Aminoacid Boy and the Chaos Order di Diego Lazzarin

Quando è un’istanza comunicativa a spingere l’autore a creare un’opera, beh, non c’è niente che possa fermarlo. Le pagine di Aminoacid Boy and the Chaos Order trasudano ispirazione, lavoro meticoloso e decisione. Diego Lazzarin imposta un fumetto con una narrazzione piuttosto lineare, per lasciare spazio alla espressività delle illustrazioni. Lo stile di Lazzarin, seppur abbia chiari riferimenti all’underground americano (vedi Chippendale o Brinkman) e al surrealismo e i suoi derivati (Chagal, Bacon), ha una chiara impronta personale che ne impedisce una precisa catalogazione. Oro che cola, in un panorama che a volte tenta di ridursi nella scopiazzatura di stili in voga al momento, come sostiene Oral Giacomini.

Copertina di Aminoacid Boy di Diego Lazzarin. Il mostro protagonista è su un bruco mela

Lazzarin inoltre è l’editore di sè stesso: l’opera fisica è stata stampata grazie ad un crowdfunding su Indiegogo. Un’impresa enorme che vede l’autore impegnarsi in più ruoli: portare al successo una campagna non è per nulla semplice e comporta molte ore di lavoro. Come si diceva, quando un lavoro creativo parte da un’urgenza espressiva, niente lo può fermare. La lingua è l’inglese: la riuscita di questo progetto non può essere che internazionale.

Illustrazione di un interno dai colori impressionisti e con figure baconiane

Aminoacid Boy narra le vicende di un alieno che viene spedito sulla Terra alla ricerca del segreto della natura umana. È un racconto di formazione, è suddiviso in capitoli che narrano i periodi della vita di Amino, dalla morte ad un loop eterno. Particolarmente intensa a livello illustrativo è l’infanzia, che ci porta nell’esotico mondo degli arabesque di Matisse, nelle foreste di Ligabue e nei disegni del paziente O.T. (e il cerchio si chiude, considerando che gli Einsturzende Neubauten vengono citati nel libro).

Aminoacid, un ragno e una tigre. Colori verde, giallo, viola, nero, rosa, marrone molto accesi

Chi segue il blog sa che più che semplici recensioni cerchiamo di offrire approfondimenti su delle tematiche. Va da sè che gli argomenti trattati vertano su autori di cui pienamente appoggiamo il lavoro. Amino nella sua adolescenza diventerà il frontman di una punk band, e nel libro sono numerosi i riferimenti alle scene noise o sperimentale. Il tema del freaky frontman mi ha ricordato due film: Bad Boy Bubby, 1993 diretto da Rolf de Heer, tra i più weird di sempre e Drive, 2002 di Sabu, delicata e assurda commedia giapponese. Premendo i link dei film verreti catapultati in localacci pieni di pazzoidi sopra e sotto il palco.

mosca disegnata da Lazzarin

Sostenete il fumetto indipendente di qualità! L’opera è acquistabile dal sito dell’autore ed è presente anche nel Marketplace di Becomix.

Spara N spara! Unlucky Young Men di Fujiwara Kamui e Otsuka Eiji

Ōtsuka Eiji, oltre che scrittore, è sociologo, antropologo ed esperto conoscitore delle sub-culture popolari e otaku. Autore di romanzi e saggi ha colpito il mondo con opere come MPD Psycho e Kurosagi – Consegna cadaveri. Fujiwara Kamui è character designer e mangaka. Dallo stile versatile, ha illustrato la versione a fumetti di vari Dragon Quest, lavorato con Oshii Mamoru in Kerberos Panzer Cops ispirandosi allo stile di Otomo. Dalla loro collaborazione è nato Unlucky Young Men (titolo originale: アンラッキーヤングメン che si legge “Anrakkii Yangu Men”), evocativo seinen storico dalle tinte noir. Cosa poteva nascere dai due se non uno splendido fumetto?

Copertina di Unlucky Young Men (uomo con un casco)

Miniserie in due volumi pubblicata dalla Kadokawa Shoten, è uscito in Italia per Hikari il primo numero qualche qualche mese fa. C’è stata un po’ di discussione su una pagina mancante: lasciate perdere questa sciocchezza e correte a prendervi il primo numero. Se come me siete affascinati dal Giappone degli anni sessanta, non potete assolutamente perdervelo.

Doppia tavola di manifestazioni e scontri

In un’accurata ricostruzione degli anni sessanta troviamo vari personaggi ispirati da personaggi reali, tra lotte studentesche, jazz bar e rapine. Sono tantissimi i riferimenti storico-culturali e vedremo di affrontarne alcuni per avere più chiaro che opera ci troviamo davanti. Molti avvenimenti ruotano attorno al bar jazz Village Vanguard, luogo di ritrovo di studenti e rivoluzionari, dove lavorano N, pluriomicida, e T, ventitreenne comico aspirante regista.
T vuole scrivere una sceneggiatura per un film, Unlucky Young Men, una cronaca sulla nuova disillusa generazione giapponese. Per finanziare questo progetto sono però necessari molti soldi e la rapina può essere un buon modo per ottenerli. Sempre che non si mettano di mezzo i giovani rivoluzionari.

T e Kyoko al jazz bar Vanguard Village

Fujiwara tenta di avvicinarsi il più possibile al disegno tradizionale utilizzando la tecnologia digitale, necessaria per seguire le scadenze. Se nelle tavole pubblicate su rivista si nota una differenza del tratto a metà dell’opera per la maggiore consapevolezza degli strumenti digitali utilizzati, Fujiwara ha in seguito completamente rielaborato le tavole e questo lavoro di rifinitura ha richiesto sei mesi di lavoro. Il risultato è davvero ottimo.

Sempre al jazz bar Vanguard Village c'è T che serve da bere

Molti dei personaggi si chiamano semplicemente con una lettera. Il protagonista N è ispirato al pluriomicida e scrittore Nagayama Norio, morto per pena di morte nel 1997. T è ispirato a Kitano Takeshi, quando ancora era uno sconosciuto cabarettista. Se volete approfondire meglio questo momento della sua vita, leggetevi Asakusa Kid, edito da Mondadori. M è lo scrittore Mishima Yukio, che compare insieme al Tate no Kai (Società degli scudi), il suo “esercito privato” fondato per far ritornare il Giappone agli antichi fasti del passato (o forse solo per accedere all’eroica morte sempre agognata?). K (su questo non sono sicuro al 100%) è Kozo Okamoto, uno dei membri del commando che ha attaccato l’aeroporto israeliano Lod, ora Ben Gurion International Airport, nel ’72 e in seguito al quale venne imprigionato in Israele.

Oe Kenzaburo che mostra un cartello di protesta
Il nucleare non serve!!!

I riferimenti culturali però non sono solo sui personaggi: già il titolo del manga è un riferimento a Ōe Kenzaburō, Unlucky Young Men è il nome del trio jazz del romanzo Warera no jidai. Ōe Kenzaburō (大江 健三郎; Uchiko, 31 gennaio 1935) vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1994. Scrittore scomodo, utilizza una prosa modernista e si posiziona tra gli irregolari e gli antagonisti del sistema economico e politico giapponese. Profondo conoscitore della cultura occidentale, la sua prosa è caratterizzata da una polivalenza del linguaggio, dalla sperimentazione, una profonda inquietudine e un messaggio che non offre alcuna speranza. La sua opera non è stata mai tradotta abbastanza. In Unlucky Young Men inoltre è citato anche il romanzo Homo sexualis, in cui il protagonista J dopo aver causato il suicidio della moglie per aver scoperto i suoi flirt omosessuali diventa un maniaco sessuale che schizza sperma sulle ragazzine nelle metro piene.

Foto di Ishikawa Takuboku

I titoli di ogni capitolo sono versi di Ishikawa Takuboku (石川 啄木, Morioka, 20 febbraio 1886 – Tokyo, 13 aprile 1912), che fu un poeta modernista ispirato dalla poesia in versi liberi occidentale. Le prime poesie vennero raccolte in Akogare (“Desiderio”, 1905). Riuscì a rivitalizzare la metrica tradizionale tanka (短歌, letteralmente, “poesia breve”), componimento poetico di 31 morae disposti in versi di 5, 7, 5, / 7, 7). Interessato al naturalismo scrisse qualche romanzo di poco successo. Le sue poesie furono riunite in Ichiaku no suna (一握の砂 “Una manciata di sabbia”), pubblicato nel 1910; in quel periodo uscì anche la sua dichiarazione di poetica Kuubeki shi (“Poesie da mangiare”). Negli ultimi anni di vita si avvicinò a posizioni socialiste, ma morì giovanissimo di tubercolosi. Nel 1988 gli viene intitolato un asteroide della Fascia principale, 4672 Takuboku.

Doppia pagina con scesa di sesso su motocicletta

Per approfondire e avere più chiara l’ambientazione posso consigliarvi la Tetralogia della fertilità di Mishima, i romanzi a cui si stava dedicando lo scrittore negli anni di Unlucky Young Men, o Colori proibiti (禁色 Kinjiki) che descrive l’ambiente dei locali omosessuali. Vi cito inoltre due pellicole: Notte e nebbia del Giappone (日本の夜と霧, Nihon no Yoru to kiri, 1960) di Ōshima Nagisa e United Red Army (実録・連合赤軍 あさま山荘への道程 Jitsuroku rengo sekigun: Asama sanso e no michi, 2007) di Kōji Wakamatsu sulla militanza politica e armata degli studenti giapponesi. Il primo rende chiaro quanto l’aspetto teorico e critico fosse sviluppato, il secondo, molto più recente, ci porta direttamente nel cuore della lotta armata. Come colonna sonora alla lettura non può mancare A Love Supreme di John Coltrane, sempre sul piatto del Village Vanguard jazz bar.

N stringe la mano a M

Unlucky Young Men è stato schedato nel database che abbiamo modificato recentemente. Questo significa che dobbiamo reinserire i titoli precedentemente schedati, ci vorrà un pochino di tempo. Perché non provate ad inserire i fumetti della vostra collezione su Becomix e ci dite come vi sembra il nuovo formulario snellito?

 

Cerebus – Un fumetto sul fumetto e le splendide copertine di Melmoth

Cerebus, l’epopea di seimila tavole di Dave Sim, è incatalogabile. C’è della satira, della psicologia, ovviamente avventura, studio sui generi, autobiografia. Detto ciò per me rimane un “fumetto sul fumetto” principalmente per quattro motivi:

  • la critica che Sim compie sul fumetto e sull’industria dei fumetti (vedere le parodie dei personaggi DC-Marvel, Sandman, ecc);
  • la sperimentazione del mezzo espressivo teso alla ricerca del limite estremo (dalla struttura della pagina, alle onomatopee, al linguaggio);
  • militanza politica di Sim per gli autori e i loro diritti;
  • la sfida al romanzo, visto come espressione artistica alta, rispetto al più popolare fumetto.

Mentre approfondisco questi aspetti, date un’occhiata alle copertine di Melmoth. Sono sicuro che non avete mai visto un lavoro di questo tipo.

Quattro copertine di Cerebus realizzate quasi interamente da Gerhald.

Il fumetto, essendo una forma d’arte più giovane rispetto alla letteratura e alla pittura, si è sempre trovato di fronte al problema di far riconoscere il proprio status artistico. Dave Sim tenta il procedimento scientifico detto riduzione: ovvero la strategia di mostrare come le proprie teorie fossero esprimibili (“riducibili”) anche nel linguaggio di una disciplina già consolidata. Nel Sette-Ottocento questo accadde con la chimica che si “ridusse” alla fisica, o nel Novecento con la linguistica generalista di Chomsky.

Copertina di Dave Sim e Gerhald del numero 143 di Cerebus. Vediamo Oscar Wilde sofferente

Già in Jaka’s Story è presente il personaggio di Oscar Wilde. Cerebus ha dovuto lasciare la città di Iest in cui ha preso il potere l’oscuro matriarcato delle Ciriniste e fugge da Jaka, l’unica donna che lo ha amato sul serio. Jaka però è ormai sposata con Rick, e Cerebus dovrà affrontare questa realtà. Il libro ha dei flashback sull’infanzia solitaria e aristocratica di Jaka che vengono raccontati in prosa fiorita e stravagante: si tratta infatti del romanzo che Oscar sta scrivendo sulla protagonista. Sim offre lunghe parti di testo camuffando egregiamente lo stile dell’autore decadente.

In Melmoth, il sesto “phonebook”, basandosi sulle lettere scritte da Wilde e dagli amici prima della morte, Sim ricostruisce passo per passo la morte dello scrittore ambientando il dramma non a Parigi, ma nella sua Iest. Melmoth, oltre al romanzo gotico di Charles Robert Maturin, prozio di Wilde, è lo pseudonimo con cui l’autore si firmò alla reception dell’albergo in cui morì.

Secondo Gerhard ci fu un “unspoken understandig” su come procedere nei lavori. Solo in qualche occasione Sim suggerì al collega come lavorare sugli sfondi: fu lasciato libero di decidere come gestirli. Il design degli edifici fu basato su quello che Gerhard trovava nei libri di architettura. Non riuscì a trovare niente per lo studio del dottore e dell’ultima stanza di Wilde, a parte le ultime celebri righe dello scrittore che descrivevano la bruttezza della carta da parati. Gerhard inoltre si fece ispirare dalle cover di Barry Windsor Smith.

C’è un’ambiguità “con la A maiuscola” (sottolinea Sim), sull’identità dell’Oscar di Jaka’s Story e quello di Melmoth: quest’ultimo parla dell’Oscar scrittore del romanzo su Jaka in terza persona. Se l’ipotesi più accreditata sia che siano lo stesso personaggio, Sim ha voluto lasciare un velo di mistero per confondere ulteriormente i lettori.

Alla fine del libro troviamo riportata la documentazione utilizzata da Sim con le sue note e i discostamenti dalla realtà. Se come “riduzione” può avere dei punti deboli (troppo testo appesantisce la lettura del fumetto) l’intento di rendere possibile una critica letteraria a fumetti è pienamente raggiunto.

Le immagini di questo articolo non sono di ottima qualità: le copertine delle varie issue non sono presenti nei phonebook. Per averle vi tocca comprare numero per numero o la costosa Cover Art Treasury.

Melmoth lo abbiamo anche inserito nel database. Chissà se qualcuno utilizzerà mai Becomix per comprare o vendere Cerebus!

L’emancipazione a fumetti – Kamimura Kazuo e l’età della convinvenza

Copertina de L'età della convivenza di Kamimura Kazuo

Tutti quelli che hanno visto Kill Bill si ricorderanno della killer O-Ren Ishii: Tarantino non si fece scrupoli ad indicare il film Lady Snowblood (t.o. 修羅雪姫 Shurayuki-hime) come diretta ispirazione. Si dà il caso che la pellicola fu ispirata da un manga scritto da Koike Kazuo (è probabile che qualcuno conosca già la mia proposta di legge Ius Kozure ōkami) e illustrato da Kamimura Kazuo. Non poteva essere che Kamimura, grande rappresentante della femminilità giapponese al pari del regista Mizoguchi Kenji e dello scrittore Nagai Kafū, a rappresentare la “versione femminile” di Ogami Ittō.

I due amanti sul tram. Doppia pagina con quattro vignette

Proprio mentre Kamimura lavorava a Shurayuki-hime, come ogni grande mangaka portava avanti contemporaneamente altri lavori come Shinano gawa (il fiume Shinano) e sopratutto Dōsei Jidai (L’età della convivenza), uscito da pochissimo in Italia. Se il merito di aver portato Kamimura nel nostro paese è della J-pop, la stessa che ha curato anche la mostra a lui dedicata a Lucca Comics 2016, in Francia Kana già da tempo ha tradotto molte opere del fine mangaka. Ad Angouleme 2017 la loro edizione di Rikon Kurabu (Il club delle divorziate) ha vinto il Prix Patrimoine e la mostra a lui dedicata era decisamente imponente e curata.

I due amanti si baciano su un prato. La protagonista invoca la morte.

Allepoca Dōsei Jidai fu un grandissimo successo popolare perchè Kamimura sapeva leggere e raccontare il proprio tempo, mettendo a fuoco le problematiche e le contraddizioni sociali in un Giappone ancora schiacciato dal passato e al tempo stesso obbligato alla modernità. La lettura del manga ci porta nella Tokyo degli anni settanta, epoca di scontri studenteschi e di emancipazione. Kyōko (21 anni) e Jirō (23 anni) vivono insieme come una coppia non sposata. Mentre lei lavora come grafica in un’agenzia pubblicitaria e deve sopportare le angherie di genere tipiche dei luoghi lavorativi del Giappone, lui è un mangaka debuttante e deve farsi le ossa per ottenere una sicurezza economica. Ogni capitolo approfondisce un frammento della loro quotidianità o di quella dei loro vicini e conoscenti disvelandone le contraddizioni, la sofferenza e la passione.

Sequenza cinematografica in cui lei chiede una sigaretta

Se la Valentina di Guido Crepax era alfiere del femminismo e della lotta sociale, in cui l’impostazione grafica era intellettualmente una destrutturazione freudiana, un fumetto insomma per un pubblico intellettuale, Dōsei Jidai è invece un fumetto squisitamente popolare. Lunghe carrellate cinematografiche con tensione erotica à la nouvelle vague, accompagnate da un tratto estremamente elegante, descrivono la vita a due dei protagonisti, le loro felicità e la profonda tristezza.

Doppia tavola con la portagonista che guarda alberi in fiore. Kamimura eccelle anche in uno stile più evocativo.

La narrazione è chiara come solo il fumetto giapponese sa fare e i temi trattati possono essere crudi e patetici. Kamimura riesce nel descrivere questa umanità viva, ad affrontare tematiche difficili e sporche senza darne un giudizio morale. Anzi, caricandone il senso poetico: esemplare è il primo episodio in cui tratta il sesso con le mestruazioni. “Preferisco ancora vivere perdendo un po’ di sangue, piuttosto di finire annegata con un corpo in cui non scorre nulla.”, conclude Kyōko.

illustrazione di Kamimura in cui lui si annusa le dita
Il profumo del sangue è l’odore dell’avvenire.

Il Giappone è tutt’ora un paese maschilista, per quanto possa sembrare incredibile, più (o diversamente) del nostro. Non ci dobbiamo stupire della crudezza e realtà dei racconti: è normale che nelle aziende giapponesi le donne siano relegate al ruolo di “versatrici di caffè” come anche la violenza di genere. Se può sembrarci difficile comprendere come uno schiaffo dato dal ragazzo possa rivelarsi uno strumento pacificatore, non dobbiamo comunque stupircene troppo. Già alla fine del X secolo Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale sottolineava di apprezzare una certa violenza nella mascolinità:

I giovani sono magnifici quando, in virtù del loro grado, possono uscire armati di tutto punto. Un figlio di nobili, anche bellissimo e interessante, se non ha armi perde istantaneamente ogni fascino (48).

Per tornare in epoche più recenti, leggendo le descrizioni dei quartieri di piacere di Hiraga Gennai (di lui parliamo anche qui) oppure nelle opere di Higuchi Ichiyō scopriamo che il saper dare un paio di schiaffi al momento giusto è un requisito che molte geishe esigono dal loro uomo. Ancora oggi può succedere che l’uomo, nel passeggiare, preceda la compagna. Nonostante noi occidentali attraverso il mito della geisha vediamo il Giappone come entità femminile, i giapponesi hanno sempre visto la loro nazione di genere maschile, come sottolinea Tessa Morris-Suzuki nel suo saggio Re-Inventing: Time, Space, Nation. Ricordiamo inoltre che il tema dello shinjū, il doppio suicidio d’amore, è un topos della letteratura giapponese, molto approfondito anche nei drammi del bunraku di Chikamatsu Monzaemon.

Lui tira uno schiaffo a lei

Lui mentre tira i capelli a lei.

Ecco la scheda Becomix della versione francese! Per la versione italiana la traduzione è curata da Paolo La Marca, docente universitario di lingua e letteratura giapponese nell’Università di Catania e grande estimatore di Kamimura (organizò infatti la mostra Kamimura Kazuo – Il mondo dell’eros nel Castello di Donnafugata nel 2014).  Ha curato anche le traduzioni italiane di Storie di una geisha – Una Gru Infreddolita e Lady Snowblood.

Ci sono più giorni tristi da dimenticare, che giorni felici da ricordare

 

Becomix News: a giugno avremo un sistema di caricamento più semplice e il MARKETPLACE!

Le flatulenze filosofiche di Tsuge ne L’uomo senza talento

Da pochissimo è arrivato nelle fumetterie L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge, edito da Canicola e tradotto da Vincenzo Filosa. Recensire un titolo così importante, canto del cigno di Tsuge pronto a ritirarsi dalle scene, è una operazione per la quale non ho le competenze né le abilità. Stiamo parlando di un opera importante, in cui lo scontro tra antiche filosofie orientali e l’individualismo moderno viene filtrato dall’angoscia e dalla disillusione tipica della fine del Novecento. Mi inchino davanti quest’opera e il consiglio dell’acquisto e della lettura è scontato.

Copertina de L'uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge

Ho deciso non di offrirvi una recensione o di approfondire le riflessioni esistenziali, ma preferisco piuttosto prendere spunto dal libro di Tsuge per proporvi un viaggio in alcune tematiche care al paese del Sol Levante. La prima è quella dell’ozio che approfondirò in un prossimo post. Il secondo tema, decisamente più puzzolente, mi è stato suggerito da questa tavola:

tavola de L'uomo senza talento in cui i discorsi filosofici dei due protagonisti vengono interroti da un peto.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso: nell’arte a volte ci si serve del volgare e della bassezza per temi esistenzialmente fondamentali. Una scorreggia come un koan buddista può portare all’illuminazione. La discussione dei due personaggi su concetti estetici, riassumibili nel concetto di bellezza imperfetta wabi-sabi (侘寂), e su come l’individualismo occidentale sia incapace di raccontare l’essenza delle cose viene interrotta da una sonora scorreggia della vecchia moglie. Per quanto si possa dedicare la vita alla ricerca dell’autentica bellezza la realtà con tutte le sue istanze e bassezze ha la precedenza. Una sonora scorreggia può fermare qualsiasi sproloquio sui massimi sistemi.  Immagine dall'emakimono in cui un uomo ribalta un cavallo con un peto.

Bisogna ricordare che in Giappone, come in Cina, esiste tutta una letteratura e un’iconografia sull’argomento. Nel periodo Edo parlare di peti era cosa alquanto comune. Sul tema delle flatulenze possiamo trovare lo He-gassen, l’emakimono che racconta la Battaglia delle scorregge. Il famoso rotolo del 1846 è una riproduzione dell’originale che si pensa sia stato dipinto nel periodo Muromachi (133-1573).

Hiraga Gennai, irriverente “intellettuale” del periodo Edo, scrisse ben due saggi intorno al tema delle flatulenze: lo Hōhiron (Sui peti, 1774) e lo Hōhironkōhen (Sui peti, parte seconda). Questi due saggi in realtà hanno intento satirico verso coloro che, per ignoranza o malvolenza, distorgono gli insegnamenti Confuciani: la loro parola ha valore meno di un peto. Nonostante l’indagine accurata Hiraga giunge alla conclusione che un peto è un peto e nient’altro.

In Cina lo chiamano hōhi, nella zona centrale del Giappone hoku, nella regione di Edo hiru, le serviette di Kyōto onara. Tutti termini diversi, ma sta di fatto che a un peto segue sempre un puzzo.

Hiraga Gennai è decisamente caustico nel qualificare gli studiosi confuciani come heppiri jusha (“studiosi confuciani flatulenti, puzzoni, petomani”): non sono nient’altro che predicatori del niente. Come ulteriore canzonatura nello Hōhiron ad un samurai che sostiene che un vero guerriero, piuttosto di lasciarsi scappare un peto, si suicida, viene risposto:

“L’uomo è un universo in miniatura: il cielo tuona, l’uomo scorreggia”.

Queste due citazioni le possiamo trovare in La bella storia di Shidōken di Hiraga Gennai, a cura di Adriana Boscaro, edito da Marsilio. Per i linguisti cito anche il passaggio originale: 人は小天地なれば、天地に雷あり、人に屁(ヘ)あり. (Hito wa kotenchi nareba, tenchi ni rai ari, hito ni he ari. Traduzione di Adriana Boscaro.) E ritorniamo così alle corrispondenze tra alto e basso della tavola diamantina.

Ulteriore immagine dal rotolo in cui molti uomini scorreggiano e donne puliscono gli orifizi.

Nei manga due famosi peti possiamo trovarli in Dragonball, nello scontro tra Crilin e Bacterian Man del primo Tenkaichi, che (precisazione per gli amanti delle onomatopee) suona come puh.

Immagine del peto di CrilinOppure un’altra scorreggia dal fetore più filosofico del monaco Takuan di Vagabond che suona come baff.

Flatulenze di Takuan in Vagabond

Ancora nel demenziale/geniale Enomoto possiamo trovare peti a volontà (buuuu).

 

Questo viaggio nelle flatulenze dell’estremo oriente ci serve per spiegare quanto si senta nell’opera di Tsuge l’odore del Giappone autentico, tra kashihonya (librerie di libri e manga in affitto) polverose e velodromi, una autenticità oscura descritta da Tanizaki nel suo Libro d’ombra. Il fascino del Giappone infatti è nell’oscurità dei gabinetti tradizionali, nella patina lasciata dal tempo, nelle tenebre del teatro Nō.

Abbiamo schedato L’uomo senza talento su Becomix. Gli utenti del sito possono inserirlo facilmente nella loro collezione o nel marketplace. Per provare, suggerimenti e critiche andate su www.becomix.me o scriveteci a info@becomix.me

Tecniche per rubare riviste e istruzioni per una vita migliore – Piccoli furti di Michael Cho

Doppia tavola in bicromia di Piccoli Furti

Una delle qualità del fumetto come mezzo espressivo è la capacità di riunire sulla carta molte tematiche. Queste tematiche vengono filtrate dall’autore attraverso la sua poetica, la sua narrazione, il suo punto di vista. Il fumetto ha un’occhio verso il mondo esterno e verso quello interno dell’autore e dei lettori. Questi ultimi, dovendo creare i collegamenti mentali tra una vignetta e l’altra, si inseriscono nello spazio bianco e così facendo si impossessano dell’opera. Shoplifter, o Piccoli Furti,  di Michael Cho è un fumetto estremamente ben riuscito: l’autore riesce a narrare una storia ben salda alla nostra contemporaneità, dando il suo punto di vista narrativo ed espressivo, catturando il lettore che dopo la lettura si sente coinvolto e più ricco.

Copertina di Piccoli furti

Edito da poco in Italia da Rizzoli, ma uscito nel 2014 in USA e Canada per Pantheon, Piccoli Furti racconta un momento decisivo della vita di Corinna Park. Laureatasi in letteratura inglese, si immaginava un futuro di romanzi e letteratura, ma si ritrova incatenata al suo lavoro di pubblicitaria dove aveva iniziato a lavorare per pagarsi i debiti universitari. Tra compagni d’azienda, social network e un gatto che non dispensa affetto, l’unico momento in cui si sente viva e quando ruba le riviste nello store locale. Tecnica di furto che ci viene spiegata nel dettaglio, caso mai ci volessimo cimentare anche noi.

Due tavole in cui la protagonista si lamenta del rapporto con il gatto

Il mondo va verso la catastrofe ambientale, i social sono un’ulteriore patina di ipocrisia tra noi e il prossimo, il lavoro per le corporation non è che colorire i sogni dei clienti. Impersonificarsi con la protagonista risulta piuttosto semplice per la nostra generazione cresciuta nelle illusioni del progresso e che si deve confrontare con una realtà ben più complessa. Il lettore fa subito suo il libro, diventa un ladro d’opera, come la protagonista del romanzo grafico.

Tavole di riflessione della protagonista. Compare anche un orso polare in un igloo che si sta sciogliendo

La narrazione è chiara, le tavole sono divise nettamente. Il tratto è deciso e nitido, allo stesso tempo classico e moderno. Secondo il giornalista John Semley il suo stile ricorda la pop art di Roy Lichtenstein e l’estetica della silver age. L’utilizzo della bicromia rosa pantone e nero suggerisce una emotività virtuale dell’era dei social media, con una rimembranza verso un passato di plastica degli ’80s. Nonostante queste tinte e la protagonista femminile non è un graphic novel esclusivamente per signorine, il messaggio di Cho riesce nella sua universalità: dare una svolta alla propria vita, cercare di realizzarsi not matter what.

Tavole in cui spiega come rubare una rivista

Piccoli furti è il debutto di Michael Cho, autore nato nella Corea del Sud ma spostatosi in Canada in giovane età. Oggi vive a Toronto. I suoi lavori sono apparsi su molte riviste e ha lavorato per case editrici come Random House/Knopf e Penguin Books. Inoltre ha creato il webcomic Papercut. La versione americana/canadese è schedata su Becomix, per vedere la scheda basta cliccare qui.

Viaggio erotico nel Giappone rurale – Mon village di Jun Hatanaka

Anche quest’anno si è svolto a Kawasaki lo Kanamari Matsuri, la “festa del pene di ferro”, festività shintoista annuale durante la quale grosse statue di peni vengono trasportate su palanchini per celebrare la fertilità. Cito questa particolare ricorrenza per sottolineare come la sessualità, nel mondo rurale giapponese, venga concepita con gioia e naturalezza. Lo shintoismo, che raggruppa tutte le credenze e i kami autoctoni (dività giapponesi), celebra la vita e ciò che è puro, scandendo a ritmo di matsuri lo scorrere delle stagioni e l’esistenza degli uomini senza giudicarne gli aspetti morali. Il Giappone che ci racconta Jun Hatanaka è proprio quello autentico, tra matsuri, mietiture e sesso.

Particolare di un matsuri presente in Mon Village di Jun Hatanaka

Watashi no Mura (Il mio villaggio) di Jun Hatanaka celebra il selvatico e salace modo di vivere del piccolo paese Mizusawa, nel nord del Kyūshū, minacciato dal progetto di costruzione di una diga. Manga impertinente e naturalistico, Watashi no mura è un esempio di fumetto popolare che cattura il Giappone più bucolico e meno stereotipato.

Copertina e Retro di Mon Village di Jun Hatanaka

Gekiga agropastorale, Mon Village (titolo dell’edizione in francese) ci racconta della giovane reporter Ayu, ragazza emancipata di città, che si reca nel paesino per documentare la lotta contro la costruzione della diga. Troverà una comunità profondamente divisa tra favorevoli e contrari, tra politici corrotti e militanti. Oltre alla lotta politica Ayu dovrà confrontarsi con l’esuberante sessualità degli abitanti, inebriati dalla natura. Nel villaggio di Mizusawa la gente si spoglia, si eccita nei fiumi, fa l’amore per le strade, si pratica ancora l’antico rituale del bukkake (!!!).

Ayu e la sua amica praticano un bukkake.

Jun Hatanaka (che significa “in mezzo al campo”) ricordando il suo villagio natale ci parla di ecologia, sessualità ed emancipazione con l’ironia che contraddistigue il suo stile espressivo. Mangaka molto conosciuto, deve la sua popolarità principalmente a Mandaraya no Ryōta (Ryota della locanda Mandala, ancora inedito in occidente), commedia erotica piena di geishe e yakuza. Hatanaka si contraddistingue per uno stile umoristico ma sensuale, a volte grezzo ma dettagliato, saldo alla realtà ma aperto ai sogni.

Per chi volesse leggersi questo fumetto ma non ha il tempo di imparare il giapponese, consiglio l’edizione francese di Le Lézard Noir che come al solito riesce a scovare piccoli tesori dimenticati del manga e a riproporli in edizioni molto curate. Noi di Becomix lo abbiamo già schedato (eccolo!) e consigliamo la lettura agli amanti del fumetto autoriale o dei gekiga.

 

Yokai ed altri mostri in Cat Eyed Boy di Kazuo Umezu

Nel luglio 2016 uscì nelle fumetterie nostrane Cat Eyed Boy del maestro dell’orrore Kazuo Umezu, autore ancora inedito in Italia. Tra i mangaka più influenti di sempre (la sua carriera professionale parte dagli anni ’50) Umezu è un artista poliedrico dalla sensibilità sofisticata. Le sue raffinate illustrazioni unite ad uno storytelling unico offrono al lettore inquietanti storie dal sapore kafkiano, intinte di folklore giapponese.

Copertina di Cat Eyed Boy #1

La pubblicazione di Cat Eyed Boy (tit. o. Neko Me Kozō, traducibile con “il monello dagli occhi di gatto”) partì nel 1967 sulla rivista Shōnen Gaho della Shōnen Gahōsha e durò fino a maggio 1968. Altre cinque storie vennero pubblicate in Shōnen King fino al 1969. Nel 1976 quattro storie conclusero le vicende del ragazzo-gatto su Weekly Shōnen Sunday. Il demonietto arrivò negli Usa nel 2008 nei due omnibus della Viz Media corrispondenti alla ristampa Shogakukan del 2006 per celebrare il live-action.

tavola in cui viene preentato il Ragazzo dagli occhi di gatto

Sono quattro le storie raccolte nel primo volume della Latitudine Sud (per la collezione In Your Face Comix) in cui conosceremo il “ragazzo dagli occhi da gatto”, un mezzo demone vagabondo che occupa le case degli umani dato che non può vivere insieme agli yōkai, gli spiriti giapponesi. Irriverente osservatore, nei racconti di Umezu spesso l’umano è più crudele del mostro. La malinconia pervade le tavole di Umezu spezzate da raccapriccianti avvenimenti e disturbanti yōkai. Se cercate arti umani che prendono vita, scienziati pazzi, sprezzanti entomologi ed evocatori di tsunami questo fumetto fa decisamente per voi.

Doppia pagina di Yokai

Latitudine Sud ci propone l’opera in quattro volumi, il secondo è in uscita a breve. Sarebbe un peccato se non riuscissero a pubblicare l’intera opera, dovremo porci seri interrogativi come popolo. Ulteriore motivo per supportare l’opera è la traduzione diretta dal giapponese, fattore molto importante dato che per la natura della lingua le doppie traduzioni risultano viziate. Le onomatopee sono lasciate così come sono, senza snaturare le tavole, con la traduzione a fianco. Il traduttore è niente meno che il Mister Gekiga Vincenzo Filosa.

Altro spirito giapponese

Cat Eyed Boy è già nel batabase di Becomix e lo potete cliccando su Scheda di Cat-Eyed Boy. Essendo la prima pubblicazione di Umezu in Italia è probabile che negli anni sarà ricercato dai collezionisti.

 

Un perverso senso di insoddisfazione – Wilson di Daniel Clowes

Da pochissimo è uscito nelle sale statunitensi Wilson, diretto da Craig Johnson e basato sul fumetto omonimo di Daniel Clowes. Anche questa volta, come in Ghost World e Art School Confindential, lo troviamo in veste di sceneggiatore. Non è un valido motivo per riprendersi in mano il fumetto?

Copertina di Wilson di Daniel Clowes

Wilson è formato da 70 tavole, ognuna delle quali può essere letta singolarmente a modo di one-page gag. Tra una tavola e l’altra passano giorni o anni. Come spiega in un intervista, la storia è quella che il lettore interpreta tra una tavola e l’altra. L’idea di impostare il lavoro in pagine singole nacque nel periodo in cui lavorava per il Times.

Quando iniziai “Wilson”, mi piaceva l’idea che le persone potessero leggere solamente una o due pagine e non necessarimaente il libro intero, che riuscissero a rimanere soddisfatti dalla lettura, leggendo semplicemente una pagina alla volta.

Wilson è il primo libro di Clowes ad essere pubblicato senza essere prima apparso a puntante nel suo Eightball, come Ghost World o David Boring. Continua però la rappresentazione di un disicanto verso la realtà, della solitudine e della frustrazione, che ci offre un perverso senso di consolazione.

Prima tavola di Wilson in cui dopo definirsi una persona socievole, chiede di fare silenzio a una passante

Clowes sceglie una varietà grafica per rappresentarci la vita del cinico e inetto protagonista, archetipo dell’uomo contemporaneo. Passando dal realistico al cartonesco, dalla monocromia a tavole molto accese, dalla commedia al dramma l’autore ci offre la molteplicità per descrivere la vita.

Tavola disegnata in stile cartoonesco

Non abbiamo ancora visionato la pellicola, per ora si sa che le critiche sono state tiepide. Calorosamente però vi invitiamo alla lettura del fumetto. E intendiamo “fumetto”, non graphic novel, perchè come spiega Clowes nell’intervista per il sito Mother Jones, il secondo è un termine terribile.

Non si tratta di romanzi, per la maggior parte si tratta di memorie. “Graphic” implica un romanzo illustrato, e non si tratta di ciò. Ho pensato che la gente avrebbe detto: “è un fumetto, perchè stai cercando di fregarci?” Ma funzionò: oggi “Graphic Novel” significa qualcosa di molto specifico. Generalmente la gente sentendo queste due parole capisce di che tipo di libro si tratta. Mi arrendo, funziona. Hanno vinto i ragazzi del branding.