James G. Ballard ha inventato il Death Note

Vi chiederete di che cosa stia parlando. È stato davvero James Graham Ballard, l’autore britannico celebre per aver spostato l’ambito della ricerca della fantascienza dalle galassie all’inner space, luogo di incontro tra le pulsioni dell’inconscio umano e il simbolismo veicolato dai mass media ad inventare il celebre Death Note? La risposta è sì, e vi spiegheremo in che modo Ōba Tsugumi, si sia ispirata ad un racconto dello scrittore britannico.

foto di Ballard
immagine tratta dal web

Chi mastica manga di fantascienza conosce l’influenza che certi scrittori hanno esercitato su alcuni mangaka. Già in Eden – It’s an endless World di Endō Hiroki troviamo, oltre alla assonanza del cognome del protagonista Ballade, una cristallizzazione del mondo che ricorda quella descritta in Foresta di cristallo.

Ma andiamo al sodo: nel 1959 Ballard scrive un racconto per la rivista Science Fantasy dal titolo Now: Zero. Questo racconto ovviamente non tratta di un ragazzo del liceo accompagnato da uno shinigami in lotta contro un detective geniale che si nutre di soli dolci. Neanche di Misa, N, M e via dicendo. Ciò che hanno in comune però è il quaderno della morte. Il protagonista del racconto spiega:

In realtà, il potere mi si rivelò assolutamente per caso, fra le banalità del vivere quotidiano, e me lo ritrovai sommessamente fra le dita come un talento per il ricamo. […] Ma voi vi chiederete: perchè mai dovrei raccontarvi tutto ciò, descrivendo l’incredibile e sinora insospettata fonte del mio potere, elencando spontaneamente i nomi delle mie vittime, la data e il modo esatto della loro ripartita?

Ecco, immagino che abbiate notato qualche similitudine: nome, ora e modalità di morte. Ci ricorda un insieme di macabre regole?

il death note

Il protagonista di Now: Zero è un impiegato in un ufficio assicurativo e detesta un suo superiore. Che questo Rankin sia davvero così infame come ci viene descritto dall’io narrante, non è dato saperlo. Anzi, molti indizi ci fanno sospettare che la visione del protagonista sia piuttosto distorta. Sebbene riuscisse a controllarsi, il suo odio per Rankin cresce di giorno in giorno: il suo odio fa schiumare rabbia, compromette il benessere del sonno, avvelena i fine settimana, «una desolazione pregna di collera e sterile amarezza». Decise così di minacciare Rankin e la moglie attraverso lettere anonime.

immagine tratta da http://www.catalogovegetti.com/

Queste lettere non vengono spedite: sono un libero sfogo. Una volta terminata la scrittura del je accuse  su un taccuino questa veniva chiusa a chiave in una cassetta d’acciaio. Fino al giorno in cui, dopo l’ennesimo litigio tra i due, il protagonista scrisse alcune righe:

… Poco dopo le due del pomeriggio seguente, mentre appostato come al solito sulla scala del settimo piano spiava gli impiegati in ritardo dalla pausa pranzo, Rankin perse d’un tratto l’equilibrio, capitombolò dalla ringhiera e precipitò nell’atrio sottostante morendo sul colpo.

Immagino avrete capito cosa succederà: l’odiato Rankin morirà nelle modalità scritte sul quadernino. Ovviamente, per testare il suo potere il protagonista dovrà ritentare la procedura. Il risultato continua a non deludere. Il racconto si sviluppa ancora per qualche pagina volgendo ad una inaspettata conclusione che ovviamente non vi narrerò. Potete leggerla nella raccolta Fanucci Tutti i racconti Vol. 1 (1956-1962).

Ci sono però varie similitudini tra il racconto di Ballard e Death Note:

  • un protagonista vigliacco e profondamente tediato dal suo ambiente;
  • un diario che funziona con determinate regole (funziona solo entro i limiti della fattibilità ed è limitato a condanne a morte);
  • La polizia che indaga sul protagonista data la vicinanza con i primi omicidi;

Considerando che il racconto venne tradotto in giapponese intorno agli anni 2000, sembra che non possa essere una coincidenza. Scrivendo questo articolo inoltre ne parlano anche nel sito Ballardian.

L’arte, la letteratura, la musica… tutte le espressioni artistiche sono testi in perenne comunicazione tra il passato e il presente. Nessun documento culturale nasce da solo per morire da solo: autori, musicisti, registi e, ça va sans dire, fumettisti si nutrono e si ispirano con altri, imbastiscono discorsi con scrittori di secoli addietro, tra lingue e culture diverse, per trasformare, rileggere, ricomunicare. Death Note è uno splendido esempio di come un’idea possa partire ed essere interpretata in sviluppi completamente diversi. Possiamo dire che Ōba abbia plagiato un idea? Assolutamente no: nel dialogo tra gli artisti, la mangaka giapponese si è semplicemente fatta affascinare da un concetto, facendolo suo, costruendo una storia con personaggi ben caratterizzati. Nella recente riproposta americana forse manca appunto questa comunicazione tra il manga e la nuova serie, finendo per essere sterile riciclo di un’idea acquisita pagandone i diritti.

 

 

 

 

 

Maledettismo e coscienza strutturale – Kami no Kodomo

Kami no Kodomo (o se preferiamo l’inglese God’s Child), dei fratelli Nishioka*, è un breve manga serializzato dal gennaio 2009 e pubblicato da Ohta Books nel 2010. Diviso in undici capitoli, narra le vicende di un apatico giovane androgino e della nichilistica presa di posizione nei confronti di un esterno estraneo.

Il duo è composto da Satoshi ai testi e Chiaki alle matite. Si occupano di manga e illustrazione più canonica, ricorrentemente con toni surrealisti e fiabeschi. Pubblicano dal ‘89, tra le opere più significative si ricorda l’antologia Jigoku (Hell) del 2000 per Seirinkogeisha (editore che pubblica tra gli altri anche Nemoto e Maruo).

Due tavole di Kami no Kodomo di bambini impiccati e feriti

La vicenda contenuta in Kami no Kodomo è presentata sotto una lente intrisa di soggettivismo, attraverso gli occhi dell’innominato protagonista. Da una nascita escatologica ad un tragico finale fagico, lo stile caratteristico e rigoroso deforma la vicenda, la cui ambientazione urbana lascia poco all’astrazione fantastica che caratterizza invece altre produzioni della coppia.

Nella lettura L’ano solare non può non venire in mente. Sembra fondamentalmente respirare arie decadentiste d’influsso Batalliano, piuttosto che a là Borges o Kafka (di cui hanno adattato opere nel 2010 per Village Books) più tipiche del duo. Una componente gratificatoria e ricorrente nell’opera degli autori è la manipolazione mirata della struttura del racconto che si presenta spesso modulare, chiusa e ciclica (struttura che va di pari passo con gli elementi grafici). La breve durata incita ad una lettura ripetuta, così come si ripetono tavole, con variazioni abbastanza ovvie da non chiudersi in virtuosismi biechi.

Quest’incrocio di maledettismo e coscienza strutturale porta in testa roba tipo la left-brained literature. Riesce a sintetizzare la lascività del lasciarsi trascinare in poetiche romanticheggianti rimanendo rigorosi nella gestione degli elementi narrativi. Kami no Kodomo si presenta significativo come riassunto dei macro-argomenti tipici degli autori: esistenzialismo, infanzia, rapporto uomo-donna, suicidio/omicidio, cannibalismo, religione. Risulta però più down-to-earth del resto della loro produzione, più realismo magico che non surrealismo, minimizzando la componente onirica che sembra rincarata nell’estremo della violenza. Il giovane protagonista compie omicidi, tutti al femminile, per poi formare intorno a se una setta di giovanissimi a là Village of the Damned con cui si intrattiene sessualmente.

due tavole speculari di feti

A livello visivo si presentano ancora una volta tutti gli archetipi stilistici già visti in opere precedenti, il protagonista (rigorosamente maschio, come il componente del duo che scrive) si presenta come un manichino apatico; l’esterno, tutto ciò che sta al di fuori della soggettività, è sempre alieno. Gli adulti nell’infanzia sono senza volto, spesso solo sogghigni e così restano. I bambini della setta sembrano più vicini, ma si presentano come repliche: cherubiche versioni chiare del protagonista.

Poche le espressioni, i personaggi si muovono come burattini del onnipresente voice-over del protagonista (ad accentuare il soggettivismo). I discorsi diretti sono praticamente assenti.
È la semplicità della storia che lascia respiro alla sua messa in tavola: i subdoli tocchi in più che giocano con la struttura fumettistica, le geometrie presenti sono sempre lievemente imperfette, fatte a mano, spesso stirate, donando alle varie illustrazioni un verticalismo goticheggiante (che va poi di pari passo con la teomania tematica). Sono poi palesissimi riferimenti ai grandi pittori-grafici (come in tutta la loro produzione): Modigliani nella longilineaità, i Cubisti e Cezanne spesso nei paesaggi, Mirò, senza tralasciare influenze di altri grandi del ‘900 come Klee e Mondrian. Poi giochi di pattern, chiaroscuri graficizzati e schiacciati, che si vanno a manifestare non dove c’è il volume, ma all’incastrarsi delle linee che formano i contorni. Forte lascito inoltre delle precedenti opere, in cui è più palese l’impronta, sia per narrazione che per messa su carta, delle fiabe occidentali dell’Ottocento (vedi la struttura compatta e, seppur deformata, la “morale”) e dalle relative tavole illustrative. Probabilmente la peculiarità del duo consiste proprio in questo, in un interessante occhio orientale occidentalizzato.

Dove tante altre opere si fan forte e ci attraggono in quanto con occhio viziato le vediamo aliene, cosa che spesso di fa sospendere il giudizio, Kami no Kodomo riassume bene sentori orientali con una lente non tanto occidentale, quanto occidentalizzata da lontano. Questo occhio post-Showa incuriosisce molto e rafforza lo stile di narrazione.
L’opera è attualmente senza licenza occidentale (disponibile in giapponese sulla quindicina di euro), ma è ampiamente disponibile in fan-trad inglese nei siti di manga-sharing insieme a buona parte della produzione del duo, anche quella in attesa di distribuzione.

una moltitudine di bambini della setta

*Normalmente kyōdai si scrive 兄弟, con rispettivamente i kanji di fratello maggiore e fratello minore. Loro però utilizzano 兄妹, ovvero fratello maggiore e sorella minore. Normalmente la lettura di 兄妹 sarebbe “keimai”, vocabolo non molto utilizzato. I fratelli Nishioka propongo la lettura “kyōdai”, più comune. Nell’antologia AX in inglese sono presentati con il neologismo brosis.

Articolo di nightputrid

 

Il cane del valico – Tsuge Yoshiharu

Il Cane del valico – un racconto di TsugeTitolo in giapponese - Il cane del valico di Tsuge Yoshiharu

 

Le tavole mostrano un cane mesto che viene maltrattato e fugge dal protagonista

1.

Goro è il cane della casa accanto. Circa un anno fa vagabondava randagio da queste parti.

Non so perchè, ma il suo orecchio destro non si muove.

È un cane davvero poco socievole. Non credo sia stato coccolato molto.

Ogni tanto viene ferito alla testa e fugge da me. Probabilmente viene punito perché non svolge bene il suo ruolo di cane.

2.

Goro non ha amici nel vicinato con cui giocare. Difficilmente esce dal giardino.

Di solito si diverte a catturare vermi o piccoli uccelli.

Ultimamente mi sveglio al mattino presto, sarà per colpa dell’età.

Penso che il tintinnare dei passi dei passerotti sul tetto sia dovuto ancora alla rugiada.

Invece è Goro che beve l’acqua.

Le sue azioni sempre più silenziose esprimono la sua asocialità.

Il protagonista parte per la montagna e il cane lo accompagnia per un tratto. Al ritorno il mercante incontra due ragazzi pescatori

3.

Sono un venditore ambulante. Giro per le stazioni termali vendendo stoffe alle donne di servizio.

Quando parto per un viaggio Goro mi accompagna fino all’incrocio della strada principale.

4.

Forse viene per salutarmi. Mastica un po’ di erba e abbandonato da tutti torna sui propri passi.

Di solito mi viene ad aspettare anche quando torno.

«Ehi! Mi dareste un po’ di pesce?»

«Eh? Volevo mangiarlo noi.»

Comprato il pesce, ritorna a casa ma il cane non c'è. riparte per un viaggio

5.

«Io sono sazio, lo darò al cane.»

«È un peccato dare una cosa così buona ad un cane!»

È la prima volta che porto un souvenir a Goro.

È la prima volta che ci penso… è ingiusto.

Goro era scomparso da dieci giorni.

Passò un altro inverno.

6.

Aspettai che la neve si sciogliesse e ripartii.

Al solito incrocio senza pensarci girai a destra.

Da questa strada superati due monti si esce dal Valico Gassho, ma…

Non sono luoghi adatti al mio commercio. Non ci sono mai andato.

Per me è solo una strada senza affari, ma… ad un tratto… non mi sembrò di aver fatto un grosso errore.

Boschi, montagna. La sagoma di un monaco, la sagoma di un cane. Il mercante ritrova Goro

7.

Il nome Gassho (合掌, congiungere le mani) deriva dal fatto che tempo fa in cima al passo un mendicante, volgendosi a ovest, si lasciò morire con le mani congiunte. Per questo motivo il passo venne così chiamato.

Sembra che il mendicante fosse il Grande Bonzo del Paese dell’Ovest. Non so perchè abbia lasciato la vita da monaco e sia diventato un mendicante.

8.

Incontrai Goro in un negozio di tè del valico.

Era indubbiamente lui.

Si capiva dall’orecchio destro che non si muoveva.

«Goro!»

Il mercante dialoga con un anziano venditore di te. Il mercante si mette a dormire e piove.

9.

«Se lo chiami in quel modo non avrai risposta! Si chiama Hachi.»

«È un cane bizzarro… Due anni fa era scomparso, ma inaspettatamente è ritornato.»

«Non so dove abbia gironzolato per un anno.»

Nonostante sapessi dove fosse stato non dissi nulla.

Riflettendo non c’è da stupirsi sul suo comportamento.

Anche i cani avranno i loro pensieri.

10.

Oppure io… venendo in questo valico allo stesso modo… per caso… forse solo perchè così mi sentivo di fare…

Devo ritornare alla strada da dove sono venuto.

Ma non c’è motivo per cui tornare.

Piove dalla scorsa notte. Goro è sdraiato in una capanna.

Come sempre solitario… Non so se la sua condizione ricordi me stesso.

Il viandante cammina sotto la pioggia. Ultima vignetta la statua di un statua buddhista

11.

Chiamarlo Goro, chiamarlo Hachi… forse è completamente indifferente.

Scesi dal passo molto lentamente.

FINE

La statua finale è un Jizo Bosatsu, protettore dei viaggiatori e dei bambini. Le foto sono tratte dalla raccolta Nejishiki, edito da Shogakukan nel 1994.

Il cane del valico venne pubblicato nell’agosto 1967 su Garo. Questa traduzione è offerta esclusivamente per scopo divulgativo. Far conoscere l’importanza di Tsuge in Italia è una sfida e cerchiamo di fare il possibile affinchè questo autore venga conosciuto. Copyright di Tsuge Yoshiharu.

All works copyright of Tsuge Yoshiharu. No money is being made from the production or maintenance of these pages. They are meant for the divulgation of Tsuge work.

Traduzione di futdedalus

Altri articoli su Tsuge:

Le flatulenze filosofiche

Appunti su Nejishiki

Appunti su Nejishiki di Tsuge Yoshiharu

Quest’anno, probabilmente, l’uscita editoriale più importante in Italia è stata la traduzione de L’uomo senza talento di Tsuge Yoshiharu: l’ edizione Canicola tenta di colmare un’assenza ingiustificata di uno degli autori giapponesi più amati e più influenti. L’opera di Tsuge però non manca solo in Italia: se Munō no Hito è arrivato in Francia e Spagna (Ego comme X nel 2004 e Gallo Nero nel 2005) rimane ancora praticamente inedita nei paesi anglofoni. Grandi maestri come Spigelman e Mazzucchelli ne hanno tessuto le lodi. Anzi, Spiegelman ha fatto molto di più: ha pubblicato due racconti nella sua mitica rivista antologica RawAkai Hana, fiori rossi lo troviamo nel numero sette (Vol.1) e Oba Denki Mekki Kogyosho (“Oba’s Electroplate Factory”) nel numero 2 (Vol.2).

Illustrazione finale di un racconto di Tsuge Yoshiharu
Oba Denki Mekki Kogyosho (“Oba’s Electroplate Factory”), Raw #2 (Vol.2)

In Giappone però l’opera completa di Tsuge, a differenza di autori come Tatsumi (le cui prime opere gekiga si possono trovare esclusivamente nelle biblioteche*), continua a essere ristampata: nel 1993-1994 Chikuma Shōbō ha pubblicato l’opera completa di Tsuge in 9 volumi (つげ義春全集 Tsuge Yoshiharu Zenshū) e nel 2008-2009 lo stesso editore le ha ristampate con compertina morbida (つげ義春コレクション Tsuge Yoshiharu Korekushon).  

Ragazza che va a riempire un secchio d'acqua
Akai Hana da Raw #7

Se, tra i racconti di Tsuge, cerchiamo quello che più ha influenzato la produzione a fumetti giapponese, sicuramente incapperemo in Nejishiki (ねじ式 traducibile con “Modello valvolare” o “Stile vite”).  Il racconto fu pubblicato sulle pagine di Garo Magazine #47 del giugno 1968: fu uno spartiacque paragonabile ai fumetti gekiga di Matsumoto e Tatsumi. Sia Hanawa Kazuichi sia Imiri Sakabashira ammettono di aver iniziato la carriera di mangaka proprio dalla lettura di questo racconto breve. Ispirato da un sogno** durante un viaggio nella prefettura di Chiba, Nejishiki narra la ricerca di un medico da parte di un ragazzo ferito da una medusa: presto si scontrerà con l’indifferenza del mondo (che è sordo e muto come cantava Gardel), rendendosi conto che a nessuno interessa salvarlo. Non gli resta che aspettare la morte. Carico di immagini simboliche nella povertà rurale dettata dalla fine della guerra, il viaggio del protagonista continua su un treno “al contrario”, una visita alla madre e finalmente la scoperta di un medico disposto a curarlo.

Tavola preparatoria di Nejishiki di Tusge Yoshiharu
Immagine tratta da https://fromdusktilldrawnblog.wordpress.com/2016/05/04/screw-style-by-yoshiharu-tsuge-jp-1968/

In molti sostengono che sia proprio questo racconto ad inaugurare l’introduzione di una narrativa del sogno (o dell’incubo). Secondo il poeta Amazawa Taijirō, se nei primi racconti ci aveva abituato ad un punto di vista privato, contestualizzabile nella corrente dello shishōsetsu***, in Nejishiki l’ambientazione diventa più insolita e il protagonista è intrappolato in un incubo. Il villaggio di pescatori Futomi, (prefettura di Chiba), è filtrato dallo sguardo onirico dell’autore: la grande capacità di Tsuge è quella di rendere universale l’incubo del protagonista.

Tavola in cui si vede la valvola chiudi arteria
Scansione della tavola da https://fromdusktilldrawnblog.wordpress.com/2016/05/04/screw-style-by-yoshiharu-tsuge-jp-1968/

Come Matsuo Bashō, il grande maestro di haiku del periodo Edo, anche Tsuge era un istancabile viaggiatore. A volte veniva accompagnato dal fotografo Kitai Kazuo. Sono molte le opere in cui racconta esperienze tratte dai suoi viaggi. Per citare qualche titolo come Akai Hana (il fiore rosso), Nishibeta Mura Jiken (Il caso del villaggio Nishibeta), Futamata Keikoku (La valle Futamata), lo splendido Gensenkan Shujin (Il padrone del Gensenkan). Spesso questi viaggi erano dettati da esigenze spirituali e letterarie, come il viaggio del 1967 da Noto, Hida, Chichibuchi e Izu sulle orme dello scrittore Ibuse Masuji (scrittore ancora inedito in Italia, conosciuto sopratutto per il libro Kuroi Ame, La pioggia nera, su Hiroshima da cui Imamura trasse uno splendido film). La letteratura giapponese sul viaggio è molto ampia, si nutre e si amplia con continui riferimenti storici, culturali e naturali. La catena di rimandi che amplifica le riflessioni poetiche sono pressochè ermetiche per i non giapponesi: è probabile che Tsuge stia arrivando così tardi in Occidente sopratutto per la sua natura culturale strettamente nipponica. Nejishiki, tradotto in Screw Style, venne pubblicato sulle pagine di The Comics Journal #250 nel Febbraio 2003, assurdo se consideriamo che nel 1989 il fumetto veniva adattato in videogioco per la piattaforma PC-9800!

Un uomo nudo nell'albergo
Gensenkan, da Raw #2 (Vol.2)

Se l’influenza di Tsuge è stata fondamentale per l’evoluzione dalla narrazione dell’io a quella del sogno (considerando anche i racconti Yume no Sanpo, Passegiata dei sogni, o Yoshibō no Hanzai, Il crimine di Yoshibō), altrettanto importante è stata la maniera realistica di rappresentare il nudo femminile. Secondo l’editore Gondō Susume Tsuge, disegnando la nudità in maniera realistica ed esponendo in prima persona le sue fantasie e desideri, ha innescato un modo nuovo di rappresentare la sessualità in molti altri autori.**** In Nejishiki troveremo una ambigua ostetrica che dopo la prestazione sessuale curerà il protagonista, sistemando una protesi a forma di rubinetto nell’arteria ferita. L’ostetrica chiama questa terapia «○×方式» (traslitterato in nejishiki), ammonendo di non chiudere il rubinetto altrimenti fermerebbe la circolazione sanguigna nel braccio.

Parodia di Neshijiki
Immagine di Watase no kuni no nejishiki tratta dal web

Ad inserire Tsuge nell’olimpo dei mangaka, al pari di Tezuka Osamu o di Mizuki Shigeru, del quale Tsuge fu assistente per un breve periodo nel 1965, sono in moltissimi. Possiamo citarne qualcuno al di fuori del “gruppo Garo”: tra cui Hirokane Kenshi (mangaka dai forti connotati sociali conosciuto per Hyūman Sukuranburu e Hello Hedgehog), Satō Shūhō (tra le opere principali c’è Burakku Jakku Yoroshiku, ma qui in Italia si è parlato soprattutto di Bokuman) , Kariya Tetsu (scrisse il soggetto di UFO Senshi Daiapolon, giunto in Italia nel 1982 col nome di UFO Diapolon) e Yoshinaga Fumi (pluripremiata autrice di shojo; cliccando sui link andrete alle interviste in cui gli autori parlano di Tsuge). Nejishiki ha avuto anche parodie: nel manga comico Makaroni Hōrensō (Maccheroni di spinaci) di Kamogawa Tsubame e nel manga Watase no kuni no Neshijiki di Eguchi Hisashi, in cui il ragazzo protagonista viene fatto vivere nel mondo del mangaka Watase Seizō. Un riferimento a Nejishiki però compare anche in un manga che conosciamo tutti: Dr Slump & Arale. Akira Toriyama ha deciso di modellare il personaggio di Neshijiki (che compare in tre episodi) dal macchinista del treno di Tsuge: entrambi portano la maschera della volpe da teatro Nō che si può vedere spesso nei matsuri, le feste tradizionali giapponesi.

Nejishiki di Toriyama
Il macchinista di Neshijiki porta una maschera da volpe
Il macchinista di Neshijiki

*Come ci racconta Ryan Holmberg nella postfazione di Inferno di Tatsumi (Coconino 2017).

**Frederik L Schodt, Dreamland Japan: Writings on Modern Manga (2 ed.), Stone Bridge Press (1999)

***Shishōsetsu o Romanzo dell’Io (私小説) è un genere letterario appartenente alla letteratura giapponese, usato per indicare un tipo di romanzo confessionale dove gli eventi nella storia raccontata corrispondono agli eventi della vita dell’autore. Uno dei romanzi più rappresentativi di questa corrente è Futon di Katai Tayama.

****Gondō Susume, Tsuge Yoshiharu Gensō Kikō (Il viaggio fantastico di Tsuge Yoshiharu), Rippu Shobō, 1998

 

 

I mostri della pietà filiale – The Box Man di Imiri Sakabashira

Se amate gettarvi i viaggi psicotropi, se vi siete persi ne La Deviazione di Moebius e se coltivate incubi giapponesi nella vostra libreria, The Box Man di Imiri Sakabashira fa decisamente al caso vostro. Lontano dal reame del fumetto tradizionale, The Box Man riassume vent’anni di fumetto di avanguardia giapponese. Pubblicato a puntate sulle pagine di Ax (dalla stessa rivista abbiamo parlato di Prima della prigione), venne inclusa nell’antologia Aka Taitsu Otoko (赤タイツ男, L’uomo in calzamaglia rossa), mentre l’uscita Drawn and Quartely è del settembre 2009.

Copertina di The Box Man di Imiri Sakabashira. Un motorino corre su un tetto in lamiera

Imiri Sakabashira nasce nel 1964, quando Tatsumi aveva già portato a conclusione la rivoluzione gekiga. Una volta laureatosi tornò a vivere come normale impiegato nel suo paese natale, fino a quando Nejishiki di Yoshiharu Tsuge arrivò alle sue mani. Fu così commossò da quest’opera che decise di diventare anche lui mangaka. Il suo debutto fu sul numero 300 di Garo, nel 1989. I racconti di Imiri Sakabashira da subito si contraddistinsero per l’assoluta surrealtà e incoerenza. Vive tutt’ora a Shizuoka dove ha la compagnia teatrale e un gruppo garage, i Roden Ginza (漏電銀座). È sposato con la mangaka Pan Migiwa, anche lei tra le irregolari di Garo, che viene chiamata dal marito “Uchi no Kami san”, la mia dea.

Il gatto-mollusco

The Box Man ci racconta di un uomo che trasporta una scatola, accompagnato da un mollusco antropormorfo simile ad un gatto. Chi o cosa sia esattamente trasportato nella scatola ci viene raccontato alla fine, durante il tragitto però vediamo uscire enormi chele da granchio, o rospi velenosi pischedelici. La rivelazione finale permette molteplici interpretazioni psicologiche, mentre nella lettura si è persi in ingarbugliate strutture abitate da mostri e mutanti.

L'uomo e il gatto-mollusco tra i cavi

Sebbene non sia sviluppata una storia di per sè, la narrazione è coinvolgente, anche grazie alle pesanti spazzolate che trasudano espressività e una ponderata impostazione delle tavole. Le tavole sono ricche di particolari e mostrano una reale bravura nelle sequenze visive.  L’inseguimento tra il protagonista e la polizia incolla gli occhi alle pagine. Fortunatamente si tratta di un fumetto e ci possiamo godere i dettagli con calma. Imiri Sakibashira però si concede anche delle tavole puramente illustative, ricordando un pochino lo stile di Toshio Saeki. Le scene voyeuristiche sono grottesche e strizzano l’occhio all’eroguro, ma si caratterizzano per l’assenza di particolari esplici, vagando in quella nuvola di incomprensibilità dell’avanguardia giapponese.

Un mostro rettile/lumaca lecca le ascelle di una ragazza vestita, provocandole solletico

Nello stile di Sakabashira non ci troviamo solo Saeki: c’è il già citato Tsuge, ma anche King Terry, Yoshikazu Ebisu, con una spruzzata di sensibilità heta-uma alla Nekojiru. Nell’immagine superiore vediamo una scena iconica, quello dello stupro tentacolare. Nonostante la tensione sensuale, non sono presenti particolari pornografici e il mostro sta semplicemente facendo il solletico alla ragazza: i mostri con cui convive Imiri Sakibashira non sono poi così terrificanti. Questi esseri hanno però bisogno di droghe e sangue per continuare a vivere nelle strutture fantastiche e fatiscenti. In The Box Man si esaspera l’assurdità del quotidiano portando all’estremo il fantastico e l’autore farà tutto il possibile per intrattenere il lettore: da combattimenti di wrestling tra donne e mostri, rane volanti, città marine, Gozzilla, poliziotti e cantanti da strada.

I protagonisti inseguiti da mostri che portano maschere africane

The Box Man è una corsa selvaggia, un stupefacente e viscerale tour de force che spinge già i larghi limiti dello storytelling del fumetto. Ovviamente le domande rimarranno senza risposta e probabilmente è giusto che così siano. Se vogliamo cercarci un significato, data la conclusione, si potrebbe ragionare sull’orrore della vecchiaia o come viaggio verso la liberazione dalla pietà filiale, che in Asia si estende non solo ai doveri dei genitori verso i figli, ma sopratutto l’inverso, nonchè la cura verso gli antenati. Concetto confuciano (in cinese xiaoshun 孝顺), la pietà filiale è la base della società. In un certo senso può essere paragonato ad uno dei nostri comandamenti: nel scegliere di liberarsi dal padre malato si incorre non solo alla fuoria divina, non solo alla maldicenza della società, ma in primo luogo con i demoni interiori. Se poi a questi mostri basta dargli una rana allucinogena… beh, buono così. In opere così surreali, bisogna lasciar vibrare i significanti e lasciare che il significato si liberi in noi seguendo contorti sentieri.Doppia pagina di tetti e inseguimenti

Ovviamente The Box Man è già nel database! Basta cliccarci sopra. Già di partenza il prezzo è relativamente alto ($24.95 US $27.95 CDN), dato che si tratta dell’unica opera di Imiri Sakabashira (link autore con foto spettacolare) tradotta, non oso immaginare che valore potrà acquisire se non verrà stampato presto.

 

 

Videogame, dark music e cut-up: Dance in the Dark di Suda e Takeya

Il genere Noir* descrive il tempo e scenari lontani dal quotidiano. Dalla comparsa dei videogiochi è sempre più facile imbattersi in opere che ti facciano vivere i sospetti di mondi nuovi. Il game designer Suda Goichi** sguazza nel Noir e dagli anni 80 propone opere con bizzarri ibridi culturali. Kurayami Dansu- Dance in the Dark non è un videogioco: è un manga che rappresenta il sogno di una danza nell’oscurità, nel nero. Nella lettura di questo manga entriamo in un mondo in cui regna la confusione, in cui l’estetica raver e post-punk si mischia ai Robot Anime, con il leit motive del Castello di Kafka. Gli elementi scenografici, neutralizzati da un disegno vago, rendono l’atmosfera asettica come uno slideshow. Scritto da Suda e illustrato da Shuji Takeya (di suo in Italia è arrivato Astral Project), Dance in the Dark è la riscrittura della sceneggiatura del videogame Kurayami, in cui emergono anche molti elementi e ossessioni di giochi a cui Suda51 ha lavorato in passato.

Copertina di Dance in the Dark

Il protagonista Wataru raggiunge il limite della vita in moto, facendo un incidente alla velocità folle di 300 km/h e restando in coma per tre anni. Al suo risveglio, di fronte al suo quartiere, è comparso un regno colossale in cui molta gente si sta trasferendo. Ritornato al suo lavoro di becchino riceve l’incarico di trasportare una bara proprio all’interno del regno. Partendo con il carro funebre Dance in the Dark diventa un buddy-movie tra Wataru e il suo partner immaginario Sharia, che solo lui può sentire e vedere dopo l’incidente. La storia di Dance in the Dark è un continuo di allucinazioni e incontri fino al raggiungimento del Regno. Il tema della morte ridonda continuamente. Prima di diventare game designer Suda lavorò per davvero nelle pompe funebri: la sensazione di morte che aveva provato in quel periodo è impressa nella personalità di Wataru. La morte è un qualcosa di deludente, ma non passa di certo innosservata. Il plot sottolinea che proprio perché c’è la morte esiste la vita. Ian Curtis, cantante dei Joy Division ardentemente amato da Suda, ha fatto suo il punto di vista dell’allucinazione della realtà, della forza della disperazione, del principio di rovina. Questo atteggiamento non è però da glorificare: molti degli idoli di Suda hanno avuto morte precoce. È come se Suda fosse affascinato dalla contraddizione di mettere in pericolo la propria vita per evitare di vivere vacuamente, come se si fosse già morti. Più che una fascinazione, sembra un credo che Suda ha fatto suo. Questo concetto è riunito nel discorso che ripete Wataru “da qui in poi sono i tempi supplementari della vita”.

Wataru in moto

I numerosi interessi di Suda sono attaccati alla storia, come un collage. Come ho scritto prima, Suda versa nei pensieri dei suoi personaggi atteggiamenti e pensieri dei Joy Division, New Order, Durutti Column, gli Smiths e i Nirvana. Continue sono le allusioni al suicidio, tema estremamente amato dallo sceneggiatore e fine comune di Curtis e Cobain. Nella storia però la scelta del suicidio è smentita molte volte.

scena di suicidio

Come nei romanzi di Ballard amati da Ian Curtis (The Atrocity Exhibition, Crash) o come nei un cut up di Burroughs, Dance in the Dark disordina gli eventi della narrazione, proiettando direttamente un flusso di immagini. La corsa folle di Wataru, come fosse una rivoltellata suicida verso la felicità, un amico d’infanzia nell’eternità della morte, un nuovo passato, una madre dall’esistenza incerta: il lettore è accerchiato da un plot disordinato. Sono i sentimenti e le decisioni del protagonista a rendere Dance in the dark un fumetto unico. A differenza dei manga tradizionali, è dispensata, grazie alla tecnica del cut up, una estrema varietà di situazioni, molte delle quali ampiamente psichedeliche. Cosa molto congeniale al medium del fumetto, arte legata alla disposizione delle immagini sulla tavola.

Due pagine interne di Dance in the Dark in cui c'è scritto il titolo in giapponese

Considerando che in molte opere rappresentative, come Killer7, ci sono personaggi che se la spassano, possiamo supporre inoltre che Suda abbia una fascinazione verso la ricerca di un continuo piacere, un piacere legato al momento. L’unione delle illustrazioni incoerenti e cut up di Takeya all’introspezione o ad una visione “edonistica” della vita, come se vi fossero cucite le melodie dei Joy Divison e degli Smiths sulle tavole, rafforzano la potenza emotiva e tiene unita la coerenza narrativa fino all’esplosione in frammenti della storia. L’equilibrio, o il cercare di mantenerlo a lungo, però è ciò che distrugge opere come questa. Sono necessari solo due volumi per rendere una splendida conclusione. Infatti, avvicinandosi al finale, la disintegrazione della storia si accentua: si avverte una compressione temporale, come se la storia di un anno fosse racchiusa in una settimana. Questo sviluppo della sceneggiatura può sembrare troppo repentino, ma viene ancora una volta rafforzato dalla tecnica del cut up. Una volta letto l’ultimo capitolo e rileggendo il primo, si capisce che sono praticamente identici. La breve sosta di riposo di Wataru nell’ultimo capitolo può essere come il savepoint di un videogioco: da qui può ripartire in loop tutta la storia.

Articolo originale in giapponese di Hirayama Yu. Traduzione dal giapponese Juan Scassa

*Suda inserisce il suo manga nel genere Noir, non intendendo però il genere giallo/poliziesco, ma piuttosto come racconto dalle atmosfere dark.

**Suda Gōichi (須田 剛一) è conosciuto principalmente con lo pseudonimo Suda51, in quanto 5 si può leggere “go” e 1 ichi (che ricordo si legge “ici”).

 

Entrambi i numeri di Kurayami Dansu – 暗闇ダンス – Dance in the Dark sono nel database di Becomix! Questo significa che se volete metterli nella vostra collezione o in vendita non bisogna più catalogarli. Ecco i link!

Link Volume 1

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Serie Completa

 

A charming mix of funerals, videogames and dark music: Dance in the Dark -暗闇ダンス

ノアールは日常から遠ざかった光景と時間を描く。video-gameというフォーマットが出来上がってからは、その世界そのものに干渉できるようになり、疑似的にその世界の住人になれる作品が多く作られた。ゲームデザイナーSuda51は正にノアールと言える世界観に、70年代末以降のカルチャーを混ぜ合わせた奇妙な作品を生み出し続けてる。『暗闇ダンス』はゲームではなく、マンガだが、ノアールの中で踊り、夢を見る時間を描き出す。ゲームは須田を魅了してきた作品が出た時代には存在していなかった。これは須田の原体験に数えられるものたちに並ばんと挑まれた作品だ。
カフカの『城』をモチーフにして、その上にレイヴ、ポストパンク、ロボット・アニメに代表されるオタク・カルチャー的なアクションがmixされた混沌の世界は、淡白な絵によって中和され、スライドショーのようにドライな雰囲気を醸しだす。

暗闇ダンス のカバー

 

『暗闇ダンス』は須田剛一と竹谷州史による作品で、かつて須田が作る予定だったゲーム『KURAYAMI』のプロットをリライトしたものがシナリオに使われている。『KURAYAMI』以外にも、須田が過去に手がけたゲームの要素が沢山盛り込まれている。
主人公の航はバイクで時速300キロを出すことで、死に限りなく近付いた。その結果、彼は事故に遭い、3年間の昏睡状態に陥ってしまう。目覚めると住んでいた街の向こうに巨大な「王国」が出来上がり、多くの人々はそこへ移住してしまった後だった。航の仕事は葬儀屋で、仕事に復帰した彼は王国へ棺を届ける依頼を受け、霊柩車でそこへ向かう。事故から目覚めた時、航にしか見えず、彼としか話せない幻覚、後に作中でシャリアと名付けられる彼(?)をが相棒となり、バディ・ムービーは始まる。
『暗闇ダンス』のストーリーは航が王国へとたどり着くまでに経験する出会いと幻覚と目覚めの連続だ。メインテーマは死そのもので、ゲームデザイナーになる前に実際に葬儀屋として働いていた須田が当時感じていた「死」への感覚は、そのまま航の人格に投影されている。死はあっけないものだが、見過ごされる程に軽くない。ストーリーは、死があるからこそ、それ以外の時間があるという観点が貫かれている。自暴自棄、破滅主義、退屈な現実こそ幻覚という視点は須田が心酔するロック・バンド、Joy DivisionのIan Curtisの世界観から汲み取られたもので、須田が尊敬する先人たちの多くはIanのように早くに亡くなってしまった者だ。しかし、その死そのものを賛美しているわけではない。生きたまま死ぬことから離れるために命を燃やす、この矛盾しているような試みに須田は魅せられ、己自身にそうであれと命じている。それは、航が繰り返すセリフ、「ここからの人生は延長戦だ」に集約されている。

自殺のシーン

須田は多数の趣味を持ち、それをコラージュのようにストーリーに貼り付けている。先ほど書いたように、彼はJoy DivisionやNew Order、The Durutti ColumnやThe Smith、そしてNirvanaといったバンドを好み、彼らの主義や思想を登場人物に流し込む。Kurt CobainやIan Curtisが辿った自殺という結末は須田にとって非常に大きなモチーフとして在り続け、彼は作品の中で何度もそれを否定することで自らの意思を表明する。更に、
Ian Curtisも愛読していたJG Ballardの『CRASH』、『The Atrocity Exhibition』、William Burroughsのcut up methodのように、『暗闇ダンス』のストーリーや人間同士のやりとりは理屈や筋道を省略し、イメージを直接描写され続ける。航の自殺的な疾走、幸せの果ての拳銃自殺、永遠に死に続ける幼馴染、新しく刷り込まれる過去、存在の不確かな友人と母親。混乱したプロットに囲まれ、航の決断と感情だけが『暗闇ダンス』で唯一確かなものとなる。伝統的な日本のマンガとは異なる、極端な多様性をカットアップ的にばらまくことで、そのシチュエーションはサイケデリックとも呼べる域に達している。漫画のように、たくさんの絵が並んでいるメディアとの相性も良い。
『Killer 7』などの、須田の代表作を遊んだことがある人は、この瞬間的な快感の連続を彼の魅力だと考える。めちゃくちゃにコラージュされた『暗闇ダンス』のイメージを上手くマンガに出来たのは、竹谷の絵があってこそだ。Joy DivisionやSmithの内省的または刹那的な世界観が、美しい曲に乗せられることで受け入れられたように、バラバラになる寸前の『暗闇ダンス』を繋ぎ止めているのは絵の力が大きい。その危ういバランスがこの作品の魅力でもある。

ワタルはオートバイで

しかし、バランスを保ち続けることは、こうした作品のアイデンティティを破壊する。だから『暗闇ダンス』が2冊で終わったことは必然であり、美しい結末だ。終わりが近づくと、ストーリーの破綻は更に強くなり、1年かけて描くストーリーが1週間に圧縮されたように感じる。
あまりに展開が突然すぎるシナリオが、転じてカットアップ的な作品の個性を強くする。最終話を見た後にまた第一話を読んでみると、両者はほぼ同じものだとわかるだろう。『暗闇ダンス』は第一話で既に完結している一方で、最終話は終わりではなく航の日常の息継ぎ、video-gameで例えれば、セーブポイントでもある瞬間なのだ。

Inner pages

Article written by Hirayama Yu. Italian translation by Juan Scassa.

暗闇ダンス – Dance in the Dark has been listed in the Becomix database! You can put them in your collection or put them in sale! Hear you are the links:

Volume 1

Volume 2

Serie

 

 

La dottrina del Buddha e la Colt – Kazuichi Hanawa

Coconino ha annunciato le prossime uscite della collana Gekiga e tra queste c’è la riedizione di Keimusho no naka (刑務所のなか), ovvero In prigione, fumetto in cui il mangaka Kazuichi Hanawa racconta la sua detenzione nelle carceri di Sapporo e Hakodate. Un periodo lungo tre anni (dall’ottobre 1995 al maggio 1998) che l’autore racconta, una volta libero, nelle pagine della rivista AX. Il manga è nominato nel 2001 al Premio culturale Osamu Tezuka e partecipa anche alla selezione ufficiale di Angouleme nel 2007. Il regista Yochi Sai realizzerà un lungometraggio dall’adattamento del fumetto. Il film verrà accolto molto positivamente in Giappone, dove parlare della prigionia è ancora tabù.

Copertina de Prima della prigione di Kazuichi Hanawa

Kazuichi Hanawa iniziò a pubblicare nel 1971 sulle pagine di Garo. Le prime opere, come Tatakau onna (La donna che combatte) o Niku yashiki (Il palazzo della carne), erano di carattere eroguro, termine che deriva da ero guro nansensu, semi costruzione wasei-eigo (costruzione linguistica nata dalla fusione del giapponese e inglese) da erotic grotesque nonsense. Dopo la morte della madre nei primi anni ’80 si ritira dalla scena underground per rifugiarsi nel suo paese natale Saitama. In questo periodo Hanawa compie studi sul Buddhismo, psicologia e yoga. Fu Hiroshi Yaku che lo fece ritornare al fumetto con una storia di trenta pagine per il primo numero di Comic Baku. “Se la gente del villaggio sapesse che sono un mangaka, verrebbero a tirarmi pietre addosso”*, disse all’editore. Da qui parte un’evoluzione stilistica, ampliando anche le tematiche: Hanawa ci parla di buddhismo esoterico, di yokai e di leggende antiche. E poi l’arresto.

Descrizione di una Colt secondo Kazuichi Hanawa

Kazuichi Hanawa nel giugno 1994 entra in possesso di una Government M 1911 A-1 Rokken completamente arrugginita. Fanatico delle armi fin dalla giovane età decide di ripararla: «I collezionisti avrebbero lanciato esclamazioni per l’emozione. Gli intenditori avrebbero detto: “Fammela vedere!” oppure “Fammela toccare!” Era uno dei maggiori capolavori tra le armi da collezione.»** L’11 novembre 1994 Hanawa subì una perquisizione della polizia. Fu arrestato il 12 dicembre. L’interrogatorio dell’accusato è stato eseguito il 6 marzo, l’8 marzo è stata richiesta la pena e il 22 marzo c’è stato il verdetto. Entrò a ottobre nel carcere di Sapporo e successivamente venne trasferito in quello di Hakotake.

All’età di 47 anni Hanawa poteva considerare la sua carriera conclusa. Ma riuscì a salvarla non dissimulando nulla dell’esperienza e realizzando un manga informativo minuzioso sulla vita carceraria. Per il critico Jean-Marie Bouissou si tratta di una grande rivoluzione nel «Watakushi Manga» (“manga dell’io”): questo negli anni novanta si è trasformato nella misura in cui l’evoluzione delle mentalità ha valorizzato l’espressione della singolarità individuale.*** Prima della prigione però si caratterizza in maniera molto evocativa ed è un report solo in parte degli avvenimenti che hanno portato Hanawa in carcere.

Due tavole: a destra Hanawa che raschia la pistola, a sinistra la pratica ascetica di invocare il Buddha sotto la cascata

In Prima della prigione unisce due vicende che si intrecciano misteriosamente. Una è la scrupolosa descrizione di come Hanawa riparò la pistola, l’altra, ambientata probabilmente in epoca Edo, è quella di una ragazzina divisa tra l’affetto verso il padre, troppo preso dal suo lavoro di costruttore di armi, e l’amicizia con una ragazza che si dedica a pratiche ascetiche ed esoteriche per liberarsi dal karma negativo della sua famiglia. L’autore racconta la vicenda sotto forma di fiction in modo da non toccare la sua sfera privata ritornando su temi che gli sono cari.

due tavole che descrivono la vita in prigione

Le antiche litanie del Sutra di Kannon, racconti su Buddha, sui bodhisattva e sui myoo (figure divine del buddhismo di rango inferiore), pratiche ascetiche sotto la cascata, rituali esoterici Shugendō (religione sincretista che mescola elementi buddhisti nella versione esoterica della setta Shingon e shintoisti, basato sull’ascetismo e su pratiche di resistenza fisica) intervallano la meticolosa descrizione su come riparare una pistola. La Government viene inglobata nelle antiche preghiere creando un gioco di rilanci a più livelli semantici. Il passato dell’autore, il passato del Giappone, la ricerca della serenità, lo scintillio del picchiare dei fabbri, antichi versi in cinese, la vita in reclusione: questo è Prima della Prigione, opera raffinatissima sia nei tratti che nei contenuti. Viaggio nella psiche di Hanawa, che rivela molto di sè.

Il continuo levigare la pistola diventa una anticha pratica esoterica, un modo per sradicare il rancore, la ricerca del nirvana. Sono tre le fasi conclusive dei riparatori di pistole: verifica, esibizione e quinta essenza: quando si ricevono le lodi dei colleghi «il cuore fa un balzo di almeno tre centimetri battendo forte forte; ansia e miseria si cancellano e si è in grado di affrontare qualunque cosa. Uno stato in cui ci si sente pienamente affermati, qualcosa che solo i fanatici possono conoscere: è questa la suprema dottrina del Buddha, la quinta essenza.»

Viene narrato il Sutra di Kannon

I libri pubblicati in Italia sono già presenti nel database di Becomix. Dal link Prima della prigione, una volta loggati, potete aggiungerlo alla vostra collezione o wantlist, metterlo in vendita, commentare e pure votarlo (!). L’edizione è ormai del 2004 ma è probabile che qualche libreria abbia ancora qualche copia, quindi affrettatevi!

La protagonista femminile con l'ideogramma di rancore sul viso

Note

*da Comic Underground Japan.

** da In Prigione.

*** da Jean-Marie Bouissou, Il manga – Storia e universi del fumetto giapponese, Tunué, 2011

 

 

 

 

Spara N spara! Unlucky Young Men di Fujiwara Kamui e Otsuka Eiji

Ōtsuka Eiji, oltre che scrittore, è sociologo, antropologo ed esperto conoscitore delle sub-culture popolari e otaku. Autore di romanzi e saggi ha colpito il mondo con opere come MPD Psycho e Kurosagi – Consegna cadaveri. Fujiwara Kamui è character designer e mangaka. Dallo stile versatile, ha illustrato la versione a fumetti di vari Dragon Quest, lavorato con Oshii Mamoru in Kerberos Panzer Cops ispirandosi allo stile di Otomo. Dalla loro collaborazione è nato Unlucky Young Men (titolo originale: アンラッキーヤングメン che si legge “Anrakkii Yangu Men”), evocativo seinen storico dalle tinte noir. Cosa poteva nascere dai due se non uno splendido fumetto?

Copertina di Unlucky Young Men (uomo con un casco)

Miniserie in due volumi pubblicata dalla Kadokawa Shoten, è uscito in Italia per Hikari il primo numero qualche qualche mese fa. C’è stata un po’ di discussione su una pagina mancante: lasciate perdere questa sciocchezza e correte a prendervi il primo numero. Se come me siete affascinati dal Giappone degli anni sessanta, non potete assolutamente perdervelo.

Doppia tavola di manifestazioni e scontri

In un’accurata ricostruzione degli anni sessanta troviamo vari personaggi ispirati da personaggi reali, tra lotte studentesche, jazz bar e rapine. Sono tantissimi i riferimenti storico-culturali e vedremo di affrontarne alcuni per avere più chiaro che opera ci troviamo davanti. Molti avvenimenti ruotano attorno al bar jazz Village Vanguard, luogo di ritrovo di studenti e rivoluzionari, dove lavorano N, pluriomicida, e T, ventitreenne comico aspirante regista.
T vuole scrivere una sceneggiatura per un film, Unlucky Young Men, una cronaca sulla nuova disillusa generazione giapponese. Per finanziare questo progetto sono però necessari molti soldi e la rapina può essere un buon modo per ottenerli. Sempre che non si mettano di mezzo i giovani rivoluzionari.

T e Kyoko al jazz bar Vanguard Village

Fujiwara tenta di avvicinarsi il più possibile al disegno tradizionale utilizzando la tecnologia digitale, necessaria per seguire le scadenze. Se nelle tavole pubblicate su rivista si nota una differenza del tratto a metà dell’opera per la maggiore consapevolezza degli strumenti digitali utilizzati, Fujiwara ha in seguito completamente rielaborato le tavole e questo lavoro di rifinitura ha richiesto sei mesi di lavoro. Il risultato è davvero ottimo.

Sempre al jazz bar Vanguard Village c'è T che serve da bere

Molti dei personaggi si chiamano semplicemente con una lettera. Il protagonista N è ispirato al pluriomicida e scrittore Nagayama Norio, morto per pena di morte nel 1997. T è ispirato a Kitano Takeshi, quando ancora era uno sconosciuto cabarettista. Se volete approfondire meglio questo momento della sua vita, leggetevi Asakusa Kid, edito da Mondadori. M è lo scrittore Mishima Yukio, che compare insieme al Tate no Kai (Società degli scudi), il suo “esercito privato” fondato per far ritornare il Giappone agli antichi fasti del passato (o forse solo per accedere all’eroica morte sempre agognata?). K (su questo non sono sicuro al 100%) è Kozo Okamoto, uno dei membri del commando che ha attaccato l’aeroporto israeliano Lod, ora Ben Gurion International Airport, nel ’72 e in seguito al quale venne imprigionato in Israele.

Oe Kenzaburo che mostra un cartello di protesta
Il nucleare non serve!!!

I riferimenti culturali però non sono solo sui personaggi: già il titolo del manga è un riferimento a Ōe Kenzaburō, Unlucky Young Men è il nome del trio jazz del romanzo Warera no jidai. Ōe Kenzaburō (大江 健三郎; Uchiko, 31 gennaio 1935) vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1994. Scrittore scomodo, utilizza una prosa modernista e si posiziona tra gli irregolari e gli antagonisti del sistema economico e politico giapponese. Profondo conoscitore della cultura occidentale, la sua prosa è caratterizzata da una polivalenza del linguaggio, dalla sperimentazione, una profonda inquietudine e un messaggio che non offre alcuna speranza. La sua opera non è stata mai tradotta abbastanza. In Unlucky Young Men inoltre è citato anche il romanzo Homo sexualis, in cui il protagonista J dopo aver causato il suicidio della moglie per aver scoperto i suoi flirt omosessuali diventa un maniaco sessuale che schizza sperma sulle ragazzine nelle metro piene.

Foto di Ishikawa Takuboku

I titoli di ogni capitolo sono versi di Ishikawa Takuboku (石川 啄木, Morioka, 20 febbraio 1886 – Tokyo, 13 aprile 1912), che fu un poeta modernista ispirato dalla poesia in versi liberi occidentale. Le prime poesie vennero raccolte in Akogare (“Desiderio”, 1905). Riuscì a rivitalizzare la metrica tradizionale tanka (短歌, letteralmente, “poesia breve”), componimento poetico di 31 morae disposti in versi di 5, 7, 5, / 7, 7). Interessato al naturalismo scrisse qualche romanzo di poco successo. Le sue poesie furono riunite in Ichiaku no suna (一握の砂 “Una manciata di sabbia”), pubblicato nel 1910; in quel periodo uscì anche la sua dichiarazione di poetica Kuubeki shi (“Poesie da mangiare”). Negli ultimi anni di vita si avvicinò a posizioni socialiste, ma morì giovanissimo di tubercolosi. Nel 1988 gli viene intitolato un asteroide della Fascia principale, 4672 Takuboku.

Doppia pagina con scesa di sesso su motocicletta

Per approfondire e avere più chiara l’ambientazione posso consigliarvi la Tetralogia della fertilità di Mishima, i romanzi a cui si stava dedicando lo scrittore negli anni di Unlucky Young Men, o Colori proibiti (禁色 Kinjiki) che descrive l’ambiente dei locali omosessuali. Vi cito inoltre due pellicole: Notte e nebbia del Giappone (日本の夜と霧, Nihon no Yoru to kiri, 1960) di Ōshima Nagisa e United Red Army (実録・連合赤軍 あさま山荘への道程 Jitsuroku rengo sekigun: Asama sanso e no michi, 2007) di Kōji Wakamatsu sulla militanza politica e armata degli studenti giapponesi. Il primo rende chiaro quanto l’aspetto teorico e critico fosse sviluppato, il secondo, molto più recente, ci porta direttamente nel cuore della lotta armata. Come colonna sonora alla lettura non può mancare A Love Supreme di John Coltrane, sempre sul piatto del Village Vanguard jazz bar.

N stringe la mano a M

Unlucky Young Men è stato schedato nel database che abbiamo modificato recentemente. Questo significa che dobbiamo reinserire i titoli precedentemente schedati, ci vorrà un pochino di tempo. Perché non provate ad inserire i fumetti della vostra collezione su Becomix e ci dite come vi sembra il nuovo formulario snellito?

 

L’emancipazione a fumetti – Kamimura Kazuo e l’età della convinvenza

Copertina de L'età della convivenza di Kamimura Kazuo

Tutti quelli che hanno visto Kill Bill si ricorderanno della killer O-Ren Ishii: Tarantino non si fece scrupoli ad indicare il film Lady Snowblood (t.o. 修羅雪姫 Shurayuki-hime) come diretta ispirazione. Si dà il caso che la pellicola fu ispirata da un manga scritto da Koike Kazuo (è probabile che qualcuno conosca già la mia proposta di legge Ius Kozure ōkami) e illustrato da Kamimura Kazuo. Non poteva essere che Kamimura, grande rappresentante della femminilità giapponese al pari del regista Mizoguchi Kenji e dello scrittore Nagai Kafū, a rappresentare la “versione femminile” di Ogami Ittō.

I due amanti sul tram. Doppia pagina con quattro vignette

Proprio mentre Kamimura lavorava a Shurayuki-hime, come ogni grande mangaka portava avanti contemporaneamente altri lavori come Shinano gawa (il fiume Shinano) e sopratutto Dōsei Jidai (L’età della convivenza), uscito da pochissimo in Italia. Se il merito di aver portato Kamimura nel nostro paese è della J-pop, la stessa che ha curato anche la mostra a lui dedicata a Lucca Comics 2016, in Francia Kana già da tempo ha tradotto molte opere del fine mangaka. Ad Angouleme 2017 la loro edizione di Rikon Kurabu (Il club delle divorziate) ha vinto il Prix Patrimoine e la mostra a lui dedicata era decisamente imponente e curata.

I due amanti si baciano su un prato. La protagonista invoca la morte.

Allepoca Dōsei Jidai fu un grandissimo successo popolare perchè Kamimura sapeva leggere e raccontare il proprio tempo, mettendo a fuoco le problematiche e le contraddizioni sociali in un Giappone ancora schiacciato dal passato e al tempo stesso obbligato alla modernità. La lettura del manga ci porta nella Tokyo degli anni settanta, epoca di scontri studenteschi e di emancipazione. Kyōko (21 anni) e Jirō (23 anni) vivono insieme come una coppia non sposata. Mentre lei lavora come grafica in un’agenzia pubblicitaria e deve sopportare le angherie di genere tipiche dei luoghi lavorativi del Giappone, lui è un mangaka debuttante e deve farsi le ossa per ottenere una sicurezza economica. Ogni capitolo approfondisce un frammento della loro quotidianità o di quella dei loro vicini e conoscenti disvelandone le contraddizioni, la sofferenza e la passione.

Sequenza cinematografica in cui lei chiede una sigaretta

Se la Valentina di Guido Crepax era alfiere del femminismo e della lotta sociale, in cui l’impostazione grafica era intellettualmente una destrutturazione freudiana, un fumetto insomma per un pubblico intellettuale, Dōsei Jidai è invece un fumetto squisitamente popolare. Lunghe carrellate cinematografiche con tensione erotica à la nouvelle vague, accompagnate da un tratto estremamente elegante, descrivono la vita a due dei protagonisti, le loro felicità e la profonda tristezza.

Doppia tavola con la portagonista che guarda alberi in fiore. Kamimura eccelle anche in uno stile più evocativo.

La narrazione è chiara come solo il fumetto giapponese sa fare e i temi trattati possono essere crudi e patetici. Kamimura riesce nel descrivere questa umanità viva, ad affrontare tematiche difficili e sporche senza darne un giudizio morale. Anzi, caricandone il senso poetico: esemplare è il primo episodio in cui tratta il sesso con le mestruazioni. “Preferisco ancora vivere perdendo un po’ di sangue, piuttosto di finire annegata con un corpo in cui non scorre nulla.”, conclude Kyōko.

illustrazione di Kamimura in cui lui si annusa le dita
Il profumo del sangue è l’odore dell’avvenire.

Il Giappone è tutt’ora un paese maschilista, per quanto possa sembrare incredibile, più (o diversamente) del nostro. Non ci dobbiamo stupire della crudezza e realtà dei racconti: è normale che nelle aziende giapponesi le donne siano relegate al ruolo di “versatrici di caffè” come anche la violenza di genere. Se può sembrarci difficile comprendere come uno schiaffo dato dal ragazzo possa rivelarsi uno strumento pacificatore, non dobbiamo comunque stupircene troppo. Già alla fine del X secolo Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale sottolineava di apprezzare una certa violenza nella mascolinità:

I giovani sono magnifici quando, in virtù del loro grado, possono uscire armati di tutto punto. Un figlio di nobili, anche bellissimo e interessante, se non ha armi perde istantaneamente ogni fascino (48).

Per tornare in epoche più recenti, leggendo le descrizioni dei quartieri di piacere di Hiraga Gennai (di lui parliamo anche qui) oppure nelle opere di Higuchi Ichiyō scopriamo che il saper dare un paio di schiaffi al momento giusto è un requisito che molte geishe esigono dal loro uomo. Ancora oggi può succedere che l’uomo, nel passeggiare, preceda la compagna. Nonostante noi occidentali attraverso il mito della geisha vediamo il Giappone come entità femminile, i giapponesi hanno sempre visto la loro nazione di genere maschile, come sottolinea Tessa Morris-Suzuki nel suo saggio Re-Inventing: Time, Space, Nation. Ricordiamo inoltre che il tema dello shinjū, il doppio suicidio d’amore, è un topos della letteratura giapponese, molto approfondito anche nei drammi del bunraku di Chikamatsu Monzaemon.

Lui tira uno schiaffo a lei

Lui mentre tira i capelli a lei.

Ecco la scheda Becomix della versione francese! Per la versione italiana la traduzione è curata da Paolo La Marca, docente universitario di lingua e letteratura giapponese nell’Università di Catania e grande estimatore di Kamimura (organizò infatti la mostra Kamimura Kazuo – Il mondo dell’eros nel Castello di Donnafugata nel 2014).  Ha curato anche le traduzioni italiane di Storie di una geisha – Una Gru Infreddolita e Lady Snowblood.

Ci sono più giorni tristi da dimenticare, che giorni felici da ricordare

 

Becomix News: a giugno avremo un sistema di caricamento più semplice e il MARKETPLACE!