri Sakabashira nasce nel 1964, quando Tatsumi aveva già portato a conclusione la rivoluzione gekiga. Una volta laureatosi tornò a vivere come normale impiegato nel suo paese natale, fino a quando Nejishiki di Yoshiharu Tsuge arrivò alle sue mani. Fu così commossò da quest’opera che decise di diventare anche lui mangaka. Il suo debutto fu sul numero 300 di Garo, nel 1989. I racconti di Imiri Sakabashira da subito si contraddistinsero per l’assoluta surrealtà e incoerenza. Vive tutt’ora a Shizuoka dove ha la compagnia teatrale e un gruppo garage, i Roden Ginza (漏電銀座). È sposato con la mangaka Pan Migiwa, anche lei tra le irregolari di Garo, che viene chiamata dal marito “Uchi no Kami san”, la mia dea.

Il gatto-mollusco

The Box Man ci racconta di un uomo che trasporta una scatola, accompagnato da un mollusco antropormorfo simile ad un gatto. Chi o cosa sia esattamente trasportato nella scatola ci viene raccontato alla fine, durante il tragitto però vediamo uscire enormi chele da granchio, o rospi velenosi pischedelici. La rivelazione finale permette molteplici interpretazioni psicologiche, mentre nella lettura si è persi in ingarbugliate strutture abitate da mostri e mutanti.

L'uomo e il gatto-mollusco tra i cavi

Sebbene non sia sviluppata una storia di per sè, la narrazione è coinvolgente, anche grazie alle pesanti spazzolate che trasudano espressività e una ponderata impostazione delle tavole. Le tavole sono ricche di particolari e mostrano una reale bravura nelle sequenze visive.  L’inseguimento tra il protagonista e la polizia incolla gli occhi alle pagine. Fortunatamente si tratta di un fumetto e ci possiamo godere i dettagli con calma. Imiri Sakibashira però si concede anche delle tavole puramente illustative, ricordando un pochino lo stile di Toshio Saeki. Le scene voyeuristiche sono grottesche e strizzano l’occhio all’eroguro, ma si caratterizzano per l’assenza di particolari esplici, vagando in quella nuvola di incomprensibilità dell’avanguardia giapponese.

Un mostro rettile/lumaca lecca le ascelle di una ragazza vestita, provocandole solletico

Nello stile di Sakabashira non ci troviamo solo Saeki: c’è il già citato Tsuge, ma anche King Terry, Yoshikazu Ebisu, con una spruzzata di sensibilità heta-uma alla Nekojiru. Nell’immagine superiore vediamo una scena iconica, quello dello stupro tentacolare. Nonostante la tensione sensuale, non sono presenti particolari pornografici e il mostro sta semplicemente facendo il solletico alla ragazza: i mostri con cui convive Imiri Sakibashira non sono poi così terrificanti. Questi esseri hanno però bisogno di droghe e sangue per continuare a vivere nelle strutture fantastiche e fatiscenti. In The Box Man si esaspera l’assurdità del quotidiano portando all’estremo il fantastico e l’autore farà tutto il possibile per intrattenere il lettore: da combattimenti di wrestling tra donne e mostri, rane volanti, città marine, Gozzilla, poliziotti e cantanti da strada.

I protagonisti inseguiti da mostri che portano maschere africane

The Box Man è una corsa selvaggia, un stupefacente e viscerale tour de force che spinge già i larghi limiti dello storytelling del fumetto. Ovviamente le domande rimarranno senza risposta e probabilmente è giusto che così siano. Se vogliamo cercarci un significato, data la conclusione, si potrebbe ragionare sull’orrore della vecchiaia o come viaggio verso la liberazione dalla pietà filiale, che in Asia si estende non solo ai doveri dei genitori verso i figli, ma sopratutto l’inverso, nonchè la cura verso gli antenati. Concetto confuciano (in cinese xiaoshun 孝顺), la pietà filiale è la base della società. In un certo senso può essere paragonato ad uno dei nostri comandamenti: nel scegliere di liberarsi dal padre malato si incorre non solo alla fuoria divina, non solo alla maldicenza della società, ma in primo luogo con i demoni interiori. Se poi a questi mostri basta dargli una rana allucinogena… beh, buono così. In opere così surreali, bisogna lasciar vibrare i significanti e lasciare che il significato si liberi in noi seguendo contorti sentieri.Doppia pagina di tetti e inseguimenti

Ovviamente The Box Man è già nel database! Basta cliccarci sopra. Già di partenza il prezzo è relativamente alto ($24.95 US $27.95 CDN), dato che si tratta dell’unica opera di Imiri Sakabashira (link autore con foto spettacolare) tradotta, non oso immaginare che valore potrà acquisire se non verrà stampato presto.

 

 

Una vita cinese – Il tempo del padre e il tempo del partito

Li Kunwu da poco ha iniziato ad essere conosciuto in Occidente: esattamente dal 2009 quando Kana pubblicò Una vita cinese (Une vie chinoise in originale), scritto a quattro mani con lo sceneggiatore Philippe Ôtié. Opera in tre parti, vinse numerosi premi internazionali*  ed è stata tradotta in sedici lingue. L’edizione italiana è stata pubblicata da Add Editore, nella collana Asia curata da Ilaria Benini, che propone saggi e romanzi per avvicinarsi e comprendere meglio un continente sempre più vicino ed in piena trasformazione. Sono reperibili i primi due volumi (Il tempo del padre, 2016 e Il tempo del partito, 2017), il terzo e conclusivo invece, Il tempo del denaro, lo vedremo in questo novembre.

Copertine de Una vita cinese - Il tempo del Padre e Il tempo del partito

Nato nel 1955, Li Kunwu è un manhuajia, un fumettista cinese, specializzatosi nell’illustrazione di propaganda. Le sue illustrazioni sono comparse per decenni sulle pagine del Quotidiano dello Yunnan, oltre che su numerose riviste illustrate. Una vita cinese è quindi scritto da un protagonista della Storia: anche per coloro che hanno solo una vaga idea di dove si trovi l’Impero di Mezzo**, eventi storici come il “Grande Balzo in avanti” e la “Rivoluzione Culturale”, dopo essere filtrati dallo sguardo di un bambino, non saranno più misteri.Tavole di Una vita cinese - il padre dell'autore educa le folle

Non dobbiamo però avvicinarci a questo titolo con il timore di avere di fronte un noioso o istituzionalizzato graphic novel. Questo libro non è una “semplice” autobiografia pedante, tra il classicismo del fumetto francese e l’impostazione di un documentario Rai. A rendere Una vita cinese un documento prezioso è soprattutto l’arte di Kunwu: la paletta bianco e nera mischia influenze tradizionali della pittura a pennello, il fumetto d’autore americano (per dirne uno: Big Man di Mazucchelli) e l’illustrazione di propaganda. Un tratto da “Classico del fumetto argentino” viene filtrato da un gusto ruvido e naif. Certe tavole sembrano illustrazioni di propaganda disegnate da un qualche artista outsider che possiamo osservare nelle gallerie di Art Brut. Un tratto che rivela la preziosa complessità della realtà, che sa esprimere la profonda malinconia ma che riesce a risvegliare la coscienza, concorde alla dicotomia “rivoluzione – controrivoluzione”.

Splendide tavole in cui i ragazzi decidono di cambiare il proprio nome

Il ritmo della narrazione è scandito alla perfezione. Questa autobiografia, profondamente umana, ci fa rivivere il destino della Cina di Mao Zedong (il tempo del padre della nazione, difensore degli umili, semidio indefettibile), al cambio di rotta (raccontato nel secondo volume) con Deng Xiaping, fino ai tempi odierni del denaro. Viaggio appassionante in cui i fatti, nonostante la soggettività del racconto, sono fedelmente riportati. Certo che a rendere l’opera così fruibile al pubblico occidentale l’apporto di Otié, consigliere economico nell’ambasciata dello Yunnan, è stato fondamentale. Il secondo volume è ambientato tra il 1976 e 1980, l’epoca in cui il piccolo timoniere inizia l’avventura economica: “Non importa che il gatto sia nero o bianco, l’importante è che riesca a catturare il topo”.

Due tavole mute in cui il protagonista disegna i suoi compagni

La storia cinese, dalla rivoluzione comunista, non viene più misurata in dinastie, ma per generazioni. Generazioni che passano sempre più in fretta: se si considera Mao Zedong come prima generazione della dirigenza politica, Deng Xiaoping rappresenta la seconda. Xi Jinping, il segretario attuale del partito, fa parte invece della quinta. La velocità dei cambiamenti in Cina si fa sempre più frenetica, destabilizzando i valori e il sentimento nazionale. Il gap generazionale tra coloro che, come Li Kunwu, hanno vissuto la rivoluzione e i giovani individualisti di oggi è enorme. La vignetta qui sottostante, in cui compare l’autore con l’anziano padre, è significativa nel mostrare una certa distanza e la difficoltà di comunicazione.

Nonostante il padre di Li Kunwu sia stato un valoroso rivoluzionario, gli antenati erano dei “bastardi neri” ovvero dei proprietari terrieri. Per entrare nel Partito Comunista, l’unico avvenire della Cina, l’autore farà di tutto, perfino denunciare degli amici stretti. Sette anni nell’esercito e un periodo nell’unità di produzione agricola non basteranno per conquistarsi l’iscrizione al partito. Saranno le sue abilità nel disegno ad avvicinarlo alla sua meta.

Due tavole dal sapore tipicamente cinese

C’è molto di rimosso nella memoria storica cinese. Si dice che Mao fosse 70% buono e 30% cattivo, dimenticando certi eccessi della Rivoluzione culturale. Questo libro è un buon modo per cercare di capire cosa sia successo. Studiare la storia è l’unico rimedio che abbiamo per salvare questo mondo, perchè, citando George Santayana, « Those who cannot remember the past are condemned to repeat it ».

I primi due albi sono già stati schedati nel database:

Il tempo del padre

Il tempo del partito

Se qualcuno fosse interessato a venderlo non dovrà più schedarlo. Sinceramente spero che sia un libro letto e riletto da più persone possibili. Tra le migliori letture di quest’anno.

 

* Il premio d’eccellenza del Japan Media Art Festival; il Dragone d’oro del Gran premio del fumetto cinese; doppia nomina agli Eisner Awards; il premio Château de Cheverny del fumetto storico e il premio del pubblico ai Rendez-vous de l’Histoire de Blois; il premio del pubblico dell’Ouest France du salon Quai des Bulles.

** Cina è scritto da due caratteri (Zhōng) che significa Stato o regno e  (guó)  centro, del mezzo.

Appello a Marco Corona – Dov’è finito Walt?

Scrivere e illustrare un fumetto, che abbia la forma di libro o di romanzo, non è compito semplice. Ancora più arduo è scrivere una storia a forma di elefante e, che io ne sappia, solo una persona ci è riuscito. Impostare una narrazione non lineare è una scelta scellerata. Chi è il coraggioso che decide di rappresentare solo i simulacri del significato? Solo chi è genuinamente folle, con un coraggio cieco ed esperianza concreta, riesce nell’impresa.

Copertina di L'ombra di Walt di Marco Corona

Nel 2008 Marco Corona ci regalò L’Ombra di Walt, una finestra su un mondo più reale del vero. Un luogo mesto, squisitamente povero, dove la guerra c’è già stata e la grande depressione aleggia nell’aria ricoprendo come polvere invisibile ogni cosa. Walt è un artista che ritrae le puttane e colleziona frammenti di pellicole, ricordi di un passato che sta scomparendo. Gli acquarelli delle tavole di Corona svaniscono e incidono come pugni.

Illustrazioni di prostitute

Leggere L’Ombra di Walt appaga pienamente e riesce. Concretizza le inquietudini e prevede gli anni che verranno, anni in cui il passato viene sempre più dimenticato e i sogni non consolano. In Walt Corona riesce a fare sintesi di tutta la sua esperienza. Surreale, non spiegabile, o invece il contrario. Ma capire, nell’epoca della morte dell’intelligenza, a che serve? Solamente conta l’esperienza di per sè. Difficile, molto difficile riuscire nell’impresa.

Copertina de L'ombra di Walt 2 di Marco Corona

Corona, senza colpo ferire, regala un seguito. A.D. 2009 nelle fumetterie arriva L’Ombra di Walt 2. La strada diventa ancora più ampia. I colori risplendono, proprio come frutti marci. Anzi, proprio nel momento in cui il colore del frutto è al suo massimo e non può che marcire. Il marcire, il destino dell’ halber-mensch è lì dietro l’angolo, anzi dietro la pagina. Rimani stupito dopo la lettura. Per un attimo alleggi nella nuvola sacra dell’imbecillità.

La morte vestita di rosso in una borgata di montagna. Illustrazione di Marco Corona
Quarta di copertina – Immagine tratta dalla pagina fb dell’autore

Il secondo episodio racconta il prima della guerra, quando il pittore promettente deve affrontare il compito più difficile, ovvero diventare un artista “mantenente”. Il carnevale, con le sue maschere che nascondono ghigni epilettici, è condizione perenne nella città. Il mondo alla rovescia, il caos. Chiuso nel suo studio Walt con la sua arte rigorosa deve mettere ordine.
Il grande Carnevale nella città di Walt. Illustrazione di Marco CoronaNel mercato nero si può trovare qualsiasi cosa, ma sopratutto vengono spacciate storie. Un attore racconta tramite un grammofono tre storie: L’Oca Malata, La morte regnava sovrana nel piccolo villaggio di Q. e Il pittore promettente. Nell’ultimo racconto si ritorna quindi a Walt. Un ritorno che appare come un martellare filosofico. I vecchi dissero, ci sarà la guerra, ma nessuno prestò credito alle loro parole e nessuno fece nulla. Una stagione al’inferno in cui la gente non fa altro che festini e tutto il vino scorre.

Che il pittore promettente sia Marco Corona?
Immagine presa dalla pagina Facebook dell’autore


In seguito Corona, sbattendosene allegramente le palle, continuò deciso il suo cammino. Non sapremo più nulla di questa dimensione ombrosa, i misteri rimangono velati. I simboli, simulacri di significato, da quasi un decennio restano minacciosi e senza via d’uscita. C’è da dire che non ci è mai stato promesso alcunchè. Tra Roma e Pinocchio, Corona non si cristallizza mai. Noi, però, chiediamo pubblicamente a Corona di ritornare veggente e di raccontarci ancora del mondo di Walt. Corona, vogliamo L’Ombra di Walt 3. Ne abbiamo bisogno. Capiamo che le istanze artistiche non ti tengono fermo, abbiamo visto la tua evoluzione tra Bestiari Padani, artiste messicane, La Colombia, i Riflessi. Non ti chiediamo di ritornare al passato, ma semplicemente di riaffrontare un mondo. Forse non siamo in tanti ad averne bisogno, ma il bisogno nostro è una moltitudine. Dov’è finito Walt? Cosa fa oggi? C’è ancora il governo provvisorio? Come sta l’uccello? C’è una possibilità di rendenzione a tutta questa polvere? Ci regalerai ancora tavole belle come questa?

Sul database sono già stati schedati: L’ombra di Walt,  L’ombra di Walt #2. Sicuramente io non metterò mai in vendita questi due volumi e credo che ormai non siano di semplice ritrovamento.

 

Tecniche per rubare riviste e istruzioni per una vita migliore – Piccoli furti di Michael Cho

Doppia tavola in bicromia di Piccoli Furti

Una delle qualità del fumetto come mezzo espressivo è la capacità di riunire sulla carta molte tematiche. Queste tematiche vengono filtrate dall’autore attraverso la sua poetica, la sua narrazione, il suo punto di vista. Il fumetto ha un’occhio verso il mondo esterno e verso quello interno dell’autore e dei lettori. Questi ultimi, dovendo creare i collegamenti mentali tra una vignetta e l’altra, si inseriscono nello spazio bianco e così facendo si impossessano dell’opera. Shoplifter, o Piccoli Furti,  di Michael Cho è un fumetto estremamente ben riuscito: l’autore riesce a narrare una storia ben salda alla nostra contemporaneità, dando il suo punto di vista narrativo ed espressivo, catturando il lettore che dopo la lettura si sente coinvolto e più ricco.

Copertina di Piccoli furti

Edito da poco in Italia da Rizzoli, ma uscito nel 2014 in USA e Canada per Pantheon, Piccoli Furti racconta un momento decisivo della vita di Corinna Park. Laureatasi in letteratura inglese, si immaginava un futuro di romanzi e letteratura, ma si ritrova incatenata al suo lavoro di pubblicitaria dove aveva iniziato a lavorare per pagarsi i debiti universitari. Tra compagni d’azienda, social network e un gatto che non dispensa affetto, l’unico momento in cui si sente viva e quando ruba le riviste nello store locale. Tecnica di furto che ci viene spiegata nel dettaglio, caso mai ci volessimo cimentare anche noi.

Due tavole in cui la protagonista si lamenta del rapporto con il gatto

Il mondo va verso la catastrofe ambientale, i social sono un’ulteriore patina di ipocrisia tra noi e il prossimo, il lavoro per le corporation non è che colorire i sogni dei clienti. Impersonificarsi con la protagonista risulta piuttosto semplice per la nostra generazione cresciuta nelle illusioni del progresso e che si deve confrontare con una realtà ben più complessa. Il lettore fa subito suo il libro, diventa un ladro d’opera, come la protagonista del romanzo grafico.

Tavole di riflessione della protagonista. Compare anche un orso polare in un igloo che si sta sciogliendo

La narrazione è chiara, le tavole sono divise nettamente. Il tratto è deciso e nitido, allo stesso tempo classico e moderno. Secondo il giornalista John Semley il suo stile ricorda la pop art di Roy Lichtenstein e l’estetica della silver age. L’utilizzo della bicromia rosa pantone e nero suggerisce una emotività virtuale dell’era dei social media, con una rimembranza verso un passato di plastica degli ’80s. Nonostante queste tinte e la protagonista femminile non è un graphic novel esclusivamente per signorine, il messaggio di Cho riesce nella sua universalità: dare una svolta alla propria vita, cercare di realizzarsi not matter what.

Tavole in cui spiega come rubare una rivista

Piccoli furti è il debutto di Michael Cho, autore nato nella Corea del Sud ma spostatosi in Canada in giovane età. Oggi vive a Toronto. I suoi lavori sono apparsi su molte riviste e ha lavorato per case editrici come Random House/Knopf e Penguin Books. Inoltre ha creato il webcomic Papercut. La versione americana/canadese è schedata su Becomix, per vedere la scheda basta cliccare qui.

Introducing: Cerebus the Aardvark di Dave Sim

Il fumetto che mi ha aperto più orizzonti nella mente: Cerebus the Aardvark, opera enorme e inclassibicabile, un fumetto sul fumetto, scritta e disegnata dal geniale (e controverso) canadese Dave Sim. Ho perso dietro questa serie ben due anni della mia vita e appena il tempo me lo concederà mi ritufferò nello studio di questa epica.

Cerebus che riflette sulla propria vita in Like A Looks, Cerebus #137

Nel lontano dicembre 1977 compare nel panorama del fumetto nordamericano un albo insolito destinato a sconvolgere radicalmente i canoni classici di questo mezzo espressivo. Dave Sim, seguendo il proprio comandamento “Thou shall break every law in the book”, inizia a pubblicare in maniera indipendete Cerebus the Aardvark, una parodia del genere fantasy à la Conan il Barbaro, con protagonista un oritteropo (da “aardvard” in afrikaans, che si traduce con “maiale di terra”). La casa editrice Aardvark-Vanaheim fu fondata dall’autore e da Deni Loubert (all’epoca findanzata di Sim, in seguito moglie e successivamente ex-moglie). L’opera sarà conclusa nel marzo 2004, con il numero 300. Con le sue 6000 tavole circa, è considerata la serie a fumetti nordamericana creata da un solo autore più longeva. Tutto solo Sim non è stato: dal numero 65 gli sfondi sono stati curati dal virtuoso Gerhald.

Copertina di High Society

La serie è stata ristampata in sedici raccolte definite “phonebooks“, data la somiglianza alle guide telefoniche (tante pagine e carta di bassa qualità). In Italia sono stati tradotti esclusivamente il secondo volume Alta società ed il terzo Chiesa e Stato (Vol.1) dalla Black Velvet. Può sembrare strano che si sia partito dal secondo numero, ma questo perchè High Society (le issue originali dal 26 al 50) formano un ciclo narrativo compiuto, mentre i primi numeri (raccolti nel phonebook Cerebus) sono formati da storie autoconclusive o cicli brevi, in cui il tratto è ancora acerbo e non ci sono ancora le grandi tematiche e sperimentazioni a cui Sim ci abituerà in seguito.

Wolveroach, una delle mille trasformazioni dello scarafaggio

Alta Società è godibile anche senza aver letto il primo volumone, ma il lettore rimane un po’ spiazzato quando compaiono personaggi come The Roach (un completo imbecille dalle personalità multiple che Sim utilizza per deridere le icone del fumetto come Batman, Capitan America, Wolverine, the Punisher e Dream di Sandman), Elrod l’albino (caricatura di Erlic of Melnibone di Michael Moorcoc), Red Sophia ma sopratutto Jaka, l’unico drammatico amore del nostro maiale di terra.

Quando una ragazza chiese a Cerebus “Cosa stai pensando”?

Se nel primo phonebook Cerebus è presentato come un barbaro iniziato alla magia, o come mercenario senza scrupoli che sperpera i suoi bottini in luride taverne, in seguito diventerà primo ministro di una città stato chiamata Iest (in High Society, satira dei meccanismi della politica e ai giochi di potere), poi papa alcolizzato (in Church and State I & II), e ancora rinnegato, barista e molto altro ancora cose nelle ultime storie. L’intera serie ci racconta la vita (discutibile) del protagonista, con le sue vittorie, sconfitte, sbronze, ma ci racconta anche la vita dell’autore: Sim infatti, oltre a comparire più volte, ci esporrà le sue idee politiche e sociali, spesso controverse (come, ad esempio, le sue posizioni antifemministe).

Parliamoci chiaro: le posizioni politico e sociali della seconda metà sono insostenibili. Sim è un genio egomaniaco, che ha abusato per buona parte della vita di alcool e droghe. L’idea di fare una serie in 300 albi gli è venuta mentre era internato per overdose di LSD. Prima donna, si arrocca sempre più nelle sue posizioni, riversando km di inchiostro contro i critici. Dal divorzio con Deni, circa a metà serie, inizia a scaricare le frustrazioni sentimentali dentro l’opera, fino a diventare un patetico paranoico, che crede di essere vittima di complotto marxista-femminista. Sim da irriverente iconoclasta figlio della cultura hippy, militante per i diritti degli autori, diventa un polemico reazionario, fino ad una clamorosa conversione religiosa. Chiaramente qualcosa è andato storto nel cervello dell’artista, ma nell’opera più Sim approfondisce le sue posizioni controverse, maggior virtuosismo riversa nel fumetto. Provare per credere.

Jaka, Issue #129

La prima metà è sicuramente quella più godibile, molti critici sono d’accordo nel giudicare il quinto volume, il celebre Jaka’s Story, come suo picco narrativo. Scritto in parte in prosa e in parte a fumetto, la tragica storia è uno studio sul personaggio femminile più importante della saga, sulla relazione dei generi e sulla repressione da parte della politica dell’arte. La parte in prosa racconta l’infanzia di Jaka, ed è scritta camuffando lo stile di Oscar Wilde, personaggio molto importante nella serie, di cui ne viene raccontata la morte, ampiamene documentata, nel sesto phonebook Melmoth. Non è l’unico cameo di personaggi reali nel opera: possiamo citare le comparse anche di Scott Fitz Gerald, Hemingway e sua moglie, la Tatcher, Woddy Allen, Mike Jagger e Keith Richard.

Mica male Gerhald negli sfondi.

 

Sim è uno sregolato sperimentatore: dalla impostazione delle tavole, al lettering, per non parlare della lingua e dei linguaggi. Indaga la psiche dei personaggi e la propria senza alcun freno, è un fine parodista della politica e della società, della letteratura e del cinema. Protagonista delle riflessioni rimarrà però sempre il fumetto di per sè, di cui Sim si erge come paladino. Ricordiamo che Sim, alfiere dell’autoproduzione, si spese sempre per difesa dei diritti d’autore, fu una delle figure centrali nella creazione del Creator’s Bill of Right, documento a difesa dei diritti dei fumettisti. Influenzò inoltre generazioni di autori, come Kevin Eastman e Peter Laid, creatori delle Tartarughe Ninja, Todd McFarlan (esiste perfino un cross-over Cerebus/Spawn), Jeff Smith e Neil Gaiman.

Cosa aspettate? Cercatevi i volumi in italiano, e se siete dei coraggiosi masticatori d’inglese completate la collezione. Consigliato a chi, stanco dalla monotona realtà delle graphic novel, è alla ricerca di un fumetto che sia un grande prodotto artistico e non mero intrattenimento. Non ve ne pentirete!

Per ora non abbiamo caricato tutti i volumi di Cerebus sul database, ma ecco:

A breve avremo un sistema di caricamento nuovo! Provare per credere!