L’esordio fumettistico di Tsuge Yoshiharu

Se c’è una metafora ricorrente sul posizionamento di Tsuge Yoshiharu nella storia del manga è quella dei picchi gemelli, in cui sulla cima della montagna del manga commerciale troviamo Tezuka Osamu, mentre nell’altro, su quello del manga artistico, introspettivo o “controculturale”, ci troviamo Tsuge. Di Tsuge conosciamo quindi la profonda influenza nel panorama del Watakushi manga (“Manga dell’io”), o come esponente di punta del gekiga o ancora come padrino dell’underground e del manga alternativo. Pochissimo di lui è stato tradotto: in inglese sono presenti solo alcune raccolte comparse su The Comics Journal (Nejishiki, “Modello a vite”, dal link è possibile leggere la traduzione) o su Raw di Alt Spiegelman (Akai Hana, “Fiori Rossi” e Oba Denki Mekki Kōgyosho, “La fabbrica galvanostegica Oba”). Non possiamo dire che sia un autore conosciuto all’estero dai gaijin. Quest’anno Canicola ha pubblicato l’ultimo libro di Tsuge, Munō no hito o in italiano L’uomo senza talento, uscito precedentemente in Francia (2004) e Spagna (2015).

copertina di Giovinezza di Tsuge con autoritratto davanti la pioggia

La scoperta di un fumetto adulto e drammatico, antecedente rispetto A Contract with God di Will Eisner, da parte di un pubblico sempre più bisognoso di letture adulte, sta facendo arrivare molti autori questi autori stanno arrivando anche qui in Italia (sono stati pubblicati tre libri del fratello Tadao, Hayashi Seiichi, Hanawa Kazuhiko, Tatsumi Yoshihiro, ecc), ma Tsuge Yoshiharu rimane in parte ancora un mistero.

I critici dividono l’opera di Tsuge in tre periodi: l’inizio della carriera (1955-1965), il periodo Garo (1965-1970) in cui, in un primo momento dopo una crisi nervosa, lavorò come assistente di Mizuki Shigeru, e il periodo post Garo (1970-1987), con Munō no hito a segnare la fine della carriera. Probabilmente il periodo che più ha influenzato i mangaka è quello Garo, con l’introduzione dei temi autobiografici (Chico, Oba Denki Mekki Kōgyosho e Shōnen, “Il ragazzo”) e quella del sogno (Nejishiki, Yoshibō no hanzai, “il crimine di Hanzai”), ma soprattutto grazie alla capacità di descrivere una mestizia dell’esistenza senza pari (Tōge no inu, “Il cane del Valico” o Numa, “La palude”).

Se con Munō no hito stiamo conoscendo l’ultimissima parte della carriera e della vita di Tsuge, niente sappiamo dell’esordio. Grazie alla biografia presente in Tsuge Yoshiharu Shoki Kessaku Tanpenshū (Antologia delle opere giovani di Tsuge Yoshiharu) abbiamo a disposizione molte informazioni che non sono trascurabili per una esatta comprensione delle tematiche biografiche. Partiamo quindi dall’inizio fino a giungere alla prima pubblicazione, raccontata nel racconto Shōnen, apparso nel luglio 1981.

biografia di riferimento

Tsuge nasce nel 1937 a Kazushika (Tokyo). I genitori erano in viaggio dalla prefettura di Fukujima all’isola di Izu Ōshima, dove intendevano trasferirsi. Il fatto che sia nato in viaggio è curioso, dato che questo sarà un elemento ricorrente della vita e dell’opera. Sull’isola il padre lavorava come itamae, cuoco giapponese. I primi quattro anni di vita del piccolo Yoshiharu furono tranquilli. Nel 1941 nacque Tadao e si trasferirono nel paese natio della madre a Ōhara, un villaggio di pescatori nella prefettura di Chiba. Il padre invece si trasferì a Tokyo per lavoro e tornava dalla famiglia molto raramente. La madre lavorava a casa, vendendo ghiaccio d’estate e gestendo un ristorante di oden in inverno. Yoshiharu iniziò a frequentare la scuola materna, ma il carattere molto timido causato dall’autismo non gli permetteva di integrarsi. Verso la fine dell’anno il padre venne ricoverato all’ospedale di Tokyo per un malanno fisico. Venne dimesso, ma di nuovo in viaggio per lavoro la sua condizione peggiorò e in un ryokan (albergo in stile tradizionale) e spirò in preda ai deliri. Il piccolo Tsuge assistette alla morte del padre insieme alla madre e ne conservò un ricordo di terrore.

ritratto della famiglia misera di Tsuge
– Mamma, è uscito finalmente il mio manga! – Quanto ti hanno pagato per questo?

Dopo la morte del padre nel ’43 la famiglia si trasferì a Katsushika (Tokyo). La madre iniziò a lavorare in una fabbrica di munizioni e mentre non era a casa, i due fratelli custodivano il piccolo alloggio di 4 tatami e mezzo. Quando Yoshiharu iniziò ad andare a scuola, le incursioni aeree americane devastavano la città. Una volta si ferì lievemente con un proiettile inesploso trovato in un fiume. Già in quel periodo il suo unico divertimento era disegnare.

autoritratto di Tsuge in giovinezza

Dopo il grande bombardamento di Tokyo del 10 marzo ’45 venne evacuato con il fratello nella prefettura di Niigata, nella località termale di Akakura. Per chi volesse approfondire su come fosse la vita di questi giovani sfollati consiglio la lettura di Gen di Hiroshima di Nakazawa Keiji. La vita in comunità era troppo dura per Yoshiharu che si ammalò di eritrofobia. Come tutti i giapponesi, ascoltò in radio il messaggio di sconfitta dell’imperatore in cui, tra le varie cose, negava la sua origine divina. Tornò a Tokyo insieme a Tadao verso ottobre. La vita a Katsushika non era semplice, per sopperire ai bisogni della famiglia non bastavano i lavori di sartoria o da ambulante della madre. Erano così poveri che dovettero trasferirsi un edificio in rovina vicino la stazione.

La fabbrica galvanostegica Oba di Tsuge Yoshiharu

Nel ’46 la madre si risposò. Il genitore adottivo fu sempre molto duro con i ragazzi. In quel periodo però Yoshiharu impazziva per i manga come Norakuro (di Tagawa Suiho, in Italia è arivato come Nora, cane di leva) e Tank Tankurō (di Sakamoto Gajo). La madre aprì un centro scommesse nel mercato nero che però rimase chiuso a lungo. Nacque la prima sorella del nuovo matrimonio. In quel periodo, il patrigno della madre di Yoshiharu, ex-pescatore divenuto ladro durante la guerra, lo coccolava regalandogli fumetti di Tezuka Osamu. Il nonno però non era paritario nel trattamento dei nipoti e maltrattava il fratello Tadao.

Con l’arrivo della seconda sorella la casa diventò sempre più affollata. Per un anno Yoshiharu e il fratello non andarono a scuola, ma vendevano giocattoli e caramelle in bancarelle improvvisate o lavoravano per un piccolo teatro. Fu uno dei periodi più poveri della famiglia.

A undici anni, nel 1948, Tsuge divenne amico di O (così è segnato nella biografia). I genitori gestivano un ristorante cinese di Soba e ogni giorno Tsuge aiutava l’amico nella preparazione dei wonton. Iniziava a fermarsi anche a dormire da questa famiglia ed era sempre più raro vederlo a casa. Insieme a O sognava di diventare marinaio, ma dati i suoi problemi di autismo, eritrofobia e antropofobia aveva terrore degli incontri sportivi scolastici e arrivò a tagliarsi con un rasoio pur di non partecipare.

Il giovne Tsuge mette il braccio in una vasca di acido

Nel 1950 finì le scuole elementari e non si iscrisse alle medie. Preferì andare a fare l’apprendista nella fabbrica galvanostegica del fratello maggiore. Gli straordinari lo obbligavano a lavorare fino a tardi e lo stipendio arrivava sempre in ritardo. Per questo motivo decise di provare a lavorare in un giornale, ma presto dovette ritornare nella piccola fabbrica. Il tempo a disposizione per i manga e per i film diminuiva. L’anno successivo iniziò a lavorare per il padre adottivo nell’impresa tessile famigliare, ma non resistendo alle vessazioni del patrigno scappò di casa. Salì clandestinamente su una nave, venne scoperto e passò una notte in carcere.

Come in un loop, Yoshiharu ritornò nella fabbrica in cui lavorava il fratello e di nuovo cercò di fuggire su una nave. Voleva arrivare a New York, ma venne scoperto in alto mare, nei pressi dell’isola di Nojimazaki. Questa volta ritornò a lavorare nel negozio dell’amico O e passava dalle 9 alle 2 di notte a preparare, chissà, prelibati wonton. Lavorò nel ristorante cinese per un anno, per poi tornare nella fabbrica del fratello. Il loro sogno era di poter aprire una piccola fabbrica insieme.

– Tsuge chan, è uscito il tuo manga!

Arriviamo finalmente nel 1954, l’anno delle prime pubblicazioni. Decise di diventare mangaka chiuso in stanza, durante una crisi di antropofobia, considerando che fare il fumettista, almeno, era un lavoro in cui non doveva avere a che fare con altre persone. Andò a visitare Tezuka Osamu a Tokiwasō e riuscì a chiedergli i prezzi delle commissioni. Rafforzò la sua decisione di diventare un mangaka professionista. Mentre lavorava nella fabbrica mandava a case editrici i primi fumetti yonkoma (fumetti a quattro vignette), e venne accettato da Tsūkai Book. I primi tre fumetti pubblicati furono Hannin dare da!! (“Chi è il colpevole?”), Kisōtengai (“Inimmaginabile”)e Naaanda (“Cooosa?”). Nel racconto Shōnen, che si apre e si chiude con il giovane Yoshiharu che immerge un topo nel cianuro di potassio, ci descrive uno spaccato di vita patetico, le pericolose condizioni lavorative, le prime tentazioni sessuali. Era così povero che quando entrò nella libreria e vide la sua prima pubblicazione non aveva i soldi per comprare la rivista. La commessa gli prestò i soldi con sensualissima gentilezza. Nel primo yonkoma pubblicato e nelle prime opere lunghe (Minato no Rirī chan “Riri del porto” e Soko Nashi Numa “Palude senza fondo”) lo stile è chiaramente derivativo da Tezuka: la seconda montagna non si sarebbe potuta sviluppare senza la prima, anzi possiamo essere sicuri che il Dio dei Manga abbia seminato dure radici in tutto il manga stesso.

Un ragazzo colpisce una palla con una mazza da baseball. La palla colpisce un signore che si lamenta del bernoccolo. Il giovane colpisce il bernoccolo che diventa una palla e schizza via. prima pubblicazione di Tsuge Yoshiharu

Inimmaginabile!

Sbam!

Ahi! Chi è stato?

Perché mi hai fatto questo bernoccolo?

Basta far così!

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Nejishiki – modello a vite (traduzione)

1Per chiarezza, in questo articolo rispettiamo l’ordine giapponese per cui il cognome viene sempre anteposto al nome.

2Possiamo citare Yamane Sadao, Tezuka Osamu to Tsuge Yoshiharu: Gendai Manga no Shuppatsu-ten (Osamu Tezuka and Yoshiharu Tsuge: The Starting Point of Modern Manga.),Hokuto Shobo, 1983 e Marechal Beatrice, On Top of the Mountain: The Influential Manga of Yoshiharu Tsuge. In The Comics Journal, 2005.

Le flatulenze filosofiche di Tsuge ne L’uomo senza talento

Da pochissimo è arrivato nelle fumetterie L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge, edito da Canicola e tradotto da Vincenzo Filosa. Recensire un titolo così importante, canto del cigno di Tsuge pronto a ritirarsi dalle scene, è una operazione per la quale non ho le competenze né le abilità. Stiamo parlando di un opera importante, in cui lo scontro tra antiche filosofie orientali e l’individualismo moderno viene filtrato dall’angoscia e dalla disillusione tipica della fine del Novecento. Mi inchino davanti quest’opera e il consiglio dell’acquisto e della lettura è scontato.

Copertina de L'uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge

Ho deciso non di offrirvi una recensione o di approfondire le riflessioni esistenziali, ma preferisco piuttosto prendere spunto dal libro di Tsuge per proporvi un viaggio in alcune tematiche care al paese del Sol Levante. La prima è quella dell’ozio che approfondirò in un prossimo post. Il secondo tema, decisamente più puzzolente, mi è stato suggerito da questa tavola:

tavola de L'uomo senza talento in cui i discorsi filosofici dei due protagonisti vengono interroti da un peto.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso: nell’arte a volte ci si serve del volgare e della bassezza per temi esistenzialmente fondamentali. Una scorreggia come un koan buddista può portare all’illuminazione. La discussione dei due personaggi su concetti estetici, riassumibili nel concetto di bellezza imperfetta wabi-sabi (侘寂), e su come l’individualismo occidentale sia incapace di raccontare l’essenza delle cose viene interrotta da una sonora scorreggia della vecchia moglie. Per quanto si possa dedicare la vita alla ricerca dell’autentica bellezza la realtà con tutte le sue istanze e bassezze ha la precedenza. Una sonora scorreggia può fermare qualsiasi sproloquio sui massimi sistemi.  Immagine dall'emakimono in cui un uomo ribalta un cavallo con un peto.

Bisogna ricordare che in Giappone, come in Cina, esiste tutta una letteratura e un’iconografia sull’argomento. Nel periodo Edo parlare di peti era cosa alquanto comune. Sul tema delle flatulenze possiamo trovare lo He-gassen, l’emakimono che racconta la Battaglia delle scorregge. Il famoso rotolo del 1846 è una riproduzione dell’originale che si pensa sia stato dipinto nel periodo Muromachi (133-1573).

Hiraga Gennai, irriverente “intellettuale” del periodo Edo, scrisse ben due saggi intorno al tema delle flatulenze: lo Hōhiron (Sui peti, 1774) e lo Hōhironkōhen (Sui peti, parte seconda). Questi due saggi in realtà hanno intento satirico verso coloro che, per ignoranza o malvolenza, distorgono gli insegnamenti Confuciani: la loro parola ha valore meno di un peto. Nonostante l’indagine accurata Hiraga giunge alla conclusione che un peto è un peto e nient’altro.

In Cina lo chiamano hōhi, nella zona centrale del Giappone hoku, nella regione di Edo hiru, le serviette di Kyōto onara. Tutti termini diversi, ma sta di fatto che a un peto segue sempre un puzzo.

Hiraga Gennai è decisamente caustico nel qualificare gli studiosi confuciani come heppiri jusha (“studiosi confuciani flatulenti, puzzoni, petomani”): non sono nient’altro che predicatori del niente. Come ulteriore canzonatura nello Hōhiron ad un samurai che sostiene che un vero guerriero, piuttosto di lasciarsi scappare un peto, si suicida, viene risposto:

“L’uomo è un universo in miniatura: il cielo tuona, l’uomo scorreggia”.

Queste due citazioni le possiamo trovare in La bella storia di Shidōken di Hiraga Gennai, a cura di Adriana Boscaro, edito da Marsilio. Per i linguisti cito anche il passaggio originale: 人は小天地なれば、天地に雷あり、人に屁(ヘ)あり. (Hito wa kotenchi nareba, tenchi ni rai ari, hito ni he ari. Traduzione di Adriana Boscaro.) E ritorniamo così alle corrispondenze tra alto e basso della tavola diamantina.

Ulteriore immagine dal rotolo in cui molti uomini scorreggiano e donne puliscono gli orifizi.

Nei manga due famosi peti possiamo trovarli in Dragonball, nello scontro tra Crilin e Bacterian Man del primo Tenkaichi, che (precisazione per gli amanti delle onomatopee) suona come puh.

Immagine del peto di CrilinOppure un’altra scorreggia dal fetore più filosofico del monaco Takuan di Vagabond che suona come baff.

Flatulenze di Takuan in Vagabond

Ancora nel demenziale/geniale Enomoto possiamo trovare peti a volontà (buuuu).

 

Questo viaggio nelle flatulenze dell’estremo oriente ci serve per spiegare quanto si senta nell’opera di Tsuge l’odore del Giappone autentico, tra kashihonya (librerie di libri e manga in affitto) polverose e velodromi, una autenticità oscura descritta da Tanizaki nel suo Libro d’ombra. Il fascino del Giappone infatti è nell’oscurità dei gabinetti tradizionali, nella patina lasciata dal tempo, nelle tenebre del teatro Nō.

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