L’importanza di chiamarsi Frank (Miller), di Alan Moore

L’importanza di chiamarsi Frank (Miller), di Alan Moore

originariamente pubblicato in Daredevil #1, 1983

trascritto online da Comicscube

traduzione di M. De Giuli e P. Scassa

Copertina di Daredevils 1
Immagine tratta da http://marvel.wikia.com/wiki/Daredevils_Vol_1_1

Ragazzi, non cercate di parlare a me di fumetti! Ho letto queste maledette cose per tutti gli ultimi 22 anni e sono giunto ad uno stadio terminale di amarezza, noia e diffidenza. C’ero, nel 1961, quando la Marvel diede inizio all’operazione di dotare i supereroi bidimensionali di plausibili eccentricità della personalità e di preoccupazioni autenticamente umane. C’ero, alcuni anni dopo, quando la casa editrice si è ritrovata nella stessa deprimente e stancante routine e sembrava che, per essere un supereroe, si dovesse avere una gamba rotta, un cuore malandato o una vecchia zia zitella con le vene varicose. C’ero, quando Jim Steranko iniziò a riempire le pagine di Agent of S.H.I.E.L.D. con vorticose strutture esplose, dove il tempo poteva avanzare lentamente attraverso lo spezzettamento dell’azione in un mucchio di piccolissime vignette, o dove la traiettoria del salto di un personaggio si frantumava in una sequenza di fluenti immagini cinetiche. C’ero, quando Neal Adams iniziò a lavorare su Deadman in Strange Adventures della D.C., trasformando la striscia in un classico fantasy duro e brutale, nel quale ogni vignetta trasudava di palpabile angoscia. Tifavo in prima fila agli esordi di Manhunter di Goodwin e Simonson, del Warclock ingegnosamente paranoico di Jim Starling, della sontuosa interpretazione Art Nouveau del Conan di Barry Smith.
C’ero anche quando tutte queste serie caddero sotto la falce di vendite insufficienti e i loro creatori le abbandonarono, con qualche significativa eccezione, per dedicarsi alla produzione di lussuosi ed autoreferenziali portfolio che solo i Getty Rothschild e i Lord Kagan di questo mondo si potevano permettere. Tutto questo confermava l’antica inesorabile massima che crudelmente recita: “Le cose belle non durano perché le cose belle non vendono”.
Datemi retta. Non parlatemi di fumetti. E’ troppo doloroso.

Prime due pagine dell'articolo di Moore su Frank Miller

Ora,considerato che sono vecchio, irascibile e irragionevole non dovrebbe sorprendere che io abbia salutato l’arrivo di Frank Miller con grande pessimismo e poco entusiasmo per il suo futuro nel mondo dei fumetti. Ricordo una sera da Steve Moore a sfogliare insieme un mucchio di recenti Daredevil e ad eccitarci insolitamente per il sottile intreccio della narrazione, la velata plausibilità della rappresentazione. Improvvisamente, nel pieno di questa patetica euforia adolescenziale, mi bloccai di colpo.

Non so perché ci agitiamo per queste cose. In un paio d’anni questo Miller avrà un ego dalle dimensioni dello stadio di Wembley e si ridurrà a disegnare sfarzosi libri pieni di barbari capricciosi con donne nude ai loro piedi.

Un paio di anni dopo, alla Comicano dell’82, dove entrambi eravamo ospiti, fui presentato a Frank Miller, e mi commuove ricordare che si tratta di una delle persone più piacevoli che potresti mai sperare di incontrare, che il suo ego è contenuto ad un livello completamente gestibile e che, da tutti gli indizi, sembra intenzionato a rimanere nel campo dei fumetti finché la sua vista non diventerà la stessa del personaggio cui è associato più frequentemente. Vivete e imparate, ragazzi. Vivete e imparate.

Ora, a questo punto della mia storia, mi stupisce il fatto che possono ben esserci tra voi alcuni il cui primo impatto con la straordinaria abilità di Mr. Miller è rappresentato dal numero di Daredevil che proprio ora tenete nelle vostre mani sudate. Possono esserci alcuni tra voi che si chiedono, legittimamente, a che proposito è tutta questa eccitazione. Beh, avvicinatevi e dissipiamo la nebbia dall’immagine, mentre vi riporto indietro a quei vaghi e distanti giorni del 1979, al mio primo incontro con Frank Miller e con l’oscena eleganza che ha portato a Daredevil.

Nel 1979, più o meno venti anni dopo aver preso in mano un numero di Flash, a sette anni, il mio maniacale acquistare fumetti si era ridotto al contagocce. Ogni mese D.C. e Marvel sembravano soddisfatte di ripetere la stessa trama stantia e l’insipida caratterizzazione che erano state il loro marchio di fabbrica nei precedenti dieci anni. Spiderman litigava con la fidanzata per un malinteso. The Rhino evadeva dal penitenziario dell’isola di Ryker e si scatenava semplicemente perché era giovedi sera e non c’era nient’altro da fare. Da parte mia, voltavo le spalle a questa situazione e trovavo soddisfazione con 2000 AD o con i fumetti underground, dove almeno si cercava di uscire dagli schemi e fare qualcosa di diverso, qualcosa che avrebbe contribuito a realizzare l’enorme potenziale dei fumetti.

Perché mai mi degnai di prendere una copia di Daredevil 158 è qualcosa che non so spiegarmi ancora oggi. La copertina non era niente di speciale. La storia interna, di Roger McKenzie, non sembrava essere un significativo passo in avanti per l’industria del fumetto, anche se, per essere giusti, aveva i suoi momenti di tensione ed intreccio. Anche i disegni erano quasi ordinari… a parte qualche tocco qua e là. C’era una scena in cui gli Unholy Three portavano un indifeso Matt Murdock sopra i tetti di New York, nella quale in qualche modo la luminosità inquietante e innaturale di Wally Wood si combinava con la presenza fisica del giovane Neal Adams. C’era una spettrale sequenza finale in un cimitero con Death Stalker che faceva un balzo da una tomba… insomma, qualcosa lì c’era. L’uomo aveva senza dubbio una storia da raccontare, anche se attraverso mezzi abbastanza convenzionali. Mi appuntai mentalmente di prendere il numero successivo.

vignette sul biliardo

Arrivarono i numeri successivi, e con questi arrivò anche una crescente fiducia nei disegni. Anche i layout sembravano diventare un po’ più audaci… nell’episodio su Doctor Octopus, n. 165, c’erano talvolta anche undici o dodici vignette in una sola pagina, disposte in modo da dare il massimo impatto drammatico ad ogni scena. In una vignetta i gangsters giocano a biliardo, i loro colpi fanno correre le biglie sul tavolo verde. In quella successiva, un guanto rosso esce dall’oscurità, e un dito si avvicina per fermare la palla a metà corsa. Purtroppo, sembra che lo scrittore abbia sfruttato l’opportunità di avere tante vignette per metterci dentro il maggior numero possibile di dialoghi, anche in sequenze dove non era realmente necessario. Ma che diavolo! … ci stava arrivando!

pagina di Moore

Inoltre, per un occhio esperto, c’erano un certo numero di interessanti influenze artistiche che saltavano fuori via via nelle pagine di questo nuovo e rivitalizzato Daredevil. Una sequenza in D.D. 164, dove, in una rivisitazione della storia originale, Daredevil insegue un bandito terrorizzato nella metropolitana, ha un’impressionante somiglianza con una scena tratta da “Master Race“, una storia pubblicata nella vecchia linea di fumetti E.C., disegnata dal pioniere dei fumetti Bernie Krigstein. Sullo sfondo di alcuni pannelli che mostrano Daredevil che corre sui tetti di una cruda e malfamata New York, si intravedono cartelloni con la scritta “The Spirit”… una citazione dell’abitudine di Will Eisner di inserire il logo del suo Spirit in qualche elemento del design della sua splash. Il logo poteva comparire su un poster mezzo strappato incollato su un muro di mattoni o su un cartellone pubblicitario.

Era ovvio, sia attraverso questi riferimenti scherzosi sia per il personale metodo di Miller di raccontare una storia per immagini, che eravamo di fronte a qualcuno che aveva imparato da maestri impeccabili. C’era un tocco di Eisner, un tocco di Krigstein, uno sguardo a Steranko… ma sempre di più, man mano che la serie avanzava, emergeva un generoso tocco di puro Frank Miller. Nel numero 164, ad esempio, troviamo un breve ma potente pezzo di narrativa quando il giornalista Ben Urich rivela l’identità segreta di Daredevil con una fotografia che tiene in mano e chiede all’eroe cieco di descrivere. In sei piccole e strette vignette, vediamo che Daredevil si gira da una parte e poi dall’altra come nel tentativo di scappare per non dover ammettere che non può vedere la foto, foto che rimane immobile e ferma in primo piano per tutta la sequenza dei sei fotogrammi. Alla fine, Daredevil è costretto a girarsi e ad affrontare la situazione, ammettendo la sua cecità. Attraverso il modo in cui Miller organizza questa sequenza percepiamo l’angoscia della decisione di Daredevil, in un modo che rende i discorsi quasi di troppo.

pagina di Moore

Ancora, nel numero 164, possiamo vedere l’uso del simbolismo da parte di Miller per ottenere un effetto teatrale. C’è una vignetta nella sequenza del flashback che occupa la maggior parte del libro, nella quale il padre di Matt Murdock è coinvolto da un delinquente noto come The Fixer in un losco affare che alla fine porterà alla sua morte. Quando the Fixer tiene in mano il contratto fatale da far firmare a Murdock Senior, vediamo il volto stanco e sconfitto del povero pugile, circondato da anelli di fumo del sigaro del grasso gangster, esattamente come lui stesso è stato circondato e raggirato dall’argomento untuoso e persuasivo di The Fixer. Naturalmente, nel mondo del cinema questo genere di cose è demodé, (c’è una scena in “Paths of Glory” di Stanley Kubrick dove l’eroe e il suo sleale ufficiale passeggiano in un grande ufficio. Il tortuoso e labirintico disegno delle piastrelle del pavimento che i loro passi sembrano seguire è analogo al labirinto di giustificazioni e razionalizzazioni in cui l’ufficiale minore è stato intrappolato), ma nel mondo dei fumetti solo pochi sono in grado di ricorrere a questi espedienti senza sembrare né impacciati né manieristi. Questo Frank Miller stava diventando qualcuno da tenere d’occhio.
Con il numero 168, il motivo diventa più che ovvio. Con questo numero Miller è subentrato ai testi di Daredevil, facendone l’unico titolo Marvel con un singolo individuo al timone creativo invece della solita collaborazione tra artisti/scrittori.
Ora, come chiunque potrà dirti, quei casi felici in cui scrittore e artista si combinano in una sola e unica persona hanno dato vita ad alcuni dei lavori migliori che questo medium abbia mai prodotto… Le storie di guerra E.C. di Harvey Kurtzman, le storie di Spirit di Will Eisner, il terribile e commovente Maus di Art Spiegelman, tutti questi hanno il vantaggio di non essere il prodotto di uno scrittore che vuole sfoggiare la più bella scrittura possibile, collaborando con un artista altrettanto concentrato a rendere ogni pagina disponibile squisitamente piena di dettagli. Nelle mani di un artista-scrittore l’opera raggiunge una grazia e un equilibrio che raramente è possibile raggiungere in altra maniera.
E’ una specie di prova del fuoco.
Dopotutto, uno scrittore e un artista in collaborazione hanno sempre qualcun altro da incolpare se il fumetto non funziona. Con Daredevil #168, Miller non ha più nessuno, se non se stesso, da biasimare se la sua serie fa un buco nell’acqua.

Ma non è andata così. E’ stato un successo. Nel tempo di pochissime uscite, la scrittura di Miller divenne sicura e disinvolta come i suoi disegni, e con l’aumentare della sua fiducia cominciammo a vedere una tecnica grafica e narrativa sempre più audace. E oltre a questo, le storie erano veramente divertenti anche per chi non è un critico pseudo-intellettuale del fumetto come me. Nel n. 169 vediamo il mondo attraverso gli occhi di un killer psicotico il cui cervello malato trasforma tutti quelli che vede nell’immagine di un vigilante vestito di rosso che è il suo più grande nemico. Nel n. 171 vediamo il gigantesco Kingpin of Crime che si trascina, ferito e insanguinato, dai resti aggrovigliati di un traliccio caduto subito dopo un esplosione che, apparentemente, ha strappato la vita di sua moglie Vanessa. L’immagine inquadra la sua faccia, a malapena cosciente, il sangue che gocciola dal naso e dalle labbra, mentre si trascina, centimetro dopo centimetro, lontano dalle macerie. Improvvisamente spalanca gli occhi e vediamo nascervi una muta incredulità nel rendersi conto della morte di sua moglie. La sua faccia riempie la vignetta, quegli occhi tremendi e affranti rappresentano il suo smarrimento e, come un bambino, sussurra il suo nome.
Nella sequenza di cinque pannelli, le abili mani di Miller trasformano Kingpin da quel tarchiato e tronfio buffone delle prime storie di Spiderman in un uomo che ha sepolto la sua umanità sotto una montagna di ferro…
Questa rappresentazione di Kingpin è un chiaro esempio dell’approccio di Miller alla rappresentazione nel suo insieme, sia nel caso in cui si tratti di una sua creazione, come la killer mercenaria Elektra, sia che si tratti della creazione di altri come J. Jonah Jameson, Kingpin o lo stesso Daredevil.

scena di King Ping. Illustrazione di Frank Miller

Potrei continuare ancora e ancora a descrivere i miei episodi preferiti con tediosa lunghezza. Ce ne sono dannatamente tanti. Ma in ogni caso finirei con il ripetermi e voi potrete vedere questi particolari capolavori da soli nei prossimi mesi.
Penso sia preferibile che io tenti e isoli certi elementi della tecnica di Miller e cerchi di definire esattamente cosa lo renda così originale e una figura così influente nel panorama odierno dei fumetti.
Per prima cosa, come scrittore, quasi di più di ogni altro elemento ammiro l’approccio di Miller nella caratterizzazione. Prima di Miller nella tradizione Marvel l’approccio alla caratterizzazione è stata piuttosto semplice e ampiamente inefficace. Personaggi dai visi impassibili affrontano scene di amore e scazzottamenti con la stessa aria di indifferenza generale mentre una enorme mole di baloon di pensieri fluttua sulle loro teste informandoci delle turbolente emozioni che di fatto stanno vivendo.
Questo metodo è impacciato per un paio di motivi. Per prima cosa, sembra ridicolo. La gamma di espressioni facciali a disposizione per un numero angosciante di artisti è molto spesso limitato a “bocca aperta” o “bocca chiusa”. Il dirci semplicemente che questi personaggi stanno per affrontare una importante crisi di identità non è adeguato. Non quando i personaggi coinvolti mostrano tutte le loro passioni, risposte e sentimenti di un catatonico melograno abbandonato.
In secondo luogo, è innaturale. Nella vita vera quando incontri una persona per la prima volta sei costretto a darti una opinione della sua personalità sulla base di ciò che hanno detto e sulle cose che fa. Non hai comodi baloon che volteggiano sopra la sua testa che ti informa che in cinque minuti sono intenzionati a invitarti a casa per pranzo o rubarti il portafoglio. Non hai comodi e sospese didascalie che spiegano che questi personaggi si stanno comportando come semplici idioti perchè sono turbati dal fatto che Green Goblin abbia imprigionato la propria ragazza in un frullatore.

Nelle opere di Miller i pensieri nei baloon e le didascalie sono diventate sempre meno importanti nella tecnica di caratterizzazione. Tutto quello che sappiamo di quello che sta succedendo all’interno della mente del suo personaggio è quello che possiamo dedurre da un sopracciglio alzato, da una fisima del labbro o dalla chiusura degli occhi. Proprio come la vita vera. (Forse è utile notare che la creazione di Miller Elektra, che sembra apprezzata da molti fan del fumetto per la sua indole ben definita e per l’approccio al vestuario “meno è meglio”, non ha mai utilizzato pensieri nei suoi baloon per spiegare le sue motivazioni. La maggior parte della sua caratterizzazione è nella mente del lettore. Forse è proprio per questo che è così efficace.)
Il secondo aspetto del lavoro di Miller che merita di essere commentato, quello che rende le sue storie così fluide alla lettura, è il suo impecabile e preciso tempismo.
Sembra che componga le sue storie con un senso metrico e di ritmo da musicista, spesso interrompendo le scene drammatiche con improvvise vignette dalla forma bizzarra o muta che sbatte una breve pausa, un singolo colpo prima che la storia si districhi di nuovo in qualche nuova direzione.
Nel n. 172 Miller introduce un sorprendente e funzionale congegno che serve sia a a cambiare senza problemi le scene a anche per regolare il ritmo necessario. Usando alti pannelli che scorrono dall’alto al centro della pagina comprendenti qualche aspetto del paesaggio di Ner York, Miller sobriamente colloca l’atmosfera della scena che è da seguire e aggiunge al lettore la curiosa e coinvolgente sensazione che gli sia permesso di origliare sugli eventi principali insieme alla storia.

vignetta lunga della città
C’è inoltre da considerare l’eclettismo di Miller. Questo di per sè non è niente di nuovo. Infatti gli artisti con più successo con questo medium sono stati spesso coloro che hanno lasciato un ampia gamma di influenze formare il loro stile. Con Eisner fu l’offerta cinematografica di gente come Orson Welles. Con Steranko fu la pop art e la psichedelia in voga nei vari poster artistici della West Coast nella metà degli anni sessanta. Con Barry Smith fu il simbolismo e i Pre-Raffaeliti. Tutte queste influenze hanno dimostrato di essere popolari e durature e la maggior parte di nuovi artisti che entrano nel campo hanno scelto una combinazione di questi elementi per potenziare i loro stile da principiante. Considerando che Miller per certi versi fa parte di quella categoria, almeno ha scelto un’influenza più ampia e ampiamente intoccata… quella della tradizione del fumetto giapponese.
L’approccio giapponese al problema dello storytelling nel fumetto è leggermente diverso dal nostri metodi occidentali. Per un motivo: devi leggerti tutti i libri partendo dal retro e andando al contrario leggendo le pagine da destra verso sinistra. Ciò tralasciando, ci sono caratteristiche meno ovvie. Piccole vignette monocromo sono usate per sospendere il completamente tempo, congelanzo l’istante come una pioggia di frecce mortali che volano nel cielo. Lunghe sequenze di silenzio sono utilizzate per costruire una tensione che erutta in una paradossalmente fredda e controllata ostentazione di violenza.

pagina di Moore con illustrazione tratta da Lone Wolf & Cub

Nel fumetto Lone Wolf and Cub, del quale Miller allegramente ammette che sia il suo fumetto preferito del mondo intero, c’è una sequenza dove l’eroe adulto, un impeccabile spadaccino solitamente chiamato Lupo Solitario che porta suo figlio con sè in una carrozina, deve confrontarsi con un piccolo esercito di figure sinistre armate di cerbottana. La scena che descrive il loro approccio è notevole nella tensione che riesce a sprigionare. Per prima cosa vediamo le loro lunghe e inquietanti ombre allungarsi verso di noi per un sentire mentre marciano in fila, silenziosi e sinistri. Poi vediamo i loro piedi e la strada da dove stanno avanzando: ciò rende l’idea della loro inarrestabilità, procedendo in modo impeccabilmente reggimentato. La prossima inquadratura mostra la parte centrale dei loro corpi, la figura intera viene decapitata dal confine della vignetta. A questo punto vediamo le cerbottane mortali che si portano con loro… o piuttosto vediamo i loro bizzari elmi, a forma di cesti, che cela i loro visi: ciò li rende ancora più implacabili e senza faccia portatori di morte terribile.

Se paragoniamo sequenze come queste con qualcuna della recente serie di Wolverine, prodotta in collaborazione con Chris Claremont, vediamo una una somiglianza nel ritmo e nelle atmosfere con un Miller che in qualche modo traduce gli elementi più esoterici della narrazione orientale per gli occhi dello spettatore occidentale.

Infine, collegato all’eclettismo nel lavoro di Miller, abbiamo l’elemento che a mio parere è probabilmente il fattore singolo più importante nel suo procedere: quello di essere continuamente entusiasta di sperimentare e esplorare territori nuovi, che mantiene i suoi lavori freschi ed eccitanti, piuttosto che lasciarlo stagnare in qualche livello stazionario di immaginaria eccellenza.

Questo itinerario finale è quello che molte persone avevano scelto nel passato e, nonostante questi autori ancora possano essere venerati in qualche fanzine retrospettiva delle loro illustri carriere, potrete notare che non sembra che facciano molto in questi giorni.

Se Frank Miller continuerà a spingersi sempre più avanti, sia attraverso l’operato nelle maxi-serie D.C. Comics o in qualsiasi altra area in cui vorrà applicare il suo talento, penso che ci troveremo in uno strano pericolo negli anni che verranno.

Ovviamente, se nell’arco di tre anni non rimarrà traccia di Mr. Miller al di là di qualche lussuoso portfolio di Good Girl Art comprendente Elektra e The Black Widow, allora potrei tenere le mie critiche aperte e essere il primo a dirvi “ve lo avevo detto?”

 

 

Le scansioni dell’immagine sono tratte da Comicscube. Nel database di Becomix abbiamo un po’ di opere di Frank Miller, ma siamo ben lungi da una lista completa. Ricorda: se vuoi avere la tua collezione ordinata sul sito, vendere e comprare fumetti iscriviti al sito!

L’emancipazione a fumetti – Kamimura Kazuo e l’età della convinvenza

Copertina de L'età della convivenza di Kamimura Kazuo

Tutti quelli che hanno visto Kill Bill si ricorderanno della killer O-Ren Ishii: Tarantino non si fece scrupoli ad indicare il film Lady Snowblood (t.o. 修羅雪姫 Shurayuki-hime) come diretta ispirazione. Si dà il caso che la pellicola fu ispirata da un manga scritto da Koike Kazuo (è probabile che qualcuno conosca già la mia proposta di legge Ius Kozure ōkami) e illustrato da Kamimura Kazuo. Non poteva essere che Kamimura, grande rappresentante della femminilità giapponese al pari del regista Mizoguchi Kenji e dello scrittore Nagai Kafū, a rappresentare la “versione femminile” di Ogami Ittō.

I due amanti sul tram. Doppia pagina con quattro vignette

Proprio mentre Kamimura lavorava a Shurayuki-hime, come ogni grande mangaka portava avanti contemporaneamente altri lavori come Shinano gawa (il fiume Shinano) e sopratutto Dōsei Jidai (L’età della convivenza), uscito da pochissimo in Italia. Se il merito di aver portato Kamimura nel nostro paese è della J-pop, la stessa che ha curato anche la mostra a lui dedicata a Lucca Comics 2016, in Francia Kana già da tempo ha tradotto molte opere del fine mangaka. Ad Angouleme 2017 la loro edizione di Rikon Kurabu (Il club delle divorziate) ha vinto il Prix Patrimoine e la mostra a lui dedicata era decisamente imponente e curata.

I due amanti si baciano su un prato. La protagonista invoca la morte.

Allepoca Dōsei Jidai fu un grandissimo successo popolare perchè Kamimura sapeva leggere e raccontare il proprio tempo, mettendo a fuoco le problematiche e le contraddizioni sociali in un Giappone ancora schiacciato dal passato e al tempo stesso obbligato alla modernità. La lettura del manga ci porta nella Tokyo degli anni settanta, epoca di scontri studenteschi e di emancipazione. Kyōko (21 anni) e Jirō (23 anni) vivono insieme come una coppia non sposata. Mentre lei lavora come grafica in un’agenzia pubblicitaria e deve sopportare le angherie di genere tipiche dei luoghi lavorativi del Giappone, lui è un mangaka debuttante e deve farsi le ossa per ottenere una sicurezza economica. Ogni capitolo approfondisce un frammento della loro quotidianità o di quella dei loro vicini e conoscenti disvelandone le contraddizioni, la sofferenza e la passione.

Sequenza cinematografica in cui lei chiede una sigaretta

Se la Valentina di Guido Crepax era alfiere del femminismo e della lotta sociale, in cui l’impostazione grafica era intellettualmente una destrutturazione freudiana, un fumetto insomma per un pubblico intellettuale, Dōsei Jidai è invece un fumetto squisitamente popolare. Lunghe carrellate cinematografiche con tensione erotica à la nouvelle vague, accompagnate da un tratto estremamente elegante, descrivono la vita a due dei protagonisti, le loro felicità e la profonda tristezza.

Doppia tavola con la portagonista che guarda alberi in fiore. Kamimura eccelle anche in uno stile più evocativo.

La narrazione è chiara come solo il fumetto giapponese sa fare e i temi trattati possono essere crudi e patetici. Kamimura riesce nel descrivere questa umanità viva, ad affrontare tematiche difficili e sporche senza darne un giudizio morale. Anzi, caricandone il senso poetico: esemplare è il primo episodio in cui tratta il sesso con le mestruazioni. “Preferisco ancora vivere perdendo un po’ di sangue, piuttosto di finire annegata con un corpo in cui non scorre nulla.”, conclude Kyōko.

illustrazione di Kamimura in cui lui si annusa le dita
Il profumo del sangue è l’odore dell’avvenire.

Il Giappone è tutt’ora un paese maschilista, per quanto possa sembrare incredibile, più (o diversamente) del nostro. Non ci dobbiamo stupire della crudezza e realtà dei racconti: è normale che nelle aziende giapponesi le donne siano relegate al ruolo di “versatrici di caffè” come anche la violenza di genere. Se può sembrarci difficile comprendere come uno schiaffo dato dal ragazzo possa rivelarsi uno strumento pacificatore, non dobbiamo comunque stupircene troppo. Già alla fine del X secolo Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale sottolineava di apprezzare una certa violenza nella mascolinità:

I giovani sono magnifici quando, in virtù del loro grado, possono uscire armati di tutto punto. Un figlio di nobili, anche bellissimo e interessante, se non ha armi perde istantaneamente ogni fascino (48).

Per tornare in epoche più recenti, leggendo le descrizioni dei quartieri di piacere di Hiraga Gennai (di lui parliamo anche qui) oppure nelle opere di Higuchi Ichiyō scopriamo che il saper dare un paio di schiaffi al momento giusto è un requisito che molte geishe esigono dal loro uomo. Ancora oggi può succedere che l’uomo, nel passeggiare, preceda la compagna. Nonostante noi occidentali attraverso il mito della geisha vediamo il Giappone come entità femminile, i giapponesi hanno sempre visto la loro nazione di genere maschile, come sottolinea Tessa Morris-Suzuki nel suo saggio Re-Inventing: Time, Space, Nation. Ricordiamo inoltre che il tema dello shinjū, il doppio suicidio d’amore, è un topos della letteratura giapponese, molto approfondito anche nei drammi del bunraku di Chikamatsu Monzaemon.

Lui tira uno schiaffo a lei

Lui mentre tira i capelli a lei.

Ecco la scheda Becomix della versione francese! Per la versione italiana la traduzione è curata da Paolo La Marca, docente universitario di lingua e letteratura giapponese nell’Università di Catania e grande estimatore di Kamimura (organizò infatti la mostra Kamimura Kazuo – Il mondo dell’eros nel Castello di Donnafugata nel 2014).  Ha curato anche le traduzioni italiane di Storie di una geisha – Una Gru Infreddolita e Lady Snowblood.

Ci sono più giorni tristi da dimenticare, che giorni felici da ricordare

 

Becomix News: a giugno avremo un sistema di caricamento più semplice e il MARKETPLACE!